Campidoglio a suon di slogan

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È ormai partita la battaglia per la conquista della poltrona di primo cittadino e le strade di Roma cominciano a riempirsi di manifesti elettorali dei principali aspiranti sindaci. Tra cartellonistica e volantini, spot e autobus brandizzati, analizziamo le immagini e gli slogan scelti dai principali candidati – in rigoroso ordine alfabetico – per questo avvio di campagna elettorale, dando un primo voto a ciascuno di loro.

 

Carlo Calenda: Roma, sul serio.

Tra Nosferatu e Mario Brega

La photoshoppatissima immagine di Carlo Calenda ha già conquistato Roma. L’ex ministro è stato il primo degli sfidanti dell’uscente Virginia Raggi a lanciare la propria candidatura ed anche il primo a partire con spot e manifesti. Oggi non c’è autobus dell’Atac o via della Capitale in cui non campeggi l’immagine del figlio di Cristina Comencini, ritratto a mezzo busto, accanto a uno slogan efficace e senza fronzoli: “Roma, sul serio”.

In tutte le immagini il colore dominante è il blu, con qualche tocco di giallo a ravvivare l’insieme. Il volto di Calenda è curiosamente raffigurato con una luce proveniente dal basso. Una scelta iconografica che, di solito, è usata per rappresentare i cattivi, anzi i cattivissimi, come nel caso del recente videogioco “Evil Genius” (ovvero “Il genio del male”), nella cui nuova pubblicità compare proprio una sorta di “Calenda, sul serio” privo di capelli.

Forse è che il buon Carlo era stanco di sentirsi dare del pacioccone, di vedere i propri detrattori politici che lo raffiguravano, sarcasticamente, come un bambino viziato e sovrappeso e allora, per terrorizzare gli avversari, ha dato ordine ai propri grafici di smagrirlo sapientemente in fotografia e di dotarlo del tocco un po’ diabolico di un “Nosferatu de’ Noantri”.

D’altronde, l’aria da cattivo aveva provato a ritagliarsela – con discutibile successo – anche nel video con cui aveva aperto la propria campagna elettorale, condiviso molto sui social, nel quale sfidava il noto influencer capitolino “Er Faina”, con toni che volevano essere minacciosi, ma che apparivano quelli di un nipotino sfigato e un po’ nerd di Mario Brega: “Sta mano po’ esse piuma e po’ esse fero…”

L’investimento economico messo in campo da Carlo Calenda è in ogni caso notevole. La sua immagine, pur con tutti i difetti, non passa inosservata. Se l’obiettivo di una campagna elettorale è raggiungere il “bene o male, purché se ne parli”, quell’obiettivo può dirsi raggiunto.

VOTO: 7

 

Roberto Gualtieri: Roma. E tutti noi.

Avanguardia russa in salsa USA

Non fosse stato per Calenda, del fatto che anche Roberto Gualtieri avesse lanciato la sua campagna elettorale per Roma non se ne sarebbe accorto praticamente nessuno. Poi, forse per dare un po’ di sale alla sfida, forse perché si è ricordato che un tempo erano compagni di partito, Il leader di Azione, con un tweet, ha ricordato al mondo l’esistenza di Gualtieri, accusandolo di aver realizzato dei manifesti copiati da quelli di Alexandra Ocasio-Cortez, la deputata e ambientalista americana.
L’accusa – piuttosto tirata per i capelli – è stata subito rilanciata da Enrico Mentana, che, forse a corto di notizie, è riuscito persino a montarci su un dettagliato articolo, apparso nei giorni scorsi sul suo quotidiano on line “Open”.

Certamente, nei due manifesti, entrambi i candidati guardano in alto a destra e hanno scritte in diagonale sullo sfondo, ma è anche vero che le due immagini si differenziano nettamente per scelta cromatica – giallo e blu per Ocasio-Cortez, verde acqua e rosso per Gualtieri – e, soprattutto che, più che copiarsi l’un l’altra, entrambi prendono ispirazione dalle avanguardie russe dei primi del novecento, dalle immagini realizzate dal grafico Alexander Rodchenko, che molto peso ebbero nella propaganda e nell’iconografia dell’allora neonata Unione Sovietica.

