Ciani: voglio ricucire la città

di

Slitteranno, le elezioni comunali di primavera? In tanti sembrano darlo per scontato, ma non è ancora chiaro. Come non è chiaro il quadro dei candidati a sindaco perché, a parte il Movimento Cinque Stelle, che ha riconfermato Virginia Raggi, nessuna coalizione, nessun partito ha ancora scelto chi correrà davvero per lo scranno più alto del Campidoglio.
Roma Report continua dunque a intervistare quelli che si sono proposti pubblicamente, alla città, come candidati. E che magari, come nel caso del centrosinistra, parteciperanno alle primarie. È il caso di Paolo Ciani, 50 anni, consigliere regionale del Lazio e dirigente di Democrazia Solidale, un piccolo partito che si è costituito nel 2015 e che è alleato del Pd. Ma soprattutto Ciani è un esponente della Comunità di Sant’Egidio, il movimento laicale di ispirazione cattolica fondato da Andrea Riccardi alla fine degli anni Sessanta.
L’intervista, piuttosto lunga, tocca parecchi temi (dagli anziani ad Acea, passando per il Recovery Fund e l’agenda 2030 dell’Onu, il Papa e l’ecologia, le piste ciclabili) ed è stata realizzata via email.

Non è ancora completo l’elenco dei candidati sindaci. Il centrosinistra, a cui le fa riferimento, non ne ha scelto ancora uno. Per arrivare a tale scelta lei preferirebbe le primarie? E pensa che sia possibile organizzarle, con il Covid in mezzo?
Lo strumento delle primarie è un metodo deciso dal centro sinistra ormai da diversi anni per trovare i candidati sindaci o presidenti lì dove non ci sia un’unica candidatura. L’assemblea romana del PD ha votato recentemente a favore di questa scelta per le elezioni di Roma. Io credo che, poiché non c’è una convergenza unitaria della coalizione su un nome, le primarie possono rappresentare un ottimo strumento per scegliere. Costituiscono poi un tempo di mobilitazione e contatto con la città e i suoi abitanti.
Il tema del Covid è un problema reale: ma ritengo che con precauzioni e attenzioni si riescano a svolgere liberamente. Potremmo svolgerle in primavera, quando la curva del contagio dovrebbe essere migliorata e l’arrivo del vaccino potrebbe aver migliorato la situazione sanitaria. Peraltro in questo periodo abbiamo visto persone radunarsi presso centri commerciali o vie dello shopping: non credo che la mobilitazione di persone motivate e responsabili ai gazebo possano costituire un problema.

A proposito di pandemia, si vaccinerà?
Mi vaccinerò volentieri, non appena sarà possibile farlo. Ho fiducia nella scienza e nella medicina.

La presenza di Carlo Calenda secondo lei, complica o semplifica la campagna elettorale del centrosinistra?
Calenda potrebbe essere una grande risorsa per Roma ed il centro sinistra. Il problema è capire se e come vuole esserlo. Finora si è candidato dicendo “ci sono io, dovete accontentarvi”. Non è esattamente un metodo esaltante per coagulare una coalizione. Peraltro per la situazione della nostra città penso serva un grande spirito di unità e l’umiltà di unire, persone, culture, percorsi e risorse.

Se il Pd romano decidesse di sostenere Calenda, lei cosa farebbe?
Come Demos abbiamo deciso di far parte della coalizione di centro sinistra, di cui il PD è il partito di maggioranza. Se accadesse dovremmo capire le ragioni di questa scelta: è evidente che se lo scegliesse come proprio candidato alle primarie, sarebbe legittimo. Se decidesse di sostenerlo senza primarie, la cosa sarebbe più problematica (il Pd dovrebbe spiegarlo innanzitutto a sé stesso…). Noi comunque siamo seri e rispettosi nelle nostre scelte e alleanze.

Sosterebbe la candidatura di Nicola Zingaretti sindaco di Roma?
In generale, certamente sì. Ma nel 2021 candidarsi non mi sembrerebbe la cosa giusta da fare.

Chi pensa che possa rappresentare, la sua candidatura?
La mia candidatura rappresenta innanzitutto il movimento politico che la propone, Democrazia Solidale. Poi credo, penso e spero che possa rappresentare tanti cittadini romani che hanno perso speranza e fiducia in una politica che li ha delusi perché ha smarrito idealità, passione e visione del futuro.
Chi crede
in una città aperta, solidale, internazionale, consumatrice e propagatrice di cultura, culla di nuova socialità, luogo di incontro e di confronto; in cui riqualificare le periferie creando spazi di incontro e socializzazione, rammendando le reti sociali e le reti ecologiche, per costruire una città resiliente e a misura di persona. A partire dal “noi” e non da tanti “io” in competizione o abbandonati.
M
i auguro poi di poter rappresentare anche i tanti che non si sono rassegnati al declino di Roma e a un volto duro, violento, inaccogliente e “maneggione” che tanto si è diffuso nelle nostre strade in questi anni.

