Il candidato della “speranza smarrita”

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Paolo Berdini, urbanista di lungo corso e assessore per un breve periodo nella giunta pentastellata di Virginia Raggi – da giugno 2016 a febbraio 2017 – ha annunciato poche settimane fa di volersi candidare a sindaco di Roma. Settantadue anni, a lungo militante di sinistra (Pci, Prc), poi vicino ai Verdi, ambientalista, consulente per un quinquennio dell’assessorato regionale all’Urbanistica, durante la presidenza di Piero Badaloni, il suo nome va ad aggiungersi a quelli di diversi altri candidati di sinistra e centrosinistra per le prossime elezioni capitoline.
Ha parlato del suo programma in un recente intervento su Internazionale. Lo abbiamo intervistato via email.

Prima e necessaria domanda. Lei stato assessore all’Urbanistica con la Giunta Raggi, rapporto finito poi male. Non teme che questo precedente possa inficiare il valore della sua candidatura? Un elettore potrebbe dire: “Si è sbagliato con Raggi, non è che si sta sbagliando anche adesso?”.
Ho appreso dai miei maestri, Italo Insolera e Edoardo Salzano, che bisogna restare coerenti con le proprie convinzioni, anche se ne può derivare un danno. Ero stato chiamato quale assessore della giunta Raggi perché ero fermamente contrario alla speculazione dello stadio di Tor di Valle. Ricordo che i 5stelle avevano vinto le elezioni anche grazie alla totale avversione al progetto.
Fino al dicembre 2016 mantennero la stessa posizione. Poi sostituirono Ferdinando Imposimato, uno dei più importanti magistrati italiani che collaborava con me contro quel progetto, con l’avvocato Luca Lanzalone, all’epoca sconosciuto a tutti i consiglieri grillini. Un eccellente magistrato che i 5stelle candidarono due anni prima a presidente della Repubblica sostituito con un avvocato. Sono dunque i 5stelle ad aver cambiato radicalmente opinione e sarebbe interessante conoscerne il motivo.
Io ho mantenuto la mia coerenza e me ne sono andato. Nel 2018 l’artefice del cambiamento della posizione della giunta, Luca Lanzalone, fu arrestato nel quadro del più grande scandalo urbanistico della Roma contemporanea. Nessuna persona potrà pertanto dire che mi sono sbagliato. Ha sbagliato la Raggi perché ha puntato tutte le sue carte su un grande inganno ed ha fallito miseramente: lo stadio non si farà a Tor di Valle.
Del resto, nel settembre 2016 portai in approvazione del consiglio comunale il taglio delle volumetrie aggiuntive che erano state riconosciute nel sito dell’ex Fiera di Roma di via Cristoforo Colombo. Per la prima volta furono cancellati più di ventimila metri cubi di cemento regalati alla speculazione edilizia. Le reazioni della proprietà – pubblica, in questo caso – furono furibonde e il Comune di Roma fu portato in tribunale con la richiesta di un risarcimento mostruoso, 140 milioni. Il tribunale mi ha dato ragione: obiettivo dell’urbanistica è quello di perseguire gli interessi collettivi e non quelli della speculazione immobiliare.
Forse spaventati del nuovo corso che avrebbe potuto prendere l’urbanistica romana, i grillini si sono asserragliati a Tor di Valle.

