Giungla d’asfalto

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“Quello che a Roma non fecero né i barbari né i Barberini, fece Virginia!” Si potrebbe riassumere con questo aggiornamento contemporaneo di un famoso motto – che additava il declino dell’Urbe alle razzie dei Visigoti, tanto quanto a quelle operate dalle famiglie patrizie romane – l’alzata di scudi quasi unanime, che si è levata, da alcuni giorni, contro la decisione della sindaca Raggi di rinfrescare l’asfalto della pista ciclabile che costeggia il Tevere, in centro città.

“Uno scempio!” “Uno schifo!” “Roba da criminali!” “Una vergogna mondiale!” sono solo alcuni dei commenti, neanche fra i più feroci, che si possono leggere in questi giorni sui giornali e sui social, indirizzati contro la prima cittadina e la sua giunta, per quell’asfaltatura in corso d’opera.

Dal PD a Fratelli d’Italia, da Carlo Calenda a Matteo Salvini, non c’è partito o uomo politico, locale e nazionale, che non abbia puntato l’indice contro la sindaca. C’è chi lo fa con ironia, chi con ferocia, ma il commento è pressoché unanime e negativo.

Fin troppo unanime, per i miei gusti, ricordando precedenti non così lontani nel tempo, quando, ad esempio, tutti gridarono allo scandalo per una Panda parcheggiata male da Ignazio Marino, salvo scoprire, dopo anni di processi e diverse sentenze, che quella Panda proprio parcheggiata male forse non era e che certe notizie erano state volutamente esagerate e gettate in pasto al pubblico dai suoi oppositori politici.

Anche stavolta, quindi, viene da chiedersi quanto lo scandalo sia reale e quanto sia stato gonfiato ad arte, per ragioni di propaganda elettorale, visto, tra l’altro, che si avvicina la data per le elezioni in Campidoglio, previste per il mese di ottobre del 2021.

La prima conferma, in merito alla validità di questi dubbi, arriva proprio da Virginia Raggi, la quale, in un botta e risposta social con Matteo Salvini, ha fatto subito notare, a sua discolpa, come quell’asfalto stia già lì da oltre quindici anni, senza che abbia destato mai nessuno scandalo, sottolineando come lei si sia limitata solo a coprirne le buche e a renderlo più liscio e sicuro.

 

La sindaca, in questa sua affermazione, ha in gran parte ragione. La pista ciclabile sul greto del Tevere è infatti un’invenzione di Walter Veltroni. Fu lui il primo, già nel lontano 2005, a ricoprire d’asfalto i sampietrini del Lungotevere, ad uso e consumo di molti ciclisti e cittadini. Ciclisti e cittadini che oggi possono testimoniare, coi propri ricordi personali, ma anche con numerose foto d’epoca, come quell’asfalto fosse lì già da tempo, anche se, via via, sempre più usurato e pericoloso per le due ruote.

All’epoca di Veltroni, però, sindaco dotato di un ottimo ufficio stampa, nessuno aveva ancora associato il nome della Capitale a termini come declino, oppure come mafia, anzi si parlava di “modello Roma”, con un PIL capitolino che cresceva il doppio rispetto al resto d’Italia. In quel clima, perciò, quello stesso asfalto che oggi non si perdona a Virginia, nessuno si sognò mai di contestare a Walter, anzi salutando le ciclabile sul Lungotevere come un segno di ammodernamento della città in ottica ambientalista.

Una vecchia immagine dell’asfalto, già presente da anni lungo il greto del Tevere

Attenzione però a non cadere nell’errore opposto, quello di prendere per oro colato le dichiarazioni di Virginia Raggi, anche lei, ovviamente, interessata a gonfiare alcuni aspetti della questione e ad ometterne altri, per ragioni specularmente pre-elettorali.

Se infatti è vero che l’asfalto originale fu colato da Veltroni, quello attuale non ricalca esattamente il vecchio percorso e alcune zone che, fino a pochi giorni fa, risultavano libere da quell’asfalto, oggi ne vengono ricoperte. Anche in questo caso, a testimoniarlo, ci sono ciclisti e cittadini abituati a passeggiare da quelle parti, nonché alcune foto, abbastanza inequivocabili, di alcune aree dei lavori in corso.

C’è poi chi sottolinea, non senza qualche ragione, come il fatto che la responsabilità di uno scempio paesaggistico sia da ricercarsi nel passato, non giustifica chi quello scempio lo perpetua ancora nel presente, preoccupandosi semplicemente di mettere delle toppe alle buche che nel frattempo si sono create.

Una recente immagine di un’area dei lavori in corso

Verità e fake news nella storia di Roma

Delineato il quadro generale, c’è però anche da dire come la realtà dei fatti, in politica, abbia un valore molto relativo e che, tutto sommato, conti assai più ciò che appare di ciò che realmente è. Sembra un discorso cinico, o da qualunquista anti-casta, magari un discorso legato alla deriva creata dalla società dell’immagine e dallo sviluppo dei social, quelli in cui le fake news circolano con enorme facilità.

In realtà, nel fare questa affermazione, sto pensando soprattutto a una formidabile bufala, che cominciò a circolare a Roma nel nono secolo dopo Cristo e che ebbe un successo plurisecolare, tanto che fu a fondamento del potere temporale dei Papi, per circa mille anni: la Donazione di Costantino.