D’altronde, in un PD che, per tacitare le accuse di un’inarrestabile trasformazione di stampo conservatore (quella che, a detta di alcuni, ha inevitabilmente portato il partito al governo con gli un tempo odiatissimi Silvio Berlusconi e Matteo Salvini) sta provando a rifarsi un’improbabile “verginità neocomunista”, con Enrico Letta che vanta in tivù strettissime parentele nientemeno che col fondatore del PCI, Antonio Gramsci; in un PD così, dicevo, provare a scopiazzare dei manifesti leninisti è un qualcosa che va in quella stessa direzione.

L’effetto finale è comunque quello di un’immagine – e uno slogan – senza infamia e senza lode, tecnicamente ben fatta, ma incapace di colpire l’immaginario. Un compitino portato a termine senza errori marchiani, ma anche senza colpi di genio, da sufficienza stiracchiata.

VOTO: 6 –

 

Enrico Michetti: Michetti chi?

Da mister nessuno a icona pop

Enrico Michetti è la più grande incognita di questa campagna elettorale capitolina. Riuscirà questo semi sconosciuto – noto forse solo agli ascoltatori di “Radio Radio” – che non ha mai fatto politica, che nei comizi e nelle interviste non attacca mai i propri avversari, trattandoli sempre con uno spiazzante rispetto, a conquistare i voti dei romani e le simpatie di un centrodestra abituato finora a ben altro stile?

È la scommessa che ha deciso di giocarsi Giorgia Meloni – sua principale madrina politica – lanciando nell’agone capitolino un “Mr. Nessuno”, un Carneade che un attimo dopo lei ha provato a ribattezzare subito: “Mr. Wolf, che risolve i problemi”, citando il personaggio creato da Quentin Tarantino nel film “Pulp Fiction”.

Il tentativo dello staff di comunicazione di Enrico Michetti è dunque quello di trasformare la principale debolezza del candidato – la sua scarsa notorietà – in un punto di forza, facendo di lui, da perfetto sconosciuto che era, una sorta di moderna “icona pop”. Per riuscirci davvero occorre però molto tempo e molto molto denaro, con una campagna martellante capace di colpire l’immaginario. Tutti elementi che non è detto siano dalla parte di Michetti.

Ad ogni modo, i suoi cartelloni autoironici, con lo slogan “Michetti chi?” – a cui segue, più in piccolo, un “Sono Michetti, risolvo problemi” – giocati proprio a presentare come motivo d’orgoglio la propria scarsa notorietà e a ricordare la trovata comunicativa della leader di Fratelli d’Italia, viaggiano decisamente ed efficacemente verso quella direzione.

Un po’ banalotto però lo stile grafico. Certamente pulito e senza difetti evidenti, col candidato ritratto tra Castel Sant’Angelo e San Pietro e le scritte bianche su un fondo dalla dominante blu. Ma il tutto appare anche senza elementi di richiamo, senza spunti grafici creativi e originali, immediatamente riconoscibili, che attraggano e facciano soffermare l’occhio.

Per questo, all’ottimo voto che ottiene l’idea di fondo e l’efficacia degli slogan fin qui adottati, va sottratto, come minimo, un doppio meno.

VOTO: 8 – –

 

Virginia Raggi: ????

All’ombra del Colosseo

Tra i “top player” di questa campagna elettorale, l’unica sinora non comparsa su manifesti e cartelloni, è la sindaca in carica. Alle prese con un partito lacerato – anche in ambito locale, oltre che in quello nazionale – e impegnata nei doveri connessi al proprio ruolo ufficiale, non è da escludere che Virginia Raggi attenderà l’ultimo momento per lanciare comunicativamente la propria sfida.

Nel frattempo, in attesa di vedere il suo volto ritratto per le vie della città, a parlare per lei è la sua attività, le sue conferenze, le sue recenti gaffes. Fra queste spiccano quelle connesse al Colosseo, prima scambiato dal suo staff con l’Arena di Nimes, poi da lei stessa arricchito, con un lapsus, da un’improbabile cupola rinascimentale.

Di certo, il momento per lei non pare dei più promettenti, ma già un anno fa veniva data per morta e sepolta, eppure oggi, nonostante tutto, i sondaggi la danno ancora in corsa per poter competere da pari a pari con gli altri principali candidati, senza escludere a priori la possibilità che riesca a entrare nel ballottaggio finale.
Pertanto, ogni giudizio non può che risultare sospeso, in attesa dei futuri sviluppi.

VOTO: S.V.

 

09-07-2021 | © Riproduzione riservata

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