La casa degli amici

di

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Lucia non ha fatto il vaccino, non lo ha fatto ancora, non è che non ci crede, nemmeno però ci crede. Non si sa bene perché non l’abbia fatto. Racconta di avere una malattia che renderebbe rischioso farlo. Non è però una di quelle patologie nell’elenco del Ministero della Salute per le quali è prevista un’esenzione. Tuttavia, è convinta di non correre troppi rischi, avendo ristretto al minimo i suoi contatti, e lavorando da casa dove vive da sola.

Il tampone è diventato il suo Santo Graal, anche se non basta farne uno solo, ma come ogni fedele che crede nei poteri magici, la ripetizione non la scoraggia, e non diminuisce la forza dell’oggetto miracoloso, anzi al contrario. Quanti ne ha fatti e quanti ne farà? La risposta non è facile da dare. Non le interessa che siano antigenici di prima, seconda o qualsiasi altra generazione si sia susseguita nel corso di questa infinita pandemia. Ha preso l’abitudine, così mi ha confidato, di conservare i referti dei risultati.

Una volta in una farmacia all’Appio Claudio, mi ha raccontato, l’infermiere è uscito per consegnare i risultati, esitando un attimo. I presenti hanno avuto un mancamento quando ha chiamato da parte un ragazzo e per comunicare con lui si è bardato di ogni protezione prevista dalle norme. Il resto dei tamponati era negativo, ma il ragazzo no. Rapidamente ognuno ha iniziato a ricostruire mentalmente a quanta distanza era stato da lui, pur avendo una mascherina di protezione.

Il tampone ha dato a Lucia la vita eterna e la conoscenza. Non ha un’ombra di tristezza sul volto, sorride ampiamente, stirando le labbra. Impiega un’energia incredibile per dirmi che lei sta bene, lei sta bene perché si è organizzata con i tamponi; lo vedo da come alza la voce e spalanca gli occhi, da come gesticola, dagli improvvisi silenzi, messi lì per riprendere fiato e dirmi di nuovo che domani farà un tampone. Un altro? Certo, perché così è sicura. Ammette tuttavia che è un periodo duro, con il compagno non si intende più. Forse lo lascio, dice. Non è che si capisce bene cosa sia successo tra di loro. Si sono messi a distanza, siamo a distanza, non ci vediamo, neppure via zoom.

Quand’è che l’ho vista l’ultima volta? Sarà stato in un qualche giorno di dicembre. Dopo di allora l’ho incontrata di nuovo ai primi di aprile, l’”emergenza” era finita. Appena mi ha visto a suo modo ha concesso un sorriso. Era contenta di rivedermi. Le ho chiesto di Marco, il suo compagno. Insomma, sì, se stavano ancora insieme. La loro separazione è durata una settimana. Lui, dice lei, non ce la faceva a stare senza di me. Ha fatto un gran respiro ed ha lasciato un silenzio tra di noi. Per spezzare i pensieri e tornare al presente mi ha detto: comunque il vaccino non l’ho fatto.

 

Di tutt’altra pasta è fatto Giovanni. Lui prima di fare un tampone disquisisce per ore. Parte dai ragionamenti che fa con sé stesso che poi esondano verso famigliari, amici, compagni di lavoro e ovviamente su i social. Consulta siti e interroga medici. Passa serate su riviste scientifiche online in lingua inglese. Cerca ossessivamente una verità definitiva sul Covid e non la trova. L’assenza di una verità lo tormenta. Il tampone, se deve essere fatto, lo si fa di seconda generazione, minimo, quelli precedenti nulla valgono. Giovanni è vaccinato con la prima, la seconda e la terza dose, per quest’ultima deve essere stato uno dei primi a cui è stata somministrata nella sua regione, almeno così mi ha raccontato. Non ci ho creduto. Ma non è importante sapere se sia vero o falso quanto dice. La terza dose non lo ha convinto. Aspetta già la quarta, la prevede, la attende, la auspica. La vorrebbe fare subito. Era sconcertato, quando ha saputo che la terza era a basso dosaggio, non riusciva a capirne la ragione. Insomma, se intera mi dà maggiore protezione, perché diminuire il quantitativo di siero? La quarta ondata l’ha fiaccato.

Sì, ma mica solo lui, oramai ad aver perso la testa siamo in tanti, con tutte le plausibili ragioni che possiamo raccontarci ci facciamo poco. Ognuno ha una sua convinzione, meglio sarebbe dire un puzzle di impressioni che scivolano via su quelle del prossimo, prive di un qualsiasi criterio gerarchico, materiale fluido che si ricompone di volta in volta in forme provvisorie, le cui componenti originarie sono non più tracciabili. Il rigore della matematica, la chiarezza della statistica, si sono inabissate, non fanno vedere molto, ci siamo adattati a vedere i numeri come verità che possono essere capovolte nel giro di un giorno, che dico, di un’ora. Coltiviamo il nostro piccolo orto della verità, che accudiamo in solitudine, in piena autosufficienza, respingendo qualsiasi intruso che non sia la proiezione di noi stessi, capace di confermare quanto già pensiamo, di ascoltare silente; chiunque esca fuori da questo recinto di considerazioni deve essere assalito e bannato, come le regole dei social insegnano.

