Sauro Todaro, un pittore sul ring

di

A painting is not a picture of an experience; it is an experience. Mark Rothko

Vale per Rotho, che conoscete, e vale per Sauro Todaro che forse ancora non conoscete. Ma sappiate che le sue opere lasciano un segno forte, materico, lasciano un’esperienza dove passano. Parole o vocali, olii o pennarelli non importa.
Dietro, sulla carta o sulla tela, traccia due segni, sempre, la sua vita: il pugliato e l’arte.

“Adesso faccio l’istruttore di boxe. Anche l’istruttore di boxe”.  Oltre all’artista intende. Intanto, fino a 34 anni ha disputato 32 incontri, molti ne ha vinti, molti ne ha persi. Sul ring si allena da quando aveva 17 anni.  “Il primo incontro l’ho fatto nel 1990, l’ultimo nel 1999. Ho fatto 10 anni di attività agonistica”.  Usa le parole con attenzione, con accento romano genuino, fluente, ci tiene, si vede, alla chiarezza, ci tiene che siano proprio quello che vuole dire. Parlando le cerca, quelle parole, come quando dipinge cerca il segno giusto. E che cosa è la parola se non un segno?

“Ma quando smetti l’agonismo, non smetti del tutto. Dopo… sei anche più richiesto perché non sei competitivo, insegni alle nuove leve. Se il miglior sparring partner che si possa trovare. Un pugile rimane sempre sul ring”.
Parla del suo allenatore, un mito, l’uomo che lo ha guidato, spronato. Un uomo semplice, un secondo padre. “Pensa, è nato cresciuto e ha vissuto sempre a Via Margutta, davanti alle gallerie. Guarda che coincidenze nella vita, eh?”.

Un ragazzo con poche ambizioni e poco incline alla competizione, aggressivo perché insicuro.  Un ragazzo di strada che attaccava briga. In bilico tra quel che sentiva di essere e quel che forse, per il mondo esterno, doveva essere, un giorno entra in una palestra a Via Tacito. “Come sono entrato giù vedo un amico delle elementari, ‘centralino’ come me perché io so’ nato a Via della Scrofa, stava facendo la preparazione sul ‘sacco’… pam pam , vicino il maestro…. oddio, e questo chi è! Perché se tu vedi un pugile che si allena rimani impressionato. E io rimasi impressionato! Vojo diventa’ come lui. Quindi che fai? Inizi in palestra, sei l’ultimo, te menano tutti. Allora vai dal maestro e dici: perché m’ha menato? E lui: ‘perché perché… o vedi che tu non fai le cose,  devi fa così, le gambe… la guardia… ‘ E allora ti fissi e ricominci e alla fine diventi il più bravo e inizi a fare i combattimenti. E vinci e poi perdi, e poi vinsi il campionato regionale e lì cominciai una strada che mi ha dato tanto. Nella mia crescita interna mi ha dato tanta forza. Energia fisica e mentale. Ho vinto la paura. Il pugilato è uno sport terapeutico”.

Un amore a prima vista, quello per il pugilato, che non finirà mai, una ricerca il cui fine è sempre arrivare a se stessi. La vittoria siamo sempre noi, dice Todaro.
La maturazione come uomo e  la ricerca interiore che hanno scandito gli anni di pugilato si mescolano perfettamente con il Sauro artista, pittore.  Arte e pugilato.

“Perché è zen, perché è la verità. Quando ho iniziato a boxare bene? Quando ho tolto la mente, quando ho lasciato l’istinto. Istinto puro. Perché per togliere la mente devi lavorare. Quando ti sai controllare, quando diventi bravo allora diventi istinto. Lì vai bene, lì hai capito. Allora applichiamo questa filosofia all’arte. Un disegno fatto di getto, che entri in quello che vedo, è più bello per me, di uno fatto apposta per essere bello. Non so se è chiaro quello che voglio dire”.