Che Roma vorrebbe vedere Paolo Berdini a un anno dalle elezioni? A 5 anni? A 10?
Il primo anno fornire un chiaro segnale di inversione di tendenza e dare così una speranza ad una città smarrita. Sarebbe importante avviare la realizzazione di una delle cinque linee tramviarie che avevo proposto durante il mio assessorato e inizierei dal tracciato di viale Palmiro Togliatti che tocca periferie molto popolose.
Il primo obiettivo da raggiungere alla fine del mandato è invece la fine dello scandalo delle novanta occupazioni abitative da parte di famiglie senza tetto. La capitale d’Italia non può presentarsi sullo scenario internazionale con la vergogna di migliaia di famiglie che vivono nella precarietà quando invece esistono molti immobili di proprietà pubblica abbandonati da anni.
Il secondo obiettivo riguarda l’apertura di tutti e cinque i cantieri di nuove linee su ferro che avevo proposto quando ero assessore: tram nel quartiere di Ostia Lido; la linea Marconi-San Paolo; la Tva tra Termini e Cornelia; la Anagnina-Tor Bella Monaca; la Palmiro Togliatti. La conclusione dei lavori di ristrutturazione della linea metropolitana tra Piramide e Ostia, ristrutturando quella antiquata esistente. L’avvio del cantiere per portare la metro “C” da piazza Venezia a Corviale, nuovo capolinea al posto di quello previsto nel centralissimo – e servitissimo – quartiere di Prati.
Il terzo grande obiettivo è quello di ritornare ad interessarsi delle periferie, iniziando con la realizzazione di 10 parchi che portino qualità e bellezza, ad iniziare dal parco di villa Somaini al Casilino, incompleto e in uno stato di grave degrado.
Il quarto obiettivo riguarda la “pulizia” del debito di Roma con gli istituti di credito (oggi siamo a 13 miliardi) su cui i cittadini romani, come noto, pagano ogni anno interessi folli.
C’è infine da raggiungere un obiettivo sociale di grande rilevanza. La definitiva cancellazione della famigerata delibera 140 che ha posto sotto sfratto tante meritorie associazioni.  Sono state proprio quelle associazioni a salvare la città durante i due mesi del lockdown causato dal Covid 19.
In questa vicenda si può leggere tutta l’assurdità della deriva economicista che sta distruggendo il tessuto sociale di Roma: si volevano sfrattare da edifici pubblici le associazioni che hanno poi svolto un insostituibile ruolo di sussidiarietà nel momento dell’emergenza. È ora di voltare pagina e riconoscere un ruolo al mondo del volontariato.

Qual è il limite dell’attuale coalizione di centrosinistra, secondo lei?
Il limite che vedo è quello dell’autoreferenzialità, di una autosufficienza che sta portando a perdere molte amministrazioni locali.  Ormai da venti anni, infatti, il PD, partito di maggioranza dello schieramento di centrosinistra, cavalca il “voto utile”, facendo balenare ogni volta lo spauracchio della vittoria di Salvini o della Meloni. Soltanto nell’arco degli ultimi due anni, hanno consegnato tre regioni alla destra: Umbria, Abruzzo e Umbria. È la loro cieca politica, dunque, che regala l’Italia alle destre.
C’è soltanto da sperare che si avvii una fase di costruzione di uno schieramento che riconosca le identità di ciascuna parte della sinistra, senza steccati. Del resto, si dovrebbe prendere atto che, pur occupando molti posti chiave nel sistema di governo del paese, il PD mantiene i suoi consensi sul valore del 20 %, troppo poco per ambire a battere le destre. Ha bisogno del rimanente 30% e sarebbe dunque un grande messaggio quello di favorire le condizioni per la costruzione di una sinistra plurale.

Lei sarebbe disposto a partecipare alle primarie? Le chiedono diversi movimenti. Non pensa che potrebbero rafforzare la coesione tra gli elettori, fargli ritrovare la fiducia, dopo la svolta drammatica della vicenda Marino?
Sono convinto che le primarie abbiano perduto ogni significato democratico e siano soltanto un gioco di potere tra le varie anime del Partito democratico.
Queste correnti sono in grado di mobilitare gruppi di pressione ristretti ma potenti. Hanno finanziamenti ingenti e possono portare al voto migliaia di persone. Le primarie servono soltanto per misurarsi e, conseguentemente, dividersi i posti chiave.
Chi come me, e tanti altri che avrebbero più titolo di me, viene dalla società civile non può competere con questi sistemi di potere. Ne verrebbe stritolato.
Altro sarebbe se si organizzassero le primarie dell’idea di città che si vuole affermare.
Invece di dilaniarci sulle persone, la sinistra dovrebbe più intelligentemente tornare a proporre orizzonti e speranze. Per questo ho proposto di costruire la città dell’ecologia integrale. Questo concetto va molto al di là della questione ambientale, perché mette in evidenza che, in un momento in cui l’economia dominante cancella pezzo dopo pezzo il welfare cittadino, è indispensabile tentare di allargare i diritti dei cittadini. Dare una casa vera alle migliaia di famiglie ancora costrette ad occupare edifici per non dormire per strada. Ma ricostruire anche la rete dei servizi sociali e sanitari che rendono possibile l’integrazione. Solo grandi idee possono mobilitare le speranze di un elettorato deluso dallo stato della città e dalla vergognosa fine che è stata riservata a Ignazio Marino. Non sono le facce dei candidati ad interessare alla città. Sono le idee di futuro.