Giovanni rumina parole vuote, sempre le stesse e per smorzare la tensione abbozza una smorfia sul viso. Quando lo vedo mi chiedo se ha sempre avuto la testa incassata sulle spalle, con il collo schiacciato e il mento tirato su, quasi cercasse di non finire pressato da una qualche forza con cui lotta quotidianamente, la stessa resistenza che oppone da due anni allo svolgersi impietoso dell’epidemia, con quel suo spaccare il capello in quattro, convinto che i calcoli e la scienza lo avrebbero salvato, ci avrebbero salvato. Ora è stanco, sfinito, e in fondo concorda con me, che insomma, sì, poteva andare anche peggio. Marco, il figlio, mi racconta che vorrebbe andare in Cina, che gli piacerebbe raggiungere Pechino. Quando lo incontro, ci siamo dati appuntamento sotto i portici di piazza Vittorio per prendere un caffè, con la nostra insopportabile mascherina, gli chiedo cos’è questa storia. Non ha mai amato andarsene in giro per il mondo, il massimo della vacanza estiva era circoscritta al litorale laziale e Maria, la ex moglie, ha affrontato battaglie infinite, per ridurre al minimo i giorni di mare che lui avrebbe voluto trascorrere a Ladispoli e solo a motivo dei ricordi d’infanzia che lo legavano a quel posto. La Cina, da dove usciva fuori? È stato evasivo e mi ha invitato a passare da lui quando potevo che mi avrebbe spiegato. Abita in un appartamento labirintico in via Ugo Foscolo, dalla finestra del salone guardando sulla sinistra si vede piazza Vittorio, invece sulla destra la parte alta della basilica di San Giovanni in Laterano, sopra e intorno il cielo di Roma che continua ad essere un incanto. Vive con lui il figlio che quando sono arrivato non era lì. Mi sono sottoposto alle regole di Giovanni: scarpe tolte all’esterno dell’appartamento e riposte dentro una busta, stessa procedimento per la giacca che indossavo, controllo della temperatura con termometro a mercurio, verifica del Green Pass con QR code e l’app dedicata; poi lavaggio delle mani con un sapone speciale antibatterico, guanti protettivi in nitrile, camice chirurgico, cuffia tieni capelli, copriscarpa ospedalieri e per tutta la durata della mia permanenza in casa sua abbiamo entrambi indossato la mascherina Ffp2. Giovanni mi ha guidato con cenni della testa e qualche parola, in questa operazione preparatoria che mi ha consegnato completamente alla sua volontà, fino a quando, una volta entrato, in quell’atmosfera piuttosto calda – le finestre erano spalancate – ho sentito forte il desiderio di andarmene via al più presto. Mi ha fissato e deve aver colto il mio disagio. Ha continuato a guardarmi con insistenza, come se volesse scoprire qualcosa. Ad un certo punto dice: – Vieni -. Si dirige verso una scrivania dove c’è un computer. Con l’indice e il medio della mano mi fa cenno di avvicinarmi. – Fermo – mi dice, così mi tiene a distanza. Non mi sono avvicinato a lui mai più di un metro e mezzo. Apre una serie di cartelle, in cui ha salvato – mi sembra di capire – parecchi file. Sta cercando qualcosa. – Leggi – l’ha trovato. Si scosta e mi lascia mettere gli occhi su un articolo di giornale. Era la cronaca da non so quale provincia della Cina, dove sette donne si erano ritirare, acquistando una grande casa dove vivere insieme. Oltre 7500 metri quadrati, scriveva il quotidiano. Una villa dove ognuna ha la propria stanza, una piscina comune, alcune pareti esterne sono in vetro, ed è immersa nel verde, in quelle che sembrano piantagioni di tè. C’era anche un link ad un video in cui le sette amiche che hanno pensato di coronare in questo modo la loro lunga amicizia appaiono mentre cucinano in questi ampi spazi, oppure quando stanno mangiando sedute davanti ad un lungo tavolo, una di fronte all’altra. Riflettono un’operosità priva di attriti, ogni movimento ed espressione del viso procede armonico, in sintonia con le morbide curve dei monti all’esterno, come filtrato dal tessuto di corposa nebbia che si distende all’orizzonte, donando all’insieme una tonalità pastello. Un sogno, il loro sogno realizzato.

 — Capisci?

— No, non capisco.

— …

— Cos’è…? Cosa cerchi? – chiedo, alzando la voce: me ne rendo conto tardi.

Giovanni mi dà le spalle e con lo sguardo vaga in cerca di qualcosa, le mie domande non lo hanno minimamente spostato di un millimetro dal suo peregrinare di pensieri.

— Presto me ne andrò in Cina, un paese dove non si scherza. Presto, presto… Lo sai cosa fanno lì, no? C’è un caso di Covid in una città di milioni di abitanti? Fermano tutto e tamponano ogni persona, sino a quando non hanno scovato i positivi. Li cercano, li trovano. Una volta catturati, li mettono in isolamento. A quel punto, il resto della popolazione torna libera. Li apprezzo, li apprezzo molto…

L’ho lasciato lì, in quell’appartamento oscuro, con montagne di libri sparsi ovunque e l’impressione generale di uno stato di abbandono della casa, ma ancora più di lui stesso in quella trascurata eleganza che aveva oramai perso l’equilibrio di un tempo. Non ho detto più nulla, dopo averlo ascoltato, mi sono ritirato in me stesso ed ho cancellato quella conversazione tra di noi, come se non fosse mai avvenuta. Anche dopo non ne ho parlato con nessuno. Mi era rimasto addosso uno strascico di malinconia, che non era dipesa da lui, non era Giovanni che era malinconico, cioè lo era a suo modo, ma non era lui la causa del mio stato emotivo. Senza volerlo era riuscito a tirare fuori l’umore sepolto in me stesso, che del resto non era altro che la manifestazione di quanto stavamo vivendo. Oramai sono passati due anni da quando ci troviamo immersi in questa pandemia, l’ultima variante si chiama Omicron, e non abbiamo nessuna certezza su quando ne usciremo fuori. Dieci giorni fa in Italia si registravano 80.000 positivi, record che nei giorni successivi è lentamente ridisceso e poi risalito. Ripenso a tutto questo standomene sdraiato sul divano di casa, mia figlia e mia moglie non ci sono, ed effettivamente mi sento solo, come se però non riguardasse me personalmente o perlomeno non solo me. Intorno me ricevo notizie di conoscenti, colleghi di lavoro, amici e parenti che continuano a risultare postivi al Covid. Mai un numero così grande. I loro sintomi non sono gravi. Mentre parlo con me stesso, inizio a chiudere gli occhi e scivolo nel sonno e sogno.