Si tratta di un falso editto dell’imperatore romano Costantino, in cui costui donava beni, chiese e terre al Papa. Un documento datato al 30 di marzo del 315 dopo Cristo, ma, in realtà, scritto circa 500 anni dopo, tra le altre cose in un latino anacronistico e con l’uso di parole che nel 315 nemmeno esistevano.

Già nel 1440, l’intellettuale Lorenzo Valla smascherò l’inganno, con prove inconfutabili, denunciando la falsità di quel documento. Ma ormai erano tutti così convinti che la Donazione di Costantino fosse vera, che si continuò a crederla tale ancora per molti secoli, a dispetto di ogni prova, avallando quella bufala, senza battere ciglio, praticamente fino alla breccia di Porta Pia e alla fine dello Stato della Chiesa.

Un discorso analogo potrebbe essere fatto anche per un altro famosissimo episodio della storia di Roma: l’incendio di Nerone. Lo chiamo incendio di Nerone, anche se è ormai storicamente acclarato che quell’imperatore fosse totalmente estraneo ai fatti – pare non fosse nemmeno in città quando l’incendio scoppiò e che anzi si prodigò in ogni modo per cercare di spegnerlo – ingiustamente accusato, a posteriori, dai suoi avversari politici.

In questo caso, ovviamente, la colpa di quella bufala di così grande e duraturo successo, non può essere data certo alla società dell’immagine, né ai social, di cui sia Nerone che i suoi avversari ignoravano la futura esistenza, bensì alle eterne e immutabili dinamiche dello scontro politico, in cui screditare e accusare di ogni nefandezza l’avversario, tanto più se a sproposito, è il modo migliore per togliergli forza morale e per poterlo più facilmente sconfiggere.

Certo, alla fine la verità viene a galla, prima o poi. Nessuno storico serio oggi darebbe la colpa a Nerone per l’incendio di Roma, né dichiarerebbe autentica la Donazione di Costantino. Ma la verità viene a galla in tempi lunghi, spesso lunghissimi, in quel lungo periodo in cui, come disse una volta John Maynard Keynes, “saremo tutti morti”.
In più, lasciando sempre un tarlo, un dubbio. Quello per il quale, ancora oggi, molti romani, per parlare di Nerone, direbbero certamente: “È l’imperatore che ha incendiato Roma”.

Ecco perché, oggi, ha poca importanza sapere se sia stata davvero Virginia e non Walter a inondare d’asfalto il greto sotto i muraglioni del Lungotevere. Sì, a ricostruire i fatti, probabilmente le colpe maggiori risultano quelle di Walter, ma chi ne farà le spese sarà comunque Virginia, perché l’immagine di quella colata nera sul greto del fiume, resterà comunque impressa nell’immaginario collettivo, associata al suo nome e alla sua giunta. E sarà ben difficile, per lei, riuscire a scrollarsi di dosso quell’onta, indipendentemente dalla realtà delle cose.

È questo un monito che vale per ogni politico e in ogni epoca storica: perché spesso non conta ciò che si fa, conta molto di più avere l’informazione dalla propria parte, un’informazione capace di trasmettere immagini positive o negative che restino impresse nella memoria, a volte per secoli.

È questa anche una responsabilità enorme, ben più grande di quanto si pensi, che ha chi fa il mestiere di giornalista. Un mestiere che non si riduce a quello di testimone dei fatti, ma che porta con sé anche il potere di fare o disfare una carriera, politica e non, molto più di quanto non ne sia capace la verità.

 

02-05-2021 | © Riproduzione riservata

1 Comment

  1. Come spesso succede quando si parla di questa amministrazione, si sta parlando troppo del fatto in sé e non del contesto. La colata di asfalto della Raggi sulle rive del Tevere è da biasimare per varie ragioni, oltre che per il fatto in sé. In primo luogo perché è stata realizzata senza coinvolgere nessuno che potesse fornire idee, proposte alternative come l’Agenda Tevere ONLUS, creata apposta per disegnare insieme alle amministrazioni capitoline il futuro del Tevere. Poi è assurdo che nel 2021 l’unico modo di ristrutturare una ciclabile su una riva di un fiume con una storia come il Tevere sia colarci dell’asfalto come si farebbe su una strada qualsiasi. Per ultimo, le giustificazioni adottate sanno di vecchio: “c’era già prima”, ma che significa? Allora l’AMA va bene così perché era così anche prima? Sì ma prima nessuno si lamentava. E quindi? Così si fanno le strategie? Infine, qualcuno dice “adesso è nera ma con il tempo il colore sarà più chiaro”, quindi lasciamo al tempo il lavoro di rendere il tutto meno orrendo, visto che l’amministrazione non è stata in grado.
    Questo è il modo di lavorare di questa amministrazione: non si approfondisce, non si chiede il supporto di chi è più esperto, si fanno le cose come vengono, una colata di asfalto e il restauro è fatto. A guardare il video di Angelo Diario vengono i brividi: “ma che bella ciclabile” detto ad alta voce mentre scorrono le immagini di un obbrobrio; come ha potuto non rendersi conto che in quel video appariva in tutto il suo orrore una striscia nera che era un pugno in un occhio nel panorama del lungotevere?

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