 C’è realmente la possibilità, secondo lei, che le elezioni vengano rinviate per via della pandemia?
Non so se qualcuno nel governo ci stia pensando. È però evidente che la pandemia non permette ai partiti politici e ai movimenti di svolgere quell’indispensabile azione democratica politica e culturale. Mi sembrerebbe pertanto giusto rinviare le elezioni in autunno, quando il vaccino avrà ristabilito un minimo di “normalità”.

 Ed è davvero possibile che il Pd, al primo turno o al secondo, finisca per appoggiare Raggi? Che ne pensa?
No. Non vedo proprio le condizioni nel tessuto sociale della città. Per due motivi. Il Pd capitolino ha fatto una continua opposizione, anche se molto blanda, alla giunta Raggi e non vedo come possa contraddire le sue posizioni.
Ma ciò che più conta, non sottovaluterei il fatto che i cinque anni di incompetenza e incapacità dimostrata dalla giunta Raggi sono sotto gli occhi di tutti. Il giudizio della città sull’operato di questa giunta è molto severo e non vedo come si possa pensare di appoggiare un suo secondo mandato.

 Che dovrebbe fare il governo, nei pochi mesi che mancano, per aiutare Roma e per evitare una vittoria del centrodestra nella Capitale?
Nel 2021 saremo nell’anniversario della proclamazione della capitale del nuovo Stato unitario. Se si guarda a quei cento cinquant’anni di storia, si vede che alcune leggi hanno saputo sostenere le idee di città che si venivano formando nelle amministrazioni comunali. Penso al periodo di Nathan, quando le norme nazionali consentirono la costruzione delle aziende municipalizzate pubbliche. Penso al periodo di Petroselli, quando alcune leggi permisero di costruire i quartieri pubblici che cancellarono (per un breve periodo!) le baracche che ancora esistevano in città.
Per questo insisto sull’importanza dell’idea di città che si vorrà realizzare nei prossimi cinque anni di amministrazione. Dalla chiarezza degli obiettivi dipenderanno le possibilità di ottenere i finanziamenti indispensabii al rilancio della città.

24-11-2020 | © Riproduzione riservata

1 Comment

  1. Perché nei strumenti urbanistici esecutivi non viene applicata la Legge n. 4613 del 1868 e relativo regolamento ad oggi vigente?? Legge obbligatoria per il Comune di Roma in considerazione di tutta la legislazione speciale per la bonifica idraulica, agraria e la colonizzazione del territorio dell’Agro Romano, a partire dall’articolo 6 del Regio Decreto n 3367 del 1885, articolo 35 del TU approvato con R D n 647 del 1905, articolo 7 del DLlgt n. 662 del 1919 , articolo 6 della Legge n 355 del 1932 tutte in vigore sino al 2008 ad arrivare alle disposizioni dell’articolo 24 della LEGGE URBANISTICA n. 1150 del 1942 ad oggi VIGENTE e scandaloso vedere oggi nel Comune di Roma Capitale i piani di zona Legge n. 167/1962 e s.m.i. abitati da oltre 20 anni che aspettano ancora parte delle opere primarie di urbanizzazione (strade) previste dal piano approvato

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