 

Fa caldo, fa molto caldo, mi sento bruciare. È tutto un discendere e ammucchiarsi di oggetti che arrivano dal cielo privi di gravità e intorno a me non c’è nessuno; sospesi intorno, come galleggiassero, appaiono apparati medici che poi si dissolvono. Il cielo è terso, il sole irradia le strade, e traccia delle lunghe scie di luce pulviscolare. Le finestre dei palazzi sono vuote e spalancate, il mio sguardo accarezza il perimetro che confina con l’azzurro sopra gli edifici, cerco intorno a me un essere vivente. Mi arriva incontro un vento di scirocco che porta via tutto, le foglie secche dei platani si staccano e coprono i miei piedi nudi. Lì giù in fondo c’è Boccanera, il negozio di scarpe di Testaccio. Mi avvicino e al di là delle vetrine mi vedo seduto a provare dei mocassini, un gran movimento di clienti, di scatole aperte, di passi veloci dei commessi. Al mio fianco ho mia madre, fissa come un chiodo. Le scarpe sono strette, tutto è stretto. In via Mastro Giorgio abitava mia madre da ragazza, e più là vedo l’edicola del rione; e sento il sapore della pizza bianca ripiena di Eugenio, calda e col prosciutto cotto, la mozzarella sciolta, pregna d’olio; le corse infinite, la sete, la fame, le partite a pallone e la stanchezza che non arriva mai. Adesso mi appare Luca, un compagno di scuola, con i suoi occhi chiari, e la rabbia in corpo:

— Dov’è la tua rabbia? 

— Ti ricordo con una energia che in me non trovavo. Che invidia mi fai Luca, che invidia. Quanto avrei voluto essere come te. Mi mancava la rabbia.

Un grande lenzuolo, fine e leggero, quasi trasparente, discende su di noi; si solleva in aria come scosso da diecimila mani invisibili. E io e Luca corriamo felici. E adesso non c’è più solo Luca, ci sono Fabio, Alberto, Paolo, Alessandro, Sandro, Sergio, e altri ancora. Non faccio in tempo ricordare i loro nomi che scompaiono. Sono loro sì, sono i miei amici. I miei compagni di classe.

L’altro giorno ho incontrato a piazza Testaccio Maurizio, un amico che non vedevo da tempo, ci conosciamo da quando avevamo 13 anni, con il trascorrere del tempo ci siamo persi di vista. Un’amicizia, la nostra, che nasce intorno ai giochi dei ragazzini, quelli fatti per strada o dentro i cortili dei palazzi, e che poi non s’è mai evoluta. Tuttavia è rimasto tra di noi un legame, basta incontrarsi di nuovo per ritrovare una connessione, non è facile spiegare cosa accada. Insieme abbiamo ricordato un nostro insegnante delle scuole medie, morto a 60 anni, non per il Covid. Poracccio! Sì, è stato sfortunato, se n’è andato via giovane. Un ragionamento che abbiamo tenuto fermo per una manciata di secondi, perché poi mica ce l’abbiamo scritto da qualche parte che i giorni a nostra disposizione siano più dei suoi. Chi l’ha detto? Ci siamo messi a ridere. Com’è che faceva il professor Flavio Taricone? Taglia, taglia, ripeteva, quando voleva interrompere le polemiche in classe, muovendo ossessivamente il medio e l’indice a mimare un paio di forbici. In primavera, quando stava in camicia, aveva i pantaloni che non contenevano la pancia e a fatica la cinta stringeva per contenerla. Dietro gli occhialetti stretti intorno agli occhi che portava, si vedevano due pupille profonde e intelligenti, e la voce prendeva, quando voleva, delle pieghe morbide, sino a rimanere completamente in silenzio per lasciare spazio a quanto noi ragazzini avevamo da dire. Era bravo, il professor Taricone.

Maurizio tiene al guinzaglio un cane. Si chiama Morgan, mi dice. È piccoletto piccoletto e riccetto. Gliel’ha regalato la compagna. M’ha sorpreso vederlo con questo cagnetto, non credevo fosse il tipo. Solo al pensiero di dover uscire di casa per portarlo in giro, mi viene il mal di testa. Morgan però è educato, m’ha spiegato. Non caca e non piscia dentro casa. Dice che aspetta il suo rientro, e quando lui esce, esce anche il cane, e in quelle occasioni – dice che in tutto sono tre – fa tutto che quello che deve fare. Guardo Morgan compiaciuto, lui mi fissa perché ho un gelato in mano. Penso al fatto che il mio amico e il cane escono insieme; quando lui esce, esce il cane, come se non ci fossero altre occasioni, se non quando deve portare il cane fuori. In realtà il mio amico non esce per portare il cane fuori, ma esce di casa perché vuole uscire, e ne approfitta per portare il cane fuori. Questo ciuffo di essere animale dipende completamente da lui, tanto che quando apre la porta di casa gli corre contro felice, in una insopprimibile energia di salti e di dolci abbai, per reclamare la grazia di essere portato a pisciare.

Il padre di questo mio amico è morto per Covid in ospedale, ed è stato un casino. Mi racconta che s’è tutto fermato. Pensavo che si riferisse al dolore, al trauma, alla lenta elaborazione del lutto. Invece sono state le pratiche burocratiche intorno al defunto che lo hanno sommerso. E la successione, e quello, e quell’altro, non si finiva più. E poi ci stanno i vestiti da sistemare, che fai li butti? Li regali? Non se li prende nessuno. La cernita delle cose da conservare, mi spiega, quelle da regalare, e ancora i mobili, i piatti, i bicchieri. E le collezioni? Il padre collezionava tazzine da caffè, ne aveva raccolte e sistemate dentro pacchi in un numero impressionante. E poi il conto in banca, le bollette della luce del gas dell’acqua eccetera eccetera… Appena fa una pausa nel racconto gli chiedo se è stata dura.  Maurizio mi risponde con una espressione romana che non ammette tante spiegazioni su quanto può accadere.  La tira fuori con un tempismo perfetto: “…che je voi di’…”. Non c’è nulla da dire e tutto ricomincia, il discorso cambia, riprende per allacciare nuovi nodi, altre strade, e più che altro il presente. L’ultima volta che lo avevo incontrato era poco prima del lockdown, adesso lo guardo in faccia e mi sembra che sia passata un’eternità, che strano effetto, come se i due anni trascorsi avessero lavorato sulle nostre espressioni, intrappolando le nostre vite in limiti precisi, e riconsegnandoci al mondo con l’impressione di avere ormai perso qualcosa.

