Porpora e oro

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“Quell’esse, pi, ccu, erre, inarberate / sur portone de guasi oggni palazzo / quelle sò cquattro lettere der cazzo / che nun vonno dì ggnente, compitate”. No, nonostante il turpiloquio, queste non sono parole der Faina, né battute prese da un film der Monnezza. A parlare è “sua maestà” Giuseppe Gioacchino Belli, con quello spirito dissacratorio che noi romani conosciamo bene: quello che ci porta, in apparenza, a disprezzare i simboli stessi della nostra città, salvo poi amare Roma nel modo più profondo.

Quel sonetto del Belli, datato 1833, è una delle prove che l’attuale stemma capitolino – lo scudo rosso porpora, sormontato da una corona, su cui campeggia, in giallo oro, la scritta obliqua SPQR – ha una sua storia plurisecolare. La notizia, a differenza di quanto in molti potrebbero credere, non è affatto così scontata. Già, perché quel simbolo, non fu adottato ai tempi dei leggendari sette re, né in quelli dei ben più numerosi imperatori romani, bensì molto più di recente, esattamente nel 1884, cioè dopo l’unità d’Italia, dall’allora sindaco Leopoldo Torlonia. Dunque, è un simbolo “giovane”, che non ha ancora compiuto i 150 anni: praticamente un niente nella storia dell’Urbe.

Lo scudo di Numa Pompilio

L’operazione che il sindaco Torlonia si accinse a fare in quel lontano – ma non troppo – anno domini 1884, fu però quella di sintetizzare segni e leggende antichissime legate alla città, trasformandole in un’immagine che di Roma potesse diventare il simbolo unico e riconoscibile nel mondo.

La prima fra queste leggende è legata a uno scudo miracoloso, uno scudo che cadde dal cielo, forse per opera di Marte, durante il regno di Numa Pompilio. Si tratta del cosiddetto “Ancile”, uno scudo di bronzo arrossato, che comparve misteriosamente a proteggere Roma, durante una processione tenuta per invocare l’aiuto divino contro una pestilenza che affliggeva la città. Lo scudo era così potente, che, immediatamente dopo la sua apparizione, l’epidemia cessò.

La ninfa Egeria rivelò allora che chi avesse posseduto questo scudo sarebbe diventato molto potente. Fu per questo che Numa Pompilio incaricò il fabbro Mamurio Veturio, di forgiare altri undici scudi perfettamente identici all’Ancile, così che fosse impossibile ai nemici di Roma riconoscere e sottrarre quello autentico. L’Ancile divenne così uno dei segni del comando dell’Urbe.

È dunque questo il motivo per cui il simbolo della città di Roma è rappresentato da uno scudo. Anche se, per completezza d’informazione, la forma dell’Ancile era diversa da quella dello scudo che è oggi nello stemma capitolino. L’Ancile aveva infatti una forma ovale e non a punta, con una leggera scanalatura arcuata sui due lati.

Alcuni esempi nell’utilizzo dell’Ancile, nella sua forma originaria, quale stemma romano, risalgono già al XIII secolo. Però già un secolo dopo, intorno al 1300, si cominciarono ad adottare delle varianti, con la forma dello scudo che cominciò a prendere il piede a punta e, in qualche caso, a mostrare l’aggiunta della corona in alto – simbolo della sovranità popolare – come quella che appare nello stemma attuale. Fu proprio da quelle versioni trecentesche che prese spunto il sindaco Torlonia.
Dal XIV secolo, lo scudo venne anche riprodotto nel fiorino d’oro del Senato Romano, cioè nell’allora moneta ufficiale capitolina.

Senatus PopulusQue Romanus

Che le lettere maiuscole SPQR siano l’abbreviazione di Senatus PopulusQue Romanus, cioè Senato e Popolo romano, e stiano ad indicare la somma delle autorità della Repubblica Romana – ovvero il popolo e la sua espressione più solenne, rappresentata dal Senato – è ormai cosa accertata, nonostante il sarcasmo espresso dal Belli nel suo sonetto, in cui egli affermava che non significassero assolutamente nulla.

Nell’attuale stemma, la sigla è preceduta anche da una piccola croce greca, a significare l’unione della grandezza dell’antica città repubblicana e imperiale, con quella bimillenaria del potere spirituale del papato, che proprio a Roma ha stabilito la sua sede.

