Enrico Letta e la nostalgia di Roma

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Roma è una droga da cui è difficile separarsi, ne è convinto Nicola Lagioia che nel sul ultimo romanzo, La città dei vivi, racconta delle sue fughe nella Capitale, quando oramai residente a Torino, non riesce a resistere al richiamo di una città che pur con tutti i suoi mali lo attira.
In qualche intervista lo scrittore pugliese ha detto: “Per me Roma è una malattia da cui è difficile guarire. Fra le strade e le piazze si mescolano bellezza e degrado. È come se ogni cosa possa accadere in un clima inebriante e tossico allo stesso tempo”.

Enrico il calmo, Enrico il tranquillo, Enrico europeo, Enrico inseparabile da Roma, anche se nato a Pisa: del resto non serve essere nati nella Città Eterna per essere affetti da un tale attaccamento

Mi piace immaginare che lo stesso sentimento abbia catturato Enrico Letta, che non torna solo ad avere un ruolo di responsabilità nel Pd – in passato era stato vicesegretario, prima di diventare premier –  torna chiamato da Roma.
Da quando è iniziata a circolare la voce di un suo possibile incarico, non ho avuto molti dubbi che avrebbe fatto di tutto pur di accettare, perché così poteva tornare a cullarsi dentro le braccia ambivalenti di Mamma Roma.

Parigi? Sì, però Roma… Insomma, come tanti italiani sono pronti a parlar male dell’Italia, tanti romani sono pronti a parlar male di Roma. Tuttavia questo disprezzo che proviene in gran parte dalle classi borghesi, quelle che girano il mondo, si trasforma in una inguaribile nostalgia che nessuno confessa ad alta voce.
Quindi Letta non ce lo dirà mai, che lui è tornato per svegliarsi ogni giorno a Roma, per respirare a pieni polmoni i mali di questa città.
Già lo vedo che gira con quell’aria anonima da uno di noi, per le vie del rione Testaccio, dove vive con la famiglia. Uscire dalla messa delle 12 di Santa Maria Liberatrice e fermarsi a parlare con il parroco, che ne approfitta per presentargli qualche problema. Vederlo entrare con il figlio dal fornaio Passi e, con quella sua calma inconfondibile e la voce posata chiedere, con la confidenza che solo un commerciante romano ti può concedere, una pagnotta di pane.
E poi lo vedo tornare a casa in piazza dell’Emporio, stanco e graffiato dalle unghie feroci dei suoi compagni di partito che parlano solo di “poltrone e primarie”, impantanati in “una guerriglia quotidiana”.
Certo, considerando dove abita, non avrà difficoltà a raggiungere la sede dei democratici, il Nazareno. A piedi ci metterà 33 minuti, in macchina 12 minuti, 13 minuti in bici e 17 minuti con i mezzi pubblici (te pareva), secondo i calcoli di Google Maps.

Il palazzo dove risiede, opera del 1926 dell’architetto Carlo Brogi, visibile e maestoso da ponte Sublicio, è noto col nome di Cremlino. Fu costruito per le seconde fila dei gerarchi fascisti, poi nel dopoguerra al secondo piano fu la sede di una grande sezione del partito comunista con seicento-settecento iscritti, da qui il nome. Nel grande cortile si facevano, spesso, delle feste “con tripudi di bandiere rosse”.
In seguito, l’edificio divenne di proprietà dell’Ina Assicurazioni che vendette nel 2001 a Pirelli. Appartamenti tra i 100 e 150 metri quadri, come quello dove abita Letta, ma anche pezzature di 300.

E poi lo vedo tornare a casa in piazza dell’Emporio, stanco e graffiato dalle unghie feroci dei suoi compagni di partito che parlano solo di “poltrone e primarie”, impantanati in “una guerriglia quotidiana”

Ma ci sono altri due aspetti per cui è ricordato il “Cremlino”, tanto da prendere da questi episodi due nomi, nomi che si offrono a Letta come l’incrocio tra due strade fatali che a Roma si possono prendere. Starà a lui scegliere, ma nessuna delle due gli darà la garanzia del successo in quello che molto probabilmente sarà il suo nuovo incarico.
Quel palazzo viene anche chiamato “la tana del leopardo”, a causa di un suo stravagante inquilino al piano attico, il quale possedeva un leopardo che azzannò e uccise il guardiano che gli dava da mangiare. È inoltre noto come il “palazzaccio dell’inciucio”, in quel condominio hanno vissuto Giuliano Ferrara, Nicola Latorre: a casa di quest’ultimo è avvenuto un incontro tra Massimo D’Alema e Antonio Di Pietro, poi candidato al Mugello. In casa Enrico Letta, il 17 aprile del 2013, Pierluigi Bersani e Silvio Berlusconi trovarono l’accordo per la candidatura di Franco Marini al Quirinale. Insomma, c’è da scegliere se prendere la via del “leopardo” o quella “dell’inciucio”, con tutto il valore metaforico che si accompagna.

Il “Cremlino” di Testaccio: foto da Wikipedia

Ma Lagioia avverte, con estremo realismo e fuor di metafora, che “Roma è una città che non produce più niente, non ci sono industrie, non c’è cultura d’impresa, l’economia è parassitaria, il turismo è di terz’ordine. I ministeri, il Vaticano, la Rai, i tribunali… ecco di cosa è fatta Roma, una città che produce ormai solo potere, potere che ricade su altro potere, che schiaccia altro potere, che concima altro…”. Quindi, in campana…

Enrico il calmo, Enrico il tranquillo, Enrico europeo, Enrico inseparabile da Roma, anche se nato a Pisa: del resto non serve essere nati nella Città Eterna per essere affetti da un tale attaccamento. Come direbbe John Bowlby, si tratta di un “legame”, quella spinta automatica a individuare in una figura specifica che si faccia carico di proteggerli dai pericoli.
Certo è che qualche contromisura Letta deve averla presa: oramai dovrebbe sapere che gli amori romani sono infidi, possono anche far male. Non per null, l’ultimo suo libro si intitola “Ho imparato”.

[La foto del titolo è stata diffusa su Flickr.com dall’Institut Jacques Delors con licenza creative commons]

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12-03-2021 | © Riproduzione riservata

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