Non mi dice nulla del padre morto, se non che s’è ammalato e che in ospedale ha finito i suoi giorni. In un attimo mi tornano in mente le mie persone care che se ne sono andate recentemente, tutte senza essere state contagiate dal Covid, lutti che si sovrapponevano a quanto andava accadendo intorno a me. Un processo che però non terminava mai, un dissolversi continuo di privato in pubblico. Il mio amico mi racconta che sta riprendendo a lavorare. Fa l’attore. In questo momento è impegnato con dei provini per delle fiction e delle pubblicità. Qualcosa si muove, anche se lentamente. Siamo all’inizio del nuovo anno e tutto sembra fermo, in passato c’era un fermento di spot in preparazione, dove lui riusciva a ottenere delle parti. Cercano di risparmiare, recuperano video pubblicitari non andati in onda, organizzano set riducendo al minimo i costi. È tutto così, mi dice. Continuiamo a parlare del suo lavoro, ad un certo punto mi racconta di una moda diffusasi nell’ambiente che frequenta. Ne ha sentito parlare, non ne ha la certezza, anche se i casi positivi in aumento tra i colleghi, gli fanno sospettare che sia vera. Lui è uno molto tranquillo, non ha una gran vita sociale, tornato a casa chiude la porta e dimentica ogni cosa, a parte Morgan. La chiama “moda del Covid” e coinvolge gente dello spettacolo, per lo più giovani – giovani giovani – tutti vaccinati che però si contagiano più o meno volontariamente, prendendosi rischi in incontri e feste clandestine. Sfidano la copertura vaccinale, sapendo che in caso di positività, se la cavano per lo più con un raffreddore e l’influenza, magari qualcuno finisce in ospedale, ma il numero degli intubati è minimo. Insomma, sì, c’è stato qualche caso che ha frenato per qualche giorno il fenomeno, poi però è ripreso, anche perché per fortuna non ci sono state vittime. Parla per sentito dire, anche se sembra sapere parecchio ma ad un certo punto si ferma, come se avesse esaurito le parole, e un pensiero diverso lo abbia portato altrove. Restiamo ognuno per conto suo, poi le grida dei ragazzini che giocano in piazza prendono il sopravvento. Maurizio mi guarda e dice: — Stamo a schiva’ ‘e meteoriti…—. Non aggiunge nulla, sputo l’aria dal naso, per questa chiusura, e ridiamo.  Ci salutiamo ricordando, come in un elenco, i nostri compagni di quando eravamo ragazzini, cosa sappiamo di loro, quand’è l’ultima volta che abbiamo visto l’uno o l’altro, quante parole abbiamo scambiato con Enrica che sta sempre a testa bassa, ed è una fortuna riuscire a parlare con lei che a volte nemmeno ti vede, e cosa è successo a Vincenzo che pure lui s’è messo a recitare, a più di cinquant’anni s’è scoperto attore comico; Alessandra che ha cambiato città, Roberto che continua a prendere la vita come una gara, e poi Luigi, Andrea, Fabrizio, Fabio, Antonio, Paolo, e tutti gli altri… La mappa della nostra infanzia che pian piano scompare, con la nostra memoria che s’accorcia.

Lo saluto e rimango a guardare piazza Testaccio, dove un tempo c’era il mercato rionale, e adesso c’è una fontana al centro, quella che era infilata come spartitraffico a piazza dell’Emporio. Mi hanno raccontato una strana storia in proposito. Me l’ha riferita Roberto, il fornaio di via Bodoni, quello famoso per le pizza rossa fina e croccante. Secondo Roberto la fontana delle Anfore, così si chiama, era stata spostata in piazza dell’Emporio in occasione dell’arrivo a Roma di Hitler il 6 maggio 1938. Il treno del fuhrer era arrivato alla stazione Ostiense, anche quella messa su per l’occasione alla meglio, l’inaugurazione vera avvenne nel 1940, ma il dittatore tedesco doveva essere accolto “romanamente”. Sarebbe dovuto passare per via Marmorata e arrivato all’altezza di lungotevere, nei pressi di ponte Sublicio, prima di svoltare a destra, alla sua sinistra si sarebbe trovato la fontana delle Anfore, realizzata dall’architetto Pietro Lombardi.  Il suo racconto non era particolarmente articolato, come l’ho riportato io, e non so nemmeno come sia arrivato a raccontarmi di questo curioso ricordo. Avevo appena accennato a com’era sistemata bene la piazza che lui è subito partito; una vicenda che Roberto dava per certa, anche se le mie domande, per cercare di saperne di più, restavano senza risposta; parlando in seguito con qualche persona anziana si erano aggiunti particolari, come se questa storia della fontana spostata, per una certa generazione, fosse un racconto condiviso. In questa sintonia di memoria c’era qualcosa di sospetto. Tra le persone interrogate solo la signora Anna, dai capelli cinerini con i riflessi violacei, la pelle accartocciata, gli occhi svegli e un deambulatore per compagno, era sorpresa. Non solo, dondolando la testa per dire di no, che non era così, e con manifesto scetticismo del viso, era convinta che era tutta una invenzione, una roba de chiacchiere, de quelle che se facevano da ragazzini. Ricordava sì che poi nel dopoguerra lì a piazza Testaccio, quando il mercato con le bancarelle a fine giornata chiudeva, si ballava. Le orchestrine al calare del sole, coperto dai palazzi che circondano lo spiazzo, prendevano a suonare walzer, polka, rumba e i “balli americani”. Anna amava ballare, e solo a parlare di quel periodo le sue gambe iniziano a muoversi a ritmo. “Se la voi sape’ meglio, sai co’ chi devi parla’? Co’ Marcello, lui te saprà di’ mejo de me”, con queste sue parole mi congedo da Anna. Andando a curiosare in rete mi sono subito reso conto che quello di Roberto era un falso ricordo, sedimentato nell’inconscio collettivo, come se ci fosse stata l’intenzione di dare una versione propria degli eventi, forse per avere il controllo sulla realtà.

La fontana fu inaugurata il 26 ottobre 1927, in quella che allora si chiamava piazza Mastro Giorgio. Ben presto però ci si rese conto che il terreno sottostante non era stabile, cedeva. Per questa ragione nel 1932 fu trasferita a piazza dell’Emporio. Il fuhrer quando arrivò fece un altro percorso, passò per quella che allora venne nominata piazza Hitler, poi Porta San Paolo e viale Aventino.  Nel 1945 piazza Hitler fu ribattezzata piazzale dei Partigiani, per ragioni facilmente comprensibili. Questa la versione ufficiale: mi era tuttavia rimasta l’indicazione di Anna, di cercare Marcello l’ebreo, lui sapeva di più. Cosa poteva esserci di più dietro? Che domanda stupida. Magari nulla, trovare le prove materiali delle fantasie diffuse non è facile. Oppure c’era effettivamente qualcosa, degli avvenimenti che avevano condotto a raccontare la realtà su un piano differente. Ma Marcello l’ebreo chi era? Sono andato a cercarlo.

