Per chi vota Caltagirone

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Francesco Gaetano Caltagirone è uno delle persone più ricche d’Italia e tra le prime mille più facoltose del Pianeta, come indica la classifica di Forbes, che è un po’ l’annuario del capitalismo mondiale. Siamo lieti per lui, non soffriamo certamente di invidia sociale.
Come imprenditore e come editore, però, le dichiarazioni e gli atti di Caltagirone hanno un impatto non solo sul suo patrimonio, ma anche sulla città e sulla vita dei cittadini.

Nel 2008, Caltagirone sostenne di fatto il candidato di centrodestra Gianni Alemanno alle elezioni per il sindaco, bocciando l’operato di Walter Veltroni e chiedendo “discontinuità” in Campidoglio. Anche se per anni l’imprenditore aveva intrattenuto ottimi rapporti con il centrosinistra a partire dalla giunta comunale guidata da Francesco Rutelli (che correva proprio contro Alemanno), grazie al Modello Roma, che proponeva di fatto un’alleanza politica con costruttori e banchieri romani.
Nell’ultimo periodo della giunta Veltroni, però, i rapporti si erano deteriorati, anche a causa dei dissapori sul nuovo piano regolatore.

2013: l’ex sindaco Gianni Alemanno tra l’ex ministro Giulio Tremonti e Fabio Corsico, dirigente del Gruppo Caltagirone. Foto pubblicata su Flickr.com con licenza creative commons

Appena arrivato in Campidoglio, Alemanno cambiò in anticipo i vertici dell’Acea (di cui il Comune ha il 51%) per far posto a Marco Staderini, ex amministratore delegato di Lottomatica, ex membro del Cda Rai, legato all’Udc di Pier Ferdinando Casini, all’epoca genero di Caltagirone. Il finanziere, peraltro, era in quel momento il secondo azionista di Acea, dopo il Comune.

Nel 2013 comunque, Alemanno nominò anche i nuovi vertici di Acea tra il primo e il secondo turno delle elezioni comunali. Il nuovo AD era Paolo Gallo, già direttore generale di Acea, che restò al comando pochi mesi e se ne andò con una bella buonuscita per andare a lavorare in un’altra società, Grandi Stazioni, di cui Caltagirone era uno degli azionisti maggiori.

Com’è andato, per la città, il “quinquennio Alemanno”, è ormai agli atti della storia e anche della giustizia.

Alle elezioni del 2013 Caltagirone provò a lanciare Alfio Marchini verso il Campidoglio (anche qui, l’operazione era concordata con l’ex genero Casini e con l’Udc), ma trovò invece sulla propria strada Ignazio Marino, il sindaco che aveva vinto a sorpresa le primarie del centrosinistra e che voleva ridimensionare il peso del proprietario del Messaggero in Acea. 

2015: l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino. Foto pubblicata su Flickr.com con licenza creative commons

Abbattuto Marino dalla sua stessa maggioranza, nel 2016 Caltagirone ha dovuto fare i conti però con Virginia Raggi e il M5s, contro cui ha sparato a palle incatenate, anche attraverso i suoi media. Alla fine, il Gruppo Caltagirone ha venduto buona parte del suo pacchetto azionario in Acea alla francese Suez, di cui è diventato comunque azionista (con meno dell’1% odierno), mantenendo oggi l’1,3% dell’azienda di energia e acqua.

In questi anni, attraverso i suoi media, Caltagirone ha comprensibilmente continuato ad attaccare la giunta M5s, (e certamente non è stato il solo, ma per ragioni anche diverse). E ora che le elezioni sono vicine, può pensare di tornare a contare di più in politica, e anche negli affari romani. Come? Sostenendo, di fatto, il candidato del centrodestra Enrico Michetti o quello indipendente Carlo Calenda.