Certo che, non c’è forse sigla che più di SPQR abbia subito parodie e prese in giro, più o meno riuscite, nel corso degli anni e delle epoche. Dalla famosissima “Sono Pazzi Questi Romani”, ad altre interpretazioni scherzose, nate dell’arguzia popolare, per colpire il potere del momento. Se, prima di Porta Pia, SPQR fu ad esempio utilizzata per indicare “Solo Preti Qui Regnano” – stigmatizzando lo strapotere del clero – dopo il 1870, la stessa sigla fu trasformata in “Sanctus Pater Quondam Rex”, ovvero: il Santo Padre una volta era il re, a indicare la fine di un’epoca, per la quale, dopo averla aspramente criticata, più di qualcuno cominciava a nutrire un pizzico di nostalgia.

I colori di Roma

Eh no, a differenza di quanto diciamo spesso, la bandiera di Roma non è precisamente giallorossa. Di conseguenza, giallorossi non sono nemmeno i colori sociali dell’AS Roma, una delle due principali squadre calcistiche della città, che, all’atto della sua fondazione, nel 1927, decise per statuto che i propri colori sarebbero stati “quelli della città di Roma”.

Roma, a dispetto di Antonello Venditti, dunque, non è proprio “gialla come er sole, rossa come er core mio”. O meglio, i colori della città sono delle particolari tonalità del giallo e del rosso, tonalità piuttosto scure, molto diverse, ad esempio, dai colori della bandiera ufficiale del Comune di Napoli, che, quelli sì, sono di un giallo tendente al limone e di un rosso molto acceso.

Il giallo di Roma è il giallo oro, a simboleggiare la ricchezza della città e di chi l’ha guidata nei millenni. Una tonalità di giallo, che per poter essere meglio rappresentata sulle stampe, è stata trasformata in una sorta di giallo ocra, tendente all’arancio. Per la precisione: il colore Pantone dal codice 130 C, che ha un 100% di giallo e un 30% di magenta – scisso nei colori fondamentali della stampa in quadricromia – come risulta dal sito ufficiale del Comune di Roma.

Il rosso è invece il rosso porpora, colore che per secoli fu usato nei vestiti e negli addobbi delle massime cariche cittadine: imperatori e senatori prima, papi e alti prelati poi. Il codice Pantone, in quel caso, come stabilito sempre dal sito del Comune, è il 202 C, con il 100% di magenta, il 61% di giallo e il 43% di nero per la stampa in quadricromia.

C’è da dire che il prestigio del color porpora, nella storia di Roma, non deriva solo dal suo difficile reperimento e dal notevole costo che aveva il pigmento, in epoca antica – cosa che lo rese un’esclusiva dei “vip” cittadini – ma anche da alcune caratteristiche particolari che nascono dalla sua fabbricazione e, soprattutto, dalla sua commercializzazione.

La porpora, secondo il metodo tradizionale, veniva realizzata con un complesso e costosisssimo procedimento. Il pigmento si estraeva dal murice comune, un mollusco. Da una sua ghiandola, veniva secreto un liquido vischioso di colore violaceo, che poi, attraverso vari passaggi, diventava una tintura molto resistente. Fin dalla più remota antichità la porpora venne utilizzata per la colorazione delle stoffe.

La città che, per secoli, ebbe quasi l’esclusiva per la produzione di quel pigmento e dei tessuti di quel colore, fu una città che con Roma ebbe una lunghissima storia di rivalità e di guerre: Cartagine.
Indossare abiti e paramenti di quel colore, dunque, per un romano di epoca classica, significò non solo mostrare a tutti uno status symbol della propria ricchezza e potenza – dato il costo del pigmento – ma anche rimarcare la superiorità di Roma e la sua potenza, di città che aveva sconfitto e sostituito, nel dominio del Mediterraneo, il nemico storico cartaginese.

Ecco dunque perché, proprio il color porpora – e non una qualsiasi tonalità di rosso – è il colore dell’Urbe, una città dove quasi tutto può vantare una storia antichissima, incluse le sfumature del suo stemma e della sua bandiera.
Una storia che spesso noi romani ignoriamo o, peggio, prendiamo in giro sarcastici e smaliziati – proprio come fece Belli nei suoi sonetti – ma della quale, in fondo, siamo tutti segretamente orgogliosi.

 

13-06-2021 | © Riproduzione riservata

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