Raggiungo l’angolo di piazza Santa Maria Liberatrice, quello che incrocia con via Vanvitelli sulla destra e dall’altra con via Mastro Giorgio, lì c’è il chiosco di Candido il fioraio. I soliti vasi esposti però non ci sono, le luci sono spente, il negozio è chiuso. Sulla porta di ingresso c’è un cartello: CAUSA MALATTIA COVID, IL LOCALE RIMANE CHIUSO SINO A DATA DA DESTINARSI. Mentre leggo mi passa a fianco una signora bassa e robusta, con la mascherina sul volto, e mi dice: – Nun ce sta Candido, sta male. Sta all’ospedale, dai Frati… -. Intendeva l’ospedale dell’isola Tiberina, il Fatebenefratelli. Non si è fermata per parlare, mentre camminava ha girato appena la testa, per poi tornare a trotterellare, bassina e insaccata nel suo lungo soprabito, da cui spunta in cima una corta chioma grigiastra. Potrei andare dal giornalaio dall’altro lato della pizza, quello che sta davanti alla chiesa.  Ci provo. Ma non sa dirmi niente di Marcello e mi consiglia di chiedere a Rosalba che ha un negozio di vestiti nel nuovo mercato, accanto al Monte dei Cocci. Mi siedo al tavolino del caffè all’aperto a fianco del Teatro Vittoria. Apro il giornale, lo sfoglio scivolando con lo sguardo sulle pagine, sino a quando l’occhio mi cade su una notizia. Sempre di Covid si tratta, le pagine dedicate alla pandemia non sono poche, com’è normale. In Israele una psicoterapeuta ha raccontato gli effetti provocati dal lockdown nei sopravvissuti ai campi di concentramento. Alcuni vivono attualmente in condizioni di povertà, come il caso di Hannah, una donna di 90 anni, di origine ungherese, che a 14 anni è stata internata in Germania. Durante la chiusura e l’isolamento dovuto all’epidemia le è tornato in mente con forza traumatica il passato: i nazisti separavano tutti e c’era la fame, che poteva essere placata solo con una piccola porzione di pane e patate. La signora Hannah vive da sola in casa, i suoi parenti più prossimi si trovano in un’altra città, non è stato facile per lei organizzarsi. Fortunatamente nel suo condominio vivono delle giovani coppie, e alcune tra queste si sono offerte per andarle a comprare il necessario, quando però le hanno chiesto di cosa avesse bisogno, lei ha risposto: pane e patate, la dieta fissa dei campi di concentramento. La psicoterapeuta racconta non essere il solo caso di cui è a conoscenza. Mi fermo e capisco che la storia di Hannah è distante da me, anche se per vie parallele, smuove qualcosa di profondo in me. Con il rispetto che le si deve, per la sua vicenda, e con quelle che sono le differenze del caso, intravvedo dei piccolissimi punti autonomi che possono essere uniti: la tragica vicenda della Shoah che imprevedibile riemerge in questo tempo di pandemia. Nulla a che vedere con le aberranti teorie che fanno degli ebrei un nuovo capro espiatorio, colpevoli del Covid 19 e del grande affare dei vaccini, come per niente paragonabili sono le sofferenze dei deportati nei campi concentramento e di sterminio, con le restrizioni che subiscono i non vaccinati. Ma è come se queste tracce lontane nel tempo cercassero connessioni con il presente in nome del comune patire, secondo un disegno interiore che provoca negli accorti un’accettazione umiliante, nei distratti un rifiuto dissociato. Penso ad Hannah come a una sorella, che esiste da qualche parte lontano da qui, mi piego al suo dolore.

In questa piazza, il giardino è dedicato alla famiglia Di Consiglio, sterminata ad Auschwitz e alle Fosse Ardeatine. L’unica sopravvissuta, oramai morta anche lei, era Giulia Spizzichino che sfuggì al rastrellamento del 16 ottobre del 1943 grazie al padre. Il giorno successivo la notizia della sua scomparsa, il 13 dicembre 2016, sono apparse sui muri di alcune vie di Testaccio delle scritte antisemite. Una era diretta a lei: “Priebke vive” con una svastica accanto. L’ex capitano delle SS fu quello che, insieme al colonnello Kappler, compilò la lista delle persone da uccidere in rappresaglia dell’attentato in via Rasella. Grazie a Giulia Spizzichino, alla sua testimonianza, fu possibile l’estradizione e la condanna di Priebke. Pare che la prima intenzione di Hitler fosse, dopo l’attacco partigiano, di radere al suolo San Lorenzo e Testaccio, una versione che non trova però delle conferme, non esistono documenti che provino l’esistenza di un ordine diretto.

In quei giorni le voci che circolavano erano tante e non erano rassicuranti. In quei giorni gli adulti non avevano tempo per immaginare esiti catastrofici, si viveva col fiato corto e con lo sguardo fisso al presente, alle cose che di volta in volta c’erano da risolvere. Me lo ha raccontato Rosalba che scopro essere “la signora”, così la chiamavo da ragazzino, dove mia madre comprava i vestiti, nella zona del vecchio mercato, adesso invece si trova nel nuovo. Intorno al collo ha una catenina d’oro con la stella di David come ciondolo. Lei era piccolina allora e conosceva Marcello che era di diversi anni più grande di lei. Insieme ad altri ragazzini si ritrovavano ai “giardini” di piazza Santa Maria Liberatrice per giocare, Rosalba non andava da sola ma accompagnata dal fratello più grande. Tra i giochi ce n’era uno di fantasia inventato dal Marcello, una specie di gioco dell’oca, il percorso era disegnato a terra con dei gessi, a gareggiare erano Mussolini, Hitler e il Golem. Non è che ricorda perfettamente come si svolgesse il tutto, ci dovevano essere delle penitenze, a seconda della casella in cui si finiva. Quando si venne a sapere della venuta di Hitler a Roma, tra loro ragazzini c’era chi diceva che si sarebbe fermato a bere e mangiare all’osteria del Mattatoio, altri invece erano convinti che sarebbe passato per via Marmorata, e per questa ragione stavano spostando la fontana dalla piazza. Marcello insieme a quelli più grandi, mi continua a raccontare Rosalba, dicevano pure che se fosse passato per le vie del rione lo avrebbero catturato e impiccato. Erano tutte storie che riempivano i giorni delle ragazzine e dei ragazzini ebrei, come pure di quelli cristiani ché in quel periodo erano tutti mischiati, non c’erano ancora le leggi razziali. Era quel: “dice che…dice che…”, che Marcello ripeteva per introdurre ogni discorso di fantasia, come di realtà, e che gli era rimasto appicciato alle labbra fino agli ultimi istanti di vita. Sì, perché era morto con il Covid.

