A Roma la destra gioca di rimessa

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Alla, fine, a quanto pare, la destra romana si affiderà a un sondaggio per decidere chi sarà il candidato sindaco in autunno. Anche se non è detto che basterà una percentuale in più o meno a risolvere la questione, e quindi è possibile che la vicenda si prolunghi ancora per un po’ di tempo.

L’ex Polo delle Libertà nella Capitale gioca sostanzialmente di rimessa. Avrebbe voluto un candidato noto e al tempo stesso capace di pescare consensi fuori dalla propria area di riferimento. Da quel punto di vista, Guido Bertolaso sarebbe stato perfetto: ma l’ex capo della Protezione Civile (che a Roma ha lavorato con Francesco Rutelli, come vice commissario al Giubileo del 2000, e che nel 2016 poteva essere candidato contro Virginia Raggi) si è sfilato definitivamente dalla gara. 

Dunque ora la destra si ritrova invece o con esponenti politici fin troppo conosciuti (come Maurizio Gasparri), oppure con nomi apprezzati ma meno noti (come l’avvocato Enrico Michetti o la giudice Simonetta Matone). 

Giorgia Meloni, premiata nei sondaggi nazionali e in testa alle classifiche dei libri con la sua autobiografia, sarebbe forse la candidata ideale: ma oltre a essere rimasta scottata dall’esperienza del 2016, quando non arrivò al ballottaggio, probabilmente punta soprattutto a Palazzo Chigi, se le prossime elezioni nazionali daranno la maggioranza alla destra  – probabile – e Fratelli d’Italia supererà la Lega di Matteo Salvini.

Nel frattempo, la sindaca Raggi, che tutti davamo per sconfitta in partenza fino a un anno fa, è tornata in testa ai sondaggi. Che sono ovviamente virtuali, incerti, approssimativi, ma che comunque danno delle indicazioni. Mentre le elezioni romane, almeno apparentemente, sembrano diventate un duello tra Raggi e il centrosinistra (che pure a Roma è forte).

Ma non è esattamente così. Perché bisogna fare i conti anche con Carlo Calenda, che è partito con una campagna elettorale a tutto sprint, e che potrebbe anche raccogliere consensi in parte dell’elettorato del centrodestra, col suo piglio managerial-dirigista. 

Calenda e il vincitore delle primarie di centrosinistra (i vertici del Pd sostengono naturalmente l’ex ministro Roberto Gualtieri) rischiano infatti di elidersi a vicenda, come abbiamo già detto. 

In quel caso, dunque, lo scenario potrebbe essere quello di uno scontro tra Raggi e il candidato di destra, con una possibile vittoria della sindaca grazie ai voti del centrosinistra. 

Ma, ovviamente, non è detto. Un conto se al ballottaggio andasse una figura chiaramente di destra, estremista, postmissino, che potrebbe far scattare il voto “antifascista”. Altro potrebbe accadere però se fosse un candidato più o meno centrista, non proveniente dalle fila della politica, meno identificabile. A quel punto, potrebbe votarlo magari anche chi, pur di centrosinistra, non sopporta Raggi e vorrebbe vederla fuori dalla stanza dei bottoni. 

C’è tutto questo, dietro il ragionamento di Meloni, Salvini e Antonio Tajani? La consapevolezza che la situazione è complessa e che dunque bisogna trarre tutto il valore possibile e comunque minimizzare sempre i danni? Probabilmente no: c’è soprattutto una guerra tra bande interna anche agli stessi partiti, anche in vista delle elezioni regionali, ma soprattutto della “conta” permanente tra correnti, esponenti, fazioni, alimentata anche dai sondaggi.

Quindi, staremo a vedere. La vicenda elettorale romana si presenta avvincente come un thriller estivo, per gli appassionati di retroscenismo e politique politicienne. Un po’ meno forse per tutti gli altri.

[La foto di Giorgia Meloni è tratta dalla sua pagina Facebook. Quella di Matteo Salvini è stata pubblicata con licenza creative commons su Flickr.com, nella pagina del Parlamento Europeo]

28-05-2021 | © Riproduzione riservata

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