2019: l’attuale sindaca di Roma Virginia Raggi. Foto pubblicata su Flickr.com con licenza creative commons

In questo caso, il motivo per criticare il centrosinistra, il “Messaggero” di Caltagirone lo ha individuato nel dibattito che qualche giorno fa i candidati alle primarie, l’ex ministro Roberto Gualtieri in testa, hanno tenuto all’interno dello Spin Time Labs. Si tratta di un edificio occupato da anni, al confine tra Esquilino e San Giovanni, che ospita numerose famiglie senza casa. Occupazione che è balzata anche all’onore delle cronache quando, nel 2019, l’elemosiniere pontificio, il cardinale Konrad Krajewski, si recò a portare la propria solidarietà dopo che all’edificio era stata staccata la corrente (non perché non fosse stata pagata la bolletta, ma perché una legge voluta dal governo di centrosinistra di Matteo Renzi vieta l’erogazione di energia a edifici occupati).

Nell’edificio che oggi ospita lo Spin Time c’era un tempo la sede dell’Inpdap (soppresso nel 2011 e confluito nell’Inps: il palazzo è di proprietà della Idea Fimit Sgr, che è diventata nel frattempo DeA Capital Real Estate SGR, controllata dalla De Agostini). Contro lo Spin Time, e altre occupazioni, il Messaggero conduce da tempo una rigida campagna “legalitaria”, accusandole in sostanza di essere locali notturni e centri ricreativi dove si beve, mangia e danza senza rispettare obblighi fiscali, sanitari eccetera.

2019: il candidato sindaco Carlo Calenda. Foto pubblicata su Flickr.com con licenza creative commons

Dietro la posizione law & order, però, c’è anche un discorso economico. Poco prima della pandemia, a Roma si scommetteva sulla ripresa in grande stile dell’immobiliare. Non tanto per costruire nuove case (a Roma e in tante altre città c’è il paradosso di un patrimonio edilizio ampiamente disabitato e tante famiglie che invece devono fare i conti con gli sfratti), quanto per riconvertire a nuovi scopi edifici abbandonati ed entrati nel portafoglio delle grandi società. Passata la pandemia, il piano non sembra cambiato: bisogna investire in ricostruzioni e ristrutturazioni di grandi palazzi, grazie anche al sostegno di banche di peso. Di qui, la necessità di togliere di mezzo le occupazioni, abitative e non, che intralciano i progetti.

Che Caltagirone agisca per interesse proprio e della categoria a cui appartiene non è strano. Ma è strano invece che le forze politiche non si pongano il problema di quello che l’agenda di Caltagirone e soci rappresenta per la città.
Calenda (che pur se indipendente raccoglie diversi consensi nel centrosinistra) ha sparato subito contro le occupazioni e contro il Pd, in consonanza con Michetti. Lo stesso ha fatto la sindaca Raggi. 

Il centrosinistra ha, piuttosto timidamente, posto il problema del “diritto all’abitare”, come ha detto Gualtieri, ma si è affrettato a prendere le distanze dalle occupazioni.
Il punto però, è che le occupazioni sono state – e rischiano di restare – una risposta alla sistematica mancanza di risposte al citato “diritto all’abitare”.
Certo che abbiamo un problema storico di case popolari – e locali commerciali di proprietà pubblica  – occupate da persone senza titolo (fenomeno che non ha colore politico, talmente è sempre stato vasto). Ma c’è anche una mancanza di case popolari, per coprire la necessità delle persone, comprese quelle che lasciamo da anni accampate nei cosiddetti “campi nomadi” (dove abitano tutt’altro che nomadi, ma senza casa: e quei campi costano alle casse comunali tanti soldi buttati dalla finestra, letteralmente, come segnala da anni l’Associazione 21 Luglio).
E non hanno fin qui funzionato, a quanto pare, neanche le soluzioni ideate negli anni Novanta, come l’agenzia comunale che doveva mediare tra proprietari di appartamenti e persone in cerca di casa.

2017: il candidato sindaco Roberto Gualtieri. Foto pubblicata su Flickr.com con licenza creative commons

Questo è un problema sociale e politico, prima ancora che di efficientismo o legalità, come vorrebbero Calenda, Michetti & C., che riguarda migliaia e migliaia di persone.
In una campagna elettorale che continua a essere piuttosto incolore e incomprensibile, questo è un tema importante, e anche divisivo. E il centrosinistra, che oltretutto rischia di non arrivare neanche al ballottaggio, dovrebbe porlo al centro del dibattito coscientemente, invece che giocare in difesa.

[La foto del titolo è stata diffusa dal Caltagirone Group su Flickr.com con licenza creative commons]

18-06-2021 | © Riproduzione riservata

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