Era andata così, non era lui che inventava, lui s’era preso il compito di raccontare a modo suo quanto sentiva. Era bravo e pure divertente, dovevi sentirlo dal vivo, l’idea di impiccare il fuhrer era uno scherzo. Insomma, detto così, mi spiega Rosalba, rende poco. Era un tipo originale e li faceva ammazzare delle risate. In questo modo, con Marcello, tutto era meno triste. Inventava anche, eh…, a dirla tutta. Era fantasioso, c’aveva fantasia, ecco. C’aveva sempre qualche cosa de originale da di’, mi ripete ancora una volta Rosalba. Adesso le torna in mente qualche pezzo di storia dell’Hitler impiccato dopo essere stato catturato dar Panzone e dar Biscia che provavano in tutti i modi a farlo fuori ma il capo dei nazisti restava sempre in vita. Me pare che finisse co’ Hitler che aveva salva la vita ma costretto a lavorare da cameriere pe’ tutto Testaccio, doveva passa da ‘na famija a ‘n altra, cucinare lavare i panni pulire i cessi porta’ la spesa e ‘ste robe qui, insomma. Di quel passato non rimpiange molto Rosalba, gli occhi e le rughe le si ammorbidiscono a ricordare Marcello. Quando le dico che mia madre veniva a comprare i vestiti da lei, mi guarda con attenzione.   

— Non è che sarai er fijo de Angiolina?

— Sì.

— Tu sei quello che je stava sempre dietro.

— Sì.

— Stavi sempre muto. Mo parli! Come sei cresciuto! Che Dio te bbenedica!

Ha avuto il Covid Rosalba, se l’è preso pure il marito, e i quattro nipoti dei due figli che hanno. Adesso stanno bene, ne sono usciti fuori senza conseguenze. Non mi nasconde che è stata dura e che insomma “co’ sto Covid, nun se ne po’ più”.

 

C’è stato un temporale, le strade si sono allagate, pozzanghere come laghi occupano il panorama, gli alberi sgocciolano ancora, le auto brillano come l’asfalto, un contrasto cromatico provocato dall’acqua che inzuppa ogni cosa, spegnendo ogni sfumatura nell’atmosfera. Sono a piazza Zama, dove abito, in attesa che arrivi un taxi. Il sole di maggio è già tornato a battere, asciuga il bitume steso a terra che riappare a tratti grigio; intorno a me la gente cammina senza ombrello, e indossa delle magliette a maniche corte, come di chi sa che si è trattato di fenomeno temporaneo, non poteva durare. In poco tempo un’emergenza ha preso il posto di un’altra, il Covid è cambiato, non è più lo stesso: le vaccinazioni, le varianti più contagiose e meno letali, la conoscenza in più che abbiamo maturato, hanno modificato lo scenario. Oramai non ci pensiamo quasi più all’epidemia, anche se è ancora lì, con le persone più fragili che continuano a morire. A mettere in ansia adesso c’è la guerra: la Russia ha invaso l’Ucraina. Tutti vogliono la pace, non si capisce che tipo di pace vogliono, ma la vogliono. Quelli che vogliono la pace dicono invece che tutti vogliono la guerra. Tra le posizioni dei “pacifisti” e quella dei “guerrafondai”, in quelli che appaiono come due classici poli, ci sono numerosi distinguo, difficili da censire ma che andando a scavare c’è tanta confusione. Ho l’impressione che lo status di spettatori del mondo, ci abbia posto nella condizione dei commentatori che prospettano ipotesi mai verificate, talvolta fantasiose e per questo impossibili. Il senso limite viene meno quando non si riconosce più l’eccesso, solo dopo, che tutto si è compiuto, ci rendiamo conto della perdita della misura, e così viviamo in un diluvio di parole senza conseguenze; la conoscenza stessa, il moltiplicarsi di informazioni che ci raggiungono senza tregua, finiscono per offuscare l’orizzonte comune.  Mentre aspetto il taxi mi chiama Lucia. Vuole sapere come sto. Le dico che mia figlia ha il Covid, dopo tre giorni con la febbre a 39 s’è ripresa, anche se è ancora positiva. Le chiedo di lei. Ha appena comprato una confezione di tamponi salivari, sempre utili, dice. Non ci sono grandi novità. La preoccupa l’invasione romana di cinghiali la peste suina e quella aviaria (sottovalutata), e il vaiolo delle scimmie e che vabbè non c’è modo di stare tranquilli siamo dentro una ruota che non si ferma mai e la bolletta del gas che era quasi il doppio dell’ultima. Si ferma un attimo e mi chiede:

— Come sta tua figlia?

— Meglio.

— Era vaccinata?

— No.

— Aaah…

— … Ti devo lasciare che arriva il taxi.

A guidare l’auto c’è una donna, le chiedo di portarmi all’Aurelia Hospital. Vado in visita di Giovanni, l’hanno ricoverato per un infarto, si trovava nel fine settimana a Ladispoli dove ha casa. Sono incuriosito dalla tassista, iniziamo a parlare del suo lavoro. Lei è una bella donna. Ha un marito, anche lui tassista, e due figli: le foto sono attaccate sul cruscotto. Ci diamo del tu.

— Hai mai avuto dei clienti molesti?

— Intendi che ci provano?

— Sì.

— No, per fortuna no.

— …

— Sono fastidiosi quelli che si vogliono mettere qua… – indica il posto davanti.

— Cos’è che ti disturba?

— Che s’allargano. Io dico, ce tanto posto dietro, perché dobbiamo sta’ appiccicati? C’è chi s’appoggia al mio bracciolo e allora glielo devi spiegare che non si può. Non sai quanta gente strana c’è in giro. ‘Na fatica!