Disegni, segni. Che arrivano da lontano da alcuni tra i suoi pittori preferiti: Pollock, Schifano, Klein, Rotkho, graffitismo, Basquiat. “Anche Warhol mi piace, ma Basquiat di più perché è autobiografico e a me piaccione le storie vere”.
“Amo tutti i pittori, però … come posso dire, ci sono tempi differenti. Pollock mi piace perché come lo vedi c’ha tanti elementi cromatici. Il colore parla. Parla molto. Oggi, con gli anni, ho bisogno di distensione. Amo più il colore pieno, la dimensione e la purezza del colore unico, minimale”.

Non è il momento di troppi elementi. La sua più recente mostra, “Truth”  (alla Galleria Canova, 22 fino a marzo) è una grande combinazione di scrittura e minimalismo dei colori,  si allunga cercando quella distensione cromatica.

Quando ho smesso di combattere mi sembrava di essere uscito da una guerra. Ho ripreso in mano la vita, altri interessi. Mi compravo i bloc notes bianchi per disegnare

C’è stato un tempo, recente, in cui la parola e il colore si erano bloccati. “Per quasi due anni non riuscivo più a vedere i colori, non vedevo gli elementi sul quadro. Coprivo tutto quello che dipingevo”.  Poi un incontro spirituale con un giovane artista tedesco, Udo Nogër, la sua opera esposta a Bologna. “Mi sono fermato davanti a ‘sto quadro che non ci si fermava nessuno. Quasi bianco però fatto in un modo particolare. Mi sono informato sulla galleria americana in cui esponeva, anche piuttosto famosa e  ho deciso di studiarmelo, questo artista. E così ho fatto con una fotografa tedesco-americana, Uta Barth: mi sono innamorato di una sua serie, una sola. Praticamente che cosa fa?  Lei fotografa le gradazioni di luce e le ingrandisce, poi ci mette un oggetto vicino e l’occhio capisce che è la realtà”.
È da qui che impara, Todaro. Dal vivo e da Instagram, dove segue molti giovani artisti. Impara dal movimento, lo spinge, il movimento. Deve essere veloce, dinamico. La mano corre sul foglio su e giù, la matita sfiora la carta, torna sul suo segno più volta. Veloce dinamica. Uno schizzo “Quando sei veloce viene più bello”. Disegna in piedi e l’immagine – sarà suggestione – è quella di un pugile che saltella sul ring.

“Il pugile non è una persona sociale, quando uno decide, fa tutta una strada sua, non è che va a gioca’ in palestra, lavora sodo e zitto. Il pugilato mi ha dato tanto a livello di autostima ma mi ha tolto la socialità. Quando ho smesso di combattere mi sembrava di essere uscito da una guerra. Ho ripreso in mano la vita, altri interessi. Mi compravo i bloc notes bianchi per disegnare. In vacanza invece di fotografare disegnavo, perché nel disegno ci stai tu”.

E così per conoscere Todaro bisogna entrare in quei disegni, in quei gesti. Gesti da artista di strada, con la bomboletta spray in mano, il braccio che corre su e giù, largo, lungo come se davanti ci fosse un muro infinito. Pochi colori, sbavature, linee, qualche figura forse lontana, un oggetto, una bocca, un fiore. Grafite, pennarelli. Davanti ad ogni suo quadro quella frase di Rothko prende corpo:  è il quadro stesso esperienza mentre restituisce un’ esperienza.
“Come disegnare un sogno. Non è facile. Come fai a disegnare un sogno? Un giorno ho sognato una luce incredibile e volevo regalarla a mia madre. E come lo fai? Dimmi tu come lo fai? Mark Rotkho, semplice. Zona blu, centro, bianco. Ecco, fatto. Disegnare è esprimersi e così esci fuori dal blocco estetico. Come dice Frida Khalo in quella frase famosissima, no? : ‘Se solo i nostri occhi vedessero le anime invece dei corpi quanto sarebbe diversa la nostra idea di bellezza’”.

https://www.saurotodaro.com

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28-01-2021 | © Riproduzione riservata

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