Lacrime inutili sulle librerie

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Reagiamo alla chiusura di una libreria come a un fatto triste, figuriamoci se a chiudere sono state più di 200 librerie in 10 anni, dal 2007 al 2017, come dice, numeri alla mano, la Confcommercio. A giudicare dalla nostra reazione in realtà, sembra che qualcuno stia uccidendo non le librerie ma i libri stessi, la cultura della lettura. Ma in realtà non è così: a rischio è invece il mestiere di libraio. E ovviamente anche il panorama commerciale della città, conquistato sempre più dal magna-magna, il cibo, a portar via o a consumare sul posto.

In un bel reportage pubblicato qualche mese fa su Internazionale, intitolato Il delitto perfetto, indagine sulla chiusura delle librerie a Roma, Claudio Morici elencava le varie ragioni che stanno complessivamente dietro tante saracinesche abbassate: la diffusione delle catene (come Feltrinelli, che peraltro chiuderà tre sedi nella Capitale); gli store online (più di un libro su cinque nel 2017 è stato venduto online); gli eBook e gli audiolibri (nel 2018 il 17% dei lettori li ha usati almeno una volta); la politica degli sconti; la scarsa propensione italiana alla lettura e dunque la scarsa considerazione per i libri; perfino, dice qualcuno, il boom di titoli pubblicati, con un eccessivo ricambio sugli scaffali in troppo poco tempo.
Insomma, non c’è un colpevole a cui ascrivere tutto questo, purtroppo. Però, continua la serie di articoli di giornalisti e scrittori che piangono sul latte versato ma non sembrano pensare a come spegnere il fornello.
Allora, proviamo a uscire dalla solita retorica del “che tristezza, ha chiuso la libreria tal dei tali”. A cercare qualche spiegazione e a dare un po’ di indicazioni.

Foto Dire

 

Meno librerie per tutti

Prima di tutto: le librerie chiudono in tante altre città e tanti Paesi, anche dove si legge più che in Italia. Negli Stati Uniti, il mercato dei bookstore ha registrato tra il 2014 e il 2019 un calo di quasi 20.000 esercizi, con una diminuzione del fatturato di settore del 3,3% (dati IbisWorld).
Ma sono aumentate le librerie indipendenti: in 10 anni, dal 2009 al 2019, sono diventate 2.500 (dai MarketPlace). E sono cresciute le vendite di libri. Nel 2017 del 2%, secondo Publisher Weekely (e il settore delle librerie indipendenti ha registrato +5% dal 2017 al 2018).
In Francia, al contrario, tra il 2017 e il 2018 c’è stata una flessione (dati Livres Hebdo), ma hanno tenuto i fumetti e in generale l’editoria per giovani.
In Gran Bretagna, secondo Nielsen BookScan, le vendite nel 2018 sono aumentate in valore del 2,1% e in volume dello 0,3%.

 

Un fotogramma del documentario “Inside an Indie Bookstore”

Polvere di libri

La libreria Feltrinelli International di via Vittorio Emanuele Orlando è stata un posto importante, perché ci si potevano trovare un buon numero di libri esteri in lingua originale appena pubblicati e anche classici. Non ci andavano solo stranieri, ma anche italiani interessati a leggere un certo libro presto e in originale. Da anni, però, quella libreria era più altro una specie di magazzino, che riuniva pochi titoli nuovi, molti (troppi) classici, dvd e altro. Oggi un libro pubblicato all’estero in lingua originale si può comprare in versione eBook in pochi istanti o in cartaceo facendoselo spedire in pochi giorni. Quindi una libreria fisica internazionale non ha più senso, da un punto di vista commerciale (e chi vende i libri non campa d’aria). Mentre potrebbe avere senso avere più titoli esteri disponibili in vari negozi della catena, sotto gli occhi dei lettori, insieme a quelli in italiano.

In Italia si pubblicano tanti libri: 66.000 mila novità in libreria contre le 13.000 del 1980 (lo scrive Morici). E subito tutti a dire: ah, che roba, ci sono più scrittori che lettori. Come se scrivere un libro debba essere cosa riservata solo a una speciale categoria di persone, gli scrittori, appunto, a numero limitato. Una professione esclusiva, riservata alle penne (ai computer, in realtà) più fini, selezionate non si sa bene con quali criteri.
Siamo sicuri che sia così? Non è che la diffusione della scrittura di romanzi, saggi, memorie etc in realtà fa parte della diffusione della cultura, della libertà di espressione, delle possibilità offerte da un tenore di vita più elevato?

Peraltro, questa specie di riprovazione per il numero eccessivo di scrittori va di pari passo con l’esecrazione (largamente immotivata e conservatrice) per l’abitudine dei più giovani a utilizzare più il formato video, soprattutto via smartphone, che quello del libro. Siamo sicuri che però con un numero più ampio di scrittori (mi azzarderei a dire che si tratta anche di un fatto democratico) calano necessariamente i lettori e i libri letti? Al massimo abbiamo più varietà, il che non è per forza un male.

Secondo i dati dell’Associazione Italiana Editori, diffusi a giugno 2019, l’Italia resta storicamente uno dei paesi Ue in cui si legge meno, con un 60% di italiani (nel 2018) che ha letto almeno un libro l’anno e un 64% che ha usato anche eBook o audiolibri. Però dopo il 2012, anno in cui si è registrato un calo cospicuo (-8%) delle vendite in tutti i canali – librerie, online, etc – la situazione è progressivamente migliorata. Calano i libri (cartacei, ebook, audiolibri etc) venduti nei supermercati, ma quelli comprati online oggi sono il 20% del totale.