— Le cose più curiose succedono di notte.

— Lavori la notte?

— Quei turni là non li faccio. Non ci sono donne tassiste che lavorano di notte. Delle storie…- le scappa da ridere.

— …

— Mio marito li fa ogni tanto e prima di conoscere me, li faceva spesso. Una sera è salita una transessuale e questa cercava di toccarlo, da dietro allungava le gambe…

— E lui?

— Aaah…Je veniva da ride…

— E poi?

— E poi che? L’ha respinta, te pare? C’è da dire che mio marito è un bell’uomo. Non è che però so’ tutti come lui, eh! Ce stanno altri tassisti che si comportano diversamente.

— Davvero? Avventure notturne con le clienti?

— Girano storie…Quella della Signora del palazzo elegante è noto, a Roma nun se parla d’altro.

— …

— Non la conosci?

— …

— La notte c’è qualche tassista che finisce a letto con qualche donna, così raccontano. In questi due ultimi anni, due anni, è uscita fuori la Signora. C’ha una certa età ma ancora piacente, dicono. Chiama il taxi, si fa portare a casa, e la corsa termina con un invito a salire da lei.

— Mi sembra incredibile.

— Lo sai che c’è? Non è inventata. Io ci credo, ci stanno persone così. Ci stanno uomini sulla cinquantina, anche più grandi, che non è che se fanno problemi. Io li conosco colleghi così, in genere so’ soli, non hanno nessuno…

— …

— …

 

Mi squilla il telefono, guardo lo schermo, è Lucia. Le rispondo.

— M’ero dimenticata di dirti che mi sono lasciata definitivamente con Marco.

— Mi dispiace. Definitivamente? Che è successo?

— Non ne potevo più. Quell’uomo è un tormento, di una pesantezza unica. Aveva delle pretese assurde. Insopportabile. Basta. Volevo dirtelo.

— Pretese? Che voleva…?

— Dovrei compilare un elenco.

— Un esempio?

— Voleva fare sesso in continuazione.

— Ah…

— Anche se non ne avevo voglia. Era più un lavoro che un piacere. Più insisteva e meno a me veniva voglia. E mica lo capiva. Niente. Voleva che mi vestissi in un certo modo, che portassi certe mutande. Di fondo mi disprezzava. Sai i passivi aggressivi?

— Più o meno. Ma tu, come stai?

— Adesso meglio.

— Frequenti qualcuno?

— No, non è facile.

— …

Aggiunge altri particolari sgradevoli sul suo ex, continua a parlare come se io non ci fossi, un lamento ed uno sfogo al tempo stesso; ad un certo punto la interrompo, sono arrivato a destinazione. Il taxi sale la rampa dell’Aurelia Hospital immerso nel verde e si ferma nell’area parcheggio. Saluto l’autista e le auguro buon lavoro. La struttura che mi trovo davanti non è grande, almeno ad un primo colpo d’occhio, le palazzine dei reparti hanno una altezza contenuta. Entro e cerco di orientarmi seguendo la lista di cartelli con le indicazioni per i visitatori. Mi perdo ugualmente e finisco per chiedere aiuto. In fondo a sinistra, ascensore, secondo piano. Giovanni non è più in sala di rianimazione di cardiologia, tra qualche giorno, al massimo una settimana, dovrebbe essere dimesso, mi aveva detto quando l’ho chiamato al telefono. Mi assale un odore tipico di questi luoghi, una combinazione insistente tra cibo poco invitante e disinfettanti pungenti. Passo davanti alle stanze dei malati, sagome bianche allungano le gambe sotto i lenzuoli, occhi sconsolati incrociano il mio sguardo, un sommesso scambio di parole, accerchiato dall’audio di un televisore, mi accompagna. Ci sono donne e uomini in questo reparto, e il mio amico si trova alla fine del corridoio, lì dove c’è una grande finestra e la statua di una madonna, circondata da mazzi di fiori e bigliettini di ringraziamento e richieste di grazia. Mi soffermo davanti la Vergine, intorno c’è un silenzio che assorbe, come se in questo piccolo luogo votivo, si fosse creata un’isola impermeabile ai mali, dove affidarsi non richiede contropartite. Inaspettatamente prego, prego per me e la mia famiglia, prego perché nulla possa mai separarci. Chiedo protezione e appena l’ho fatto, mi dico di essere egoista, di pensare solo a me stesso, che una preghiera non può non comprendere anche gli altri, intendo quanto accade intorno a noi, e allora diventa un lungo elenco questa preghiera, tanto da farmi perdere l’intenzione e condurmi altrove con la testa, con la Vergine che non è più davanti a me, non sono più sulla sua isola di compassione. Ho perso il contatto e torno a Giovanni. Entro nella stanza che lo ospita. Ci sono tre letti in fila sulla destra, sul lato opposto un tavolo con delle sedie, ed una porta che porta alla toilette. Un ambiente spoglio, con i bracci di supporto dei televisori sopra i letti dei pazienti, che sono spenti; le pareti sono tinte per lo più di bianco, tranne una banda alta circa un metro da terra giallo paglierino. Nel primo letto c’è un uomo di circa 40 anni che sta in piedi e fa della ginnastica da fermo con degli auricolari con cui ascolta probabilmente musica; subito dopo c’è un signore più o meno sulla sessantina che si rivolta verso di me appena entro, mi fissa come se cercasse dentro di sé, da qualche parte in fondo, di riconoscermi; e lì, sul terzo letto vicino alla finestra che incornicia il fruscio delle fronde degli alberi all’esterno, c’è il mio amico che dorme. Mi avvicino lentamente, cammino con il timore di rompere qualcosa, di mettere un piede fuori posto, di alterare l’equilibrio tra cura e malattia che sembra regnare nell’atmosfera dell’ospedale, con il rischio di dover scontare una qualche punizione qualora gli eventi precipitassero malamente. Prendo una sedia, e mi avvicino a Giovanni che dorme, almeno credo. Infatti, appena sente la mia presenza inizia muovere le gambe, poi volta la testa verso di me e apre gli occhi acquosi; mi fissa con intensità, e sposta il corpo per rivolgersi verso di me; lo saluto, ci salutiamo. Mi attendeva, sapeva che sarei andato oggi.

 

— Il medico questa mattina mi ha detto che domani, al massimo dopodomani, mi dimettono. Stanno aspettando l’esito delle analisi.

