Il ponte degli Angeli nell’Inferno di Dante

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Il 25 marzo è il Dantedì, la Giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri e quest’anno, per i 700 anni dalla morte, su tutto il territorio nazionale sono state programmate – necessariamente anche online – oltre cento iniziative per festeggiare il Sommo poeta.

La data non è legata né alla nascita, che non conosciamo con esattezza, né alla sua morte, avvenuta nel settembre del 1321, ma al giorno in cui gli studiosi fanno risalire l’inizio del viaggio nell’aldilà della Divina Commedia.
Uno degli incipit più famosi del mondo ci introduce in un viaggio che dopo 700 anni mantiene inalterato il suo fascino, un viaggio che attraversa il mondo di Dante raccontando la politica e i personaggi del tempo e anche Roma, che proprio nell’anno in cui fu ambientata la Commedia, viveva il primo Giubileo della storia, indetto da Bonifacio VIII.
Sono molti i passaggi in cui la città eterna viene nominata più o meno direttamente, si va dalla visione del XXXII Canto del Paradiso, in cui Beatrice annuncia a Dante che dopo la morte potrà raggiungerla nella Gerusalemme Celeste definita come “quella Roma onde Cristo è romano”

Qui sarai tu poco tempo silvano;

e sarai meco sanza fine cive

di quella Roma onde Cristo è romano.

(Paradiso, Canto XXXII)

A richiami più diretti ai luoghi della città, come nel XXV Canto dell’Inferno, dove c’è l’incontro con il gigante Caco, ucciso da Ercole in una zona che ancora adesso è legata a quell’impresa mitologica, con la presenza del Tempio di Ercole vincitore e di alcuni resti proprio delle scale di Caco, che dalla pianura del Circo Massimo conducevano fino al Palatino.

Lo mio maestro disse: “Questi è Caco,

che, sotto ’l sasso di monte Aventino,

di sangue fece spesse volte laco.

(Inferno, Canto XXV)

Ma forse il richiamo più diretto alla città del tempo e che colpisce soprattutto oggi in questo periodo di pandemia è presente nel Canto XVIII dell’Inferno, dove Dante – che forse partecipò in prima persona al Giubileo del 1300 – descrive l’enorme flusso dei pellegrini che passavano sopra ponte Sant’Angelo, costretti a un doppio senso di marcia, separati forse da una fila di botteghe.

come i Roman per l’essercito molto,

l’anno del giubileo, su per lo ponte

hanno a passar la gente modo colto,

che da l’un lato tutti hanno la fronte

verso ’l castello e vanno a Santo Pietro;

da l’altra sponda vanno verso ’l monte.

(Inferno, Canto XVIII)

D’altronde all’epoca quel ponte era l’unico modo per attraversare il Tevere e raggiungere la Basilica di San Pietro dal centro della città.
Il ponte più vicino era quello dei Quattro capi all’Isola Tiberina (Fabricio e Cestio) e dunque passavano tutti di lì, gli uni verso monte Giordano e gli altri diretti verso la Mole Adriana. Non c’erano ancora le statue del Bernini ma la Mole era già stata dedicata all’Arcangelo Michele che liberò nel 590 la città dalla peste.

È difficile adesso pensare a tutta quella folla su Ponte Sant’Angelo, ma forse tra qualche mese, magari in estate, rivedremo frotte di pellegrini e turisti muniti di stick farsi i selfie sotto gli angeli o fermarsi ad ascoltare le note di qualche musicista sistemato vicino alla spallette e torneremo finalmente (o forse no?) a dire: permesso!

25-03-2021 | © Riproduzione riservata

1 Comment

  1. Complimenti all’autore, ancora una volta, capace di stimolare cuore e mente, alla cultura, alla bellezza, alla storia dell’Italia e di Roma

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