I limiti di Roma (e del libro di Raimo)

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S’intitola “Roma non è eterna”, il nuovo libro di Christian Raimo ed è un lungo reportage dalla Capitale. Anzi, una sorta di antologia di reportage, pubblicati in origine, in forma diversa su varie testate, da Internazionale a Linkiesta passando per Il Manifesto e La Repubblica (e un testo, quello su Nicolini, è uscito anche qui, su Roma Report). 

Lo scrittore, giornalista, insegnante, traduttore e da qualche anno anche assessore alla cultura del III Municipio, quello di Montesacro, affronta diversi temi a lui cari, declinati ovviamente in formato romano.
Raimo, nato negli anni Settanta, cresciuto nella periferia Nord-Est della città – ed è bene ricordare che Roma è soprattutto periferia, anzi,
periferie – scrive di urbanistica, delle due anime della città, anche sulle orme di Valerio Mattioli e del suo bel “Remoria”, in cui ha coniato il termine “borgatasfera”. Scrive di quella fabbrica di miti che è Roma, dedica qualche pagina perfino alla fantascienza. Scrive di monnezza, di droghe e dipendenze; del decoro e della sua ideologia, della criminalizzazione della movida, dello scivolamento progressivo verso il controllo permanente degli spazi e la repressione, dei centri sociali, dei migranti. 

Raimo ripercorre anche storie di violenza efferata, e in particolare l’omicidio di Luca Varani – che definisce “violenza di classe” – in questo caso disquisendo anche di un altro libro, “La città dei vivi” di Nicola Lagioia (di cui abbiamo parlato anche noi). Descrive lo sprawl romano e si sofferma su una serie di località, come Colleferro, che ormai fanno parte non della Provincia, ma di Roma nel suo senso più ampio. E parla di intellettuali e politica. Anzi, a ben guardare, il tema vero è questo: il distacco tra la politica, tra i politici, e gli intellettuali.

Il titolo “Roma non è eterna” è provocatorio, da contronarrazione. Del resto, l’autore ha già scritto nel 2019 per Einaudi un libro polemicamente intitolato “Contro l’identità italiana”: che in realtà è contro il nuovo nazionalismo, non contro l’identità in quanto tale, termine che può avere invece un’accezione positiva.

Chissà se Raimo ha letto “Roma Eterna”, un’antologia di racconti ucronici del grande scrittore di fantascienza Robert Silverberg che disegna una realtà alternativa in cui la Roma Imperiale è ancora viva, ha superato diverse crisi, ha evitato la diffusione del Cristianesimo, e domina il mondo. Perché, nella nostra realtà, di Roma vive soprattutto il mito costruito 2000 anni fa. È quella lì la città a cui si pensa, in fondo quando si evoca il nome “Roma”, il centro storico, la città dei Fori, del Vaticano, della Grande Bellezza.
Poi sì, c’è la Roma dei media, dei quotidiani e dei TG, quella dei gabbiani che assaltano i cassonetti dell’immondizia ricolmi, delle scale mobili sepolte dalla vegetazione, dei bus che vanno a fuoco, etc etc. Non a caso, la Roma “vera” oggi non è quella del centro, airbnbizzata e mezza deserta col Covid, ma l’altra, quella dove vivono realmente le persone, cioè quasi sempre fuori dalla Ztl. 

Che Roma sia in decadenza – magari da 2000 anni, come ipotizzò una volta Walter Tocci, quand’era ancora vice sindaco – è vero; ma, come scrive proprio Lagioia nel suo ultimi libro, le fasi di decadenza e rinascita di Roma possono non avere tempi compatibili con la durata media della vita di una persona. Possono durare decenni, o anche più. Ed è proprio per questo che a un certo punto Lagioia scappa a Torino. Anche se alla fine farà ritorno nella Capitale.

È chiaro che nessuna città è eterna, anche se ci sono città millenarie. Quindi nessuno garantisce che Roma duri, o si trascini piuttosto, in modo indefinito. E la stessa ipotesi che sia il cambiamento climatico a porvi fine è piuttosto improbabile, al momento. 

 

Ma, dicevamo, la questione che tocca il libro di Raimo riguarda il rapporto tra intellettuali e politici. Che non c’è, oggi, o è soltanto conflittuale (e la questione ovviamente non riguarda soltanto Roma). Per un Walter Tocci che è un politico prima di tutto, ma è capace di ragionare a spettro ampio, e che scrive libri densi di ragionamenti sulla cultura e insieme di proposte politiche e istituzionali, ci sono decine, centinaia di politici che sono in sostanza gestori di patrimoni di consenso, che possono anche spostare qui e lì, secondo le necessità, che più che a partiti appartengono a bande. Gente a cui interessa la quantità più che la qualità, che predilige soluzioni spicciole più che la mediazione degli interessi, il particolare più che il pubblico.

Ma ci sono anche intellettuali che ritengono di essere al di sopra della politica, a cui non interessa ragionare della necessità del consenso, di prendere voti attorno a un progetto; che preferiscono particolareggiare e distinguere sempre, più che tirare sintesi quand’è arrivato il momento di farlo. 

Del resto, è noto come sia cambiato da anni lo scenario. Gli intellettuali venivano candidati e fatti eleggere (in particolare dai partiti di sinistra) perché arricchivano il dibattito politico. Mentre oggi si preferisce candidare personaggi dello spettacolo (o della cultura, ma massmediaticamente in vista) che portino voti, non idee.

Nel libro di Raimo ci sono tantissime cose interessanti su cui riflettere, che andrebbero lette prima di tutto da chi vuole fare politica, rappresentare persone, cambiare le cose. Però non ci sono non dico proposte politiche, ma idee su come accorciare questa distanza tra intellettuali e politici, a Roma. O almeno, non ne ho scorte io. Quindi alla fine il rischio è quello di non andare oltre la (finta) provocazione, o l’indignazione – che però qui continua a lasciare il tempo che trova – su una città dove tra Mito e Realtà c’è una distanza abissale, in cui si può finire per affogare.

ROMA NON È ETERNA. Vita morte e bellezza di una città
di Christian Raimo, editore Chiarelettere

[La foto del titolo è di Enrico Guidi ed è stata diffusa su Flickr.com con licenza creative commons]

22-04-2021 | © Riproduzione riservata

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