— Torni a Roma o vai a Ladispoli quando esci di qui?

— A Roma, a Roma. È più comodo per la convalescenza.

 

È provato, come se si fosse arreso, il volto mi appare privo di tensioni. Temevo la sua reazione vedendomi così da vicino, con indosso solo la mascherina e invece no, sembra aver perso quella carica di allerta continua e di massima sicurezza che lo aveva contraddistinto in questi ultimi due anni di pandemia. Ha degli elettrodi attaccati e collegati ad un monitor cardiaco. Il cuore ha ripreso a funzionare regolarmente, l’intervento è stato risolutivo.

— Mi aspettavo di più dai vaccini. Mi hanno deluso.

— Perché?

— Credevo fossero la soluzione per mettere da parte il Covid e invece no.

— Forse all’inizio abbiamo creduto che fosse così.

— Sì.

— Ormai è chiaro, no? I vaccini, come ripetono all’infinito, “non evitano la malattia ma la rendono meno grave”.

— È vero. In questi giorni sono stato spesso solo qui dentro. Ho letto parecchio. Mi sono reso conto che le persone, che io stesso, confondo i fatti con le storie.

— E con il Covid che cos’ha a che fare?

— Non so, cioè sì. Insomma, che questa pandemia è o è stata l’immagine perfetta di questa enorme pasticcio tra fatti e storie.

— Non ti seguo benissimo.

— Non fa nulla.

— …

— Il mestiere di ognuno di noi è di creare delle storie. Ci sono delle storie, nient’altro…

Un lamento acuto alle mie spalle interrompe la nostra conversazione, dietro di me il signore sulla sessantina apre la bocca, come se volesse dire qualcosa e non riesce, gli manca il respiro; mi cerca con la mano, capisco che vuole il pulsante per chiamare gli infermieri, glielo prendo e lo suono per lui: una luce lampeggia e insieme parte un trillo di richiamo. Di passo veloce arriva una donna con casacca e pantalone blu, attorno al collo ha uno stetoscopio, si ferma di fronte all’uomo in difficoltà; cerca di calmarlo e gli appende subito la mascherina dell’ossigeno, ma lui continua faticare, gli occhi si chiudono, è come perso, vuole però essere vigile, continua a parlare, vuole dire qualcosa e non ce la fa: mi pare che ripeta il nome di “Teresa”. L’infermiera mentre controlla i parametri vitali, chiede aiuto ai suoi colleghi. Noi assistiamo alla scena rapiti. Per la mia testa non passa nulla, inconsapevolmente mi sento legato alla sorte di quest’uomo, a me pressoché sconosciuto. Il medico di turno decide che deve essere portato via. Un paio di operatori sanitari provvedono a togliere i fermi del letto, ad alzarne le barriere laterali, e lo spingono via verso una qualche altra destinazione, mentre la donna in casacca li segue, insieme al medico, dopo aver appoggiato la bombola sulla superficie del materasso dell’uomo malato. Adesso accanto, senza più quel letto, quell’uomo sulla sessantina che lo occupava, si è creato un enorme vuoto, pare un cratere e noi intorno sul ciglio che guardiamo in fondo senza riuscire a vederlo.

— Qui va così, a volte succede di notte…

— …

— Le parole…

— Le parole?

— …sono azioni: le parole sono azioni. Parlare è agire, intervenire sugli altri e sul mondo. Quando non si hanno più le parole come si fa?

— …

— Sai che penso?

— Dimmi.

— Che le parole a volte sono più pesanti dei fatti.

— …

— …

— Il tuo viaggio in Cina?

— In Cina?

— Sì.

— Non conta più. Vorrei però avere qui a Roma una casa degli amici, gli anni passano, e avere un luogo dove incontrarci, passare il weekend. Insomma, un posto dove stare assieme.

— Capisco.

Ci siamo lasciati con l’impegno di rivederci presto, di andare al chiosco di piazza Vittorio a prendere il fresco, di tornare a goderci una grattachecca, e prima – perché no? – una coppa di gelato da Fassi. Il tempo della visita era terminato e Giovanni non si fermava più, era come riemerso da quel suo parlare smozzicato che ci aveva accompagnato. Mi chiedeva degli amici che avevamo in comune, mi diceva che avremmo dovuto incontrarli, magari solo per bere un bicchiere al Pigneto. Pareva quasi volesse trattenermi, non mandarmi più via. Mentre uscivo dall’ospedale con il buon umore addosso, grazie a questo suo imprevisto fuoco di artificio di ricordi felici, ho iniziato a ripensare a quando ho iniziato a scrivere queste righe. Ricordo che avevo voglia di uscire di casa e di incontrare il maggior numero di persone, almeno per quanto le regole restrittive della pandemia, me lo permettevano. Volevo vederle e sentirle, qualcuno mi sarebbe anche piaciuto abbracciarlo. Poi ti accorgi che la concretezza di ogni singolo individuo è qualcosa che sfugge alle parole, le raggiunge in via approssimativa, per quanto accurata. Il tempo è passato e di giorno in giorno le cose sono cambiate, la certificata mutazione del virus non ha corrisposto ad una precisa registrazione delle nostre mutazioni, con la comprensibile esigenza di consegnare all’oblio, quanto prima, tutto quanto è in più, rispetto alle esigenze quotidiane. Siamo immersi nelle storie, alcune innocue altre no, per cui vale la pena distinguerle; in fondo la realtà sta là fuori perché la raccontiamo: un coniglio bianco è un coniglio bianco? Il coniglio bianco è forse un coniglio bianco? Il coniglio bianco è bianco quando raccontiamo che è un coniglio bianco? Questi due anni ognuno se li è raccontati a modo suo, non poteva essere altrimenti, e così continuerà ad essere. Certo, l’idea di una “casa degli amici”, non è male. È una bella storia. Maurizio è il suo cane, Lucia con la sua energia, e altri ancora. Con noi anche le persone care che non ci sono più. Ci staremmo bene.

Insieme.

Chiamo un taxi, questa volta lo guida un uomo. Quanti anni avrà? È solo? Fa i turni la notte?

21-06-2022 | © Riproduzione riservata

1 Comment

  1. Grazie per questo giro di Roma, è stato come accompagnarti nelle storie di queste persone. A quando il prossimo articolo?

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