Foto di Actualitté diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

 

La speranza è nei più piccoli

E c’è un altro dato da non sottovalutare. Il 91% (avete letto bene) dei bambini tra i 4 e i 9 anni leggono, o si fanno leggere, libri.
È vero che gli italiani fanno pochi figli, ma si tratta di un dato assolutamente confortante per il futuro, perché dove ci sono più libri, c’è più chance di leggere. Ed è anche per questo che c’è un tipo di librerie in crescita, in questo panorama altrimenti desolante: quelle per bambini e ragazzi. Come, avrete notato, c’è anche una crescita di periodici dedicati ai kids, fatti bene. Perché i ragazzini orientano maggiormente le spese delle famiglie, è vero, ma anche perché le librerie per bambini non offrono solo libri, ma laboratori, iniziative, letture guidate, giochi, in certi casi perfino mini-centri estivi.

Foto di Nicola diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

 

Vendere non solo libri

E questa è una chiave che riguarda anche le altre librerie: vendere solo libri spesso non basta. Le librerie che si attrezzano al futuro offrono di più. Sono presenti sul web o comunque sui social. Si specializzano su certi settori, vendono anche altro, merchandising di oggetti vari, non solo legati ai libri, ma anche a musica, cinema, serie; hanno magari un piccolo bar, fanno iniziative a latere, come reading, seminari e laboratori con le scuole, incontri con gli autori. Certo, non è facile fare una presentazione che riesca bene: se il libro non è passato in tv (sempre meno importante), o non è stato promosso dagli influencer di turno o comunque sul web, o non tocca un argomento molto particolare dove funziona il passaparola (che conta oggi in oltre il 25% degli acquisti, secondo l’Aie), gli spettatori bisogna portarseli da casa. 

Foto dalla pagina Facebook della libreria Giufà di San Lorenzo a Roma

Poi ovviamente c’è la politica.
E allora può aiutare (ed è stato anche fatto in passato a Roma) concedere ad aspiranti librai indipendenti spazi a prezzo ridotto in certi quartieri. A livello nazionale, servirebbe forse ridurre gli sconti online (anche se sarebbe un po’ una distorsione del mercato pure quella, perché così non si incoraggiano i consumatori-lettori). Ma soprattutto, è utile riempire di libri le biblioteche, che sono posti deputati, invitare a leggere (“leggere non sopporta l’imperativo”, scriveva Daniel Pennac in un bel libro), fare scoprire il piacere di leggere, che magari significa pure far leggere qualcosa di più moderno e attuale e comprensibile nelle scuole, invece che ripetere i soliti polverosi programmi. Perché è più importante imparare a leggere e a capire quel che si legge, che leggere i i soltanto classici “perché si deve”.

[La foto del titolo è di Bill Smith ed è stat diffusa su Flickr.com con licenza creative commons]

 

09-01-2020 | © Riproduzione riservata

3 Comments

  1. Grazie! Bell’articolo. Solo un commento: sul fatto che una libreria internazionale non ha senso, non sarei così sicuro. La libreria francese di Roma mi sembra che va piuttosto bene, forse perché molto orientata verso i settori nei quali la qualità di stampa è importante (e perciò il libro elettronico funziona meno bene): “Beaux livres”, libri per bambini e fumetti.

    • Grazie. Credo però che la libreria francese abbia un rapporto più stretto con la comunità scolastica francese e sia anche sostenuta dall’istituzione francese del libro, la CNL. In ogni caso organizza diverse attività intorno ai libri (Massimiliano Di Giorgio)

  2. molto completo Massimiliano, mi permetto solo di eccepire su un punto: non è vero che intervenire sullo sconto distorce il mercato, invece sta avvenendo il contrario: per mantenere una politica di vendita basata sullo sconto gli editori hanno aumentato sensibilmente il prezzo del libro, parliamo di 15 euro invece di 12, di 18 invece di 15. Un aumento tale non ti consente di comprare il libro a prezzo pieno e rende più attrattive le piattaforme on line che propongono sconti fissi al 25%, neanche al 15 come vorrebbe la legge levi. Sono i grandi editori proprietari anche della maggior quota di mercato e tutti gli altri che si sono messi nella scia che hanno deciso di chiudere i punti vendita al dettaglio, indipendenti o meno, riducendo l’ampiezza del mercato per concentrare il guadagno. L’omicidio perfetto delle librerie ha dei responsabili ben individuabili e la politica non è intervenuta finora, come pure le associazioni che si sarebbero assunte il ruolo di farlo, perché andrebbero contro ai propri finanziatori.
    da libraia quando vedi che il margine sul libro tolto lo sconto si riduce al 10/15% ti rendi conto che tutto quel lavoro fatto per promuovere il libro non è ripagato. Economicamente non è ripagato. Le librerie per bambini basano i propri fatturati su un lavoro completamente diverso da quello del libraio, così come lo si è raccontato fino ad oggi. Come ha giustamente sintetizzato una delle libraie del circuito qualche giorno fa, per fare il libraio ti devi trasformare in influencer, aprire lo sportello di ascolto letterario, proporre i servizi che non trovi da nessuna parte. quella insostenibile leggerezza del margine ti si riversa tutta sull’insostenibile carico di lavoro che devi mettere in atto per compensare la distanza con un lavoro “pagato”. E allora diciamolo chi sono i colpevoli. Perché a furia di fingere che lo sconto sia per i lettori alla fine ne resterà solo uno degli attori in gioco. E io non credo sarà né l’autore né l’editore.

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