Via Nicola Zabaglia

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Non è facile, ma quando in particolari circostanze orarie o stagionali si riesce a vederlo senza le consuete due file di macchine parcheggiate al centro, l’inizio di via Zabaglia rivela i suoi spazi quasi da piazzale, che quell’occupazione pressoché costante divide a metà.

Zona di confine, non soltanto per via delle mura, il primo tratto della strada passa in mezzo a due cimiteri.

Molto diversi, come uno sguardo anche sommario basta e avanza a rivelare.

Uno è il famoso cimitero acattolico – luogo in cui la morte aiuta a dire che la vita è bella – e l’altro il cimitero di guerra per i britannici caduti in Italia durante il secondo conflitto mondiale.

È sepolcrale, a pochi passi, anche ciò che resta di Campo Testaccio, casa dell’Associazione Sportiva Roma dal 1929 al 1940 e piccolo stadio di quartiere per vari decenni successivi.

Una targa sulla recinzione ne ribadisce la gloria, fisicamente inghiottita da una boscaglia che riveste spietata il terreno, accerchiando quattro piloni per l’illuminazione che paiono reliquie in un mondo senza più calcio.

Ed è confine, dall’altra parte della strada, anche il Monte dei Cocci, impennata altimetrica che risponde a quella spianata dolente circondandosi di locali e ristoranti: vita, per intenderci.

L’avvallamento di via di Monte Testaccio precede e amplifica quello scarto, rendendo cerniera tra i mondi la rampa di scale breve e sbreccata che scende morbida da via Zabaglia, pezzo forte di un trittico che conta altre due piccole scalinate poco distanti, miste di tufo e mattoni in terracotta.

Una specie di esedra con un’anfora, simbolo del quartiere, se ne sta in cima alla prima scala, splendida e malconcia come una principessa in miseria.

Favola vorrebbe che qualcuno la portasse al ballo, o a cena, o a vedere la partita.

[Alessandro Mauro è l’autore di Se Roma fatta a scale (Exòrma, 2016) e Basilio – Racconti di gioventù assoluta (Augh!, 2019)]

09-03-2022 | © Riproduzione riservata

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