Romagrama

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“Niente sarà come prima” si ripeteva spesso nei mesi del lockdown e, in fondo, questa fase due, almeno da un certo punto di vista, sta davvero mantenendo quelle utopiche promesse. In tutto il mondo è infatti scoppiata la “guerra al passato”, in nome di più nobili e giusti ideali.

Certo, se chi ripeteva quello slogan (“niente sarà come prima”) si riferiva quasi sempre a quello più recente, di passato, quello immediatamente precedente la pandemia, con le sue storture, col suo sfruttamento scellerato delle risorse ambientali e umane, la “guerra” in corso guarda piuttosto a un passato decisamente più distante nel tempo. L’abbiamo presa, insomma, un po’ alla lontana.

E così, mentre negli Stati Uniti il movimento Black Lives Matter sta abbattendo le statue di Cristoforo Colombo e altri simboli della storia americana, anche Roma, pur nel suo spirito più pacioso e indolente, ha trovato modi, apparentemente più pacifici, ma non meno efficaci su un piano simbolico, per riscrivere pezzi importanti del proprio “ieri”.

A parte certe azioni, un po’ a imitazione degli omologhi statunitensi, come l’imbrattamento con la vernice rossa di alcuni busti presenti al Pincio (operazione nata sulla scia di quella analoga eseguita a Milano contro la statua di Indro Montanelli) o il cartello “Via George Floyd” messo a coprire quello in travertino che indica la centrale Via dell’Amba Aradam (azioni che hanno provocato la risposta sdegnosa della sindaca di Roma, Virginia Raggi), è stata proprio la prima cittadina a compiere, in questi giorni, il “blitz” più efficace e devastante per riscrivere e rinominare un pezzo fondamentale della storia e della toponomastica romana del Novecento.

Dopo oltre quarant’anni di onorata e nobile carriera, è infatti scomparsa improvvisamente (qualcuno dice anche prematuramente) l’Estate Romana, quella figlia del pensiero e dell’opera del fu assessore Renato Nicolini, che tanto impatto ebbe nella vita della nostra città e che per quarant’anni venne spesso presa ad esempio e clonata in centinaia di iniziative analoghe create nelle altre città d’Italia e del mondo. Al suo posto è nato un nuovo brand, di sicura efficacia mnemonica, anche se al momento del tutto privo di storia e di appeal: RomaRama. Così si chiamerà, d’ora in poi, il “contenitore” di iniziative culturali e di spettacolo della capitale.

“Me ne assumo la responsabilità – ha dichiarato subito il vicesindaco Luca Bergamo, rivendicando la paternità del nuovo nome – Il suffisso rama deriva dal greco, vuol dire guardare e ricorda il cinerama”. Se è per questo, aggiungo io, ricorda anche le Bananarama (nota band femminile anni Ottanta, quella di “I’m your Venus, I’m your fire…”), oltre che una divinità indiana (“Hare Rama, Hare Krishna…”), ma certo sottolineare le radici greche del termine fa indubbiamente la sua porca figura e riesce forse, dall’alto di una ideale Acropoli, a zittire immediatamente gli scettici e il volgo, sin qui ignaro di queste nobili radici.

Certo è che, mentre quella di Luca Bergamo è, anche dichiaratamente, una operazione di marketing (oltre tutto calata un po’ dall’alto e senza grosso preavviso), l’Estate Romana fu un’idea che nacque poco alla volta e non per volontà di qualche “guru” della pubblicità, bensì strutturandosi e adattandosi poco alla volta alle esigenze della città, per trascinarla fuori, sempre poco alla volta, dal clima dei cosiddetti “anni di piombo”.

Tutto ciò sotto la guida iniziale di Renato Nicolini, ma con un coinvolgimento corale e popolare sempre più vasto, che ha poi reso l’Estate Romana, di fatto, sì un “brand” riconoscibile, riconosciuto e via via sempre più apprezzato, ma quasi contro le intenzioni stesse del suo ideatore, che aveva immaginato il contenuto senza preoccuparsi troppo del contenitore, del “logo”, del “packaging”. Cambiarne il nome significa quindi cancellare con un tratto di penna anche quella storia e quel percorso, che quelli più bravi definirebbero “partecipato”.

Il complesso di Edipo

Forse è utile ricordare che Luca Bergamo, sebbene ora vicesindaco della giunta pentastellata della capitale, viene proprio da quello stesso passato politico e culturale di cui Nicolini fu uno dei principali interpreti e animatori. Bergamo fu infatti dirigente della FGCI, la sezione giovanile del Partito Comunista Italiano, collaborò con alcune giunte di centrosinistra e, negli anni Novanta, fu l’ideatore di quel festival “Enzimi”, che molti miei coetanei ricordano e che fu proprio la rivitalizzazione in chiave giovanile delle idee e dell’azione politica e culturale inaugurata da Renato Nicolini, venti anni prima, con l’Estate Romana.

Luca Bergamo. Foto di Ajuntament Barcelona, diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

In quel mondo greco, che pare a lui tanto caro, Luca Bergamo sarebbe quindi il simbolo perfetto di un novello Edipo, che finisce, suo malgrado, per uccidere il proprio padre spirituale (Renato Nicolini, alias Laio, il re di Tebe), per ottenere le grazie della sua amata Virginia (con la Raggi nelle vesti che furono di Giocasta).

Con Luca Bergamo è però forse quasi tutta la nuova generazione di quella che fu la sinistra romana (quella che scende da Veltroni in giù, fino agli attuali trentenni), che sta finendo per rinnegare e involontariamente “uccidere” l’opera e l’esempio dei propri padri, il loro lascito, la loro storia, positiva e negativa, cancellandone o sfigurandone il ricordo, rincorrendo operazioni di facciata che cambiano i nomi, i loghi, le immagini, senza preoccuparsi dei contenuti.

Rama, come ci ha ricordato il vicesindaco, è un suffisso greco che indica la vista. Non a caso fu proprio la vista quella che Edipo si tolse dopo l’omicidio, conficcandosi uno spillone negli occhi per punirsi della morte del padre, finendo poi la propria vita in esilio, prima di sparire misteriosamente in un abisso che conduceva agli inferi. Questo ci tramanda quel racconto. Ecco, in quell’antico mito, i greci avevano forse intuito, ovviamente sotto forma simbolica, che chi rinnega il proprio passato, chi “uccide” le proprie radici, non avrà più alcuna chiara visione del futuro ed è destinato a scomparire.

Per questo cambiare nome a un pezzo importante del nostro passato cittadino, quale è stata l’Estata Romana, così come cambiare nome a una via, oppure rimuovere una statua, non è un modo per emanciparci, per correre verso il futuro: bensì è spesso un modo per negarlo, quel futuro, per renderci ciechi, per scendere rovinosamente agli inferi, come Edipo, costruendo una Roma che, forse, più che “rama”, potrebbe definirsi “grama”, cioè, come ci insegna il dizionario: povera, meschina e portatrice di sventura.

23-06-2020 | © Riproduzione riservata

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