Calenda potrebbe essere una grande risorsa per Roma ed il centro sinistra. Il problema è capire se e come vuole esserlo. Finora si è candidato dicendo “ci sono io, dovete accontentarvi”

Ha previsto un piano per far conoscere il suo programma e la sua figura ai cittadini romani? Qual è?
Per quanto riguarda la mia figura, in alcuni ambienti della città (penso a quelli dell’associazionismo e della Diocesi) è nota da tempo. Inoltre sono due anni che da consigliere regionale frequento molto i quartieri, le associazioni, le realtà vitali della nostra città e ho avuto modo di conoscere tanti. Sul programma abbiamo molte idee, ma credo sia intelligente e corretto confrontarsi con la coalizione di cui ci si propone di essere espressione, prima di presentare un programma articolato. Roma non ha bisogno di un imperatore e negli anni in tanti hanno elaborato idee e progetti interessanti. Si tratta di scegliere i migliori e di trovare consenso su una visione della città.

Tre priorità per Roma. Quali sono, secondo lei?
Roma è una città che soffre la povertà in tanti angoli, in cui è diminuita la coesione sociale e sono aumentate le disuguaglianze. Sicuramente uno dei primi temi sarà la costituzione di una cabina di regia con tutte le istituzioni, a cominciare dallo Stato, per capire come investire la parte di Recovery Fund che sarà destinato alla Capitale e far ripartire l’economia locale. Rispetto alla coesione sociale un’attenzione particolare andrà rivolta agli anziani: spesso vivono una condizione di debolezza e solitudine, perciò vanno sostenuti e protetti. In tal senso si potrebbe pensare di implementare nei vari municipi il monitoraggio attivo delle persone ultra ottantenni e la creazione di reti di prossimità con l’obiettivo di favorire le cure e la presa in carico domiciliare.
Altro tema centrale è il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti. Si potrebbero creare “Ama di Municipio”, intese come modernizzazione delle sedi operative, delle stazioni ecologiche attrezzate, degli stoccaggi intermedi; promuovere e realizzare nuove filiere del riciclo con l’obiettivo di avvicinare i servizi al cittadino. Ciò permetterebbe ai romani di potersi interfacciare, con persone che vivono il territorio e non con generici operatori (o call center). Al contempo le numerose richieste di intervento verrebbero smaltite in maniera più celere. Parallelamente, è vitale ridurre il numero di rifiuti prodotti. I rifiuti devono diventare (anche nella testa dei cittadini) materiali post-consumo, differenziati e trattati in loco senza inquinare, creando impianti idonei (non inceneritori).
E poi il tema casa: Roma è una città dove ci sono tante case vuote e troppe persone senza casa. La casa è il luogo primario in cui formare una famiglia e a cui ognuno avrebbe diritto. Non è possibile che abbiamo case vuote a fronte di 13 mila nuclei iscritti in lista per una casa popolare, 6 mila persone nei campi rom, coloro che abitano le occupazioni, i senza dimora che vivono in strada. È una città nella città in precarietà abitativa, quando ci sono molti luoghi pubblici e privati in abbandono, molte case private sfitte e appartamenti costruiti ma rimasti invenduti. Serve un’agenzia dell’abitare che coinvolga tutti i protagonisti del settore, dai costruttori ai movimenti per la casa. Non per costruire nuove case ma che guardi a quelle vuote che già esistono e con le istituzioni pubbliche a fare da ponte e da garante tra richiesta e offerta. Mettendo a tavolino tutti i soggetti si possono trovare delle soluzioni.

Che città vorrebbe tra 1, 5 e 10 anni?
Viviamo in una città che sembra aver smarrito un’idea e una visione e siamo piegati sul quotidiano. A forza di stare con la testa in giù per non cadere nelle buche, non si riesce più a vedere chi e cosa si ha davanti e nemmeno la prospettiva.
Nel breve e nel medio periodo, vorrei una Roma come luogo dallo sviluppo sociale avanzato, con un grado elevato di coesione sociale, alloggi socialmente equilibrati, servizi sanitari ed educativi di prossimità rivolti a tutti; una piattaforma per la democrazia, il dialogo culturale e la diversità; un luogo verde, di rinascita ecologica e ambientale; un posto attrattivo per il turismo e la cultura e un motore della crescita economica.
Tra un anno si potrebbe pensare di arrivare ad un ripensamento delle politiche sociali che a Roma faticano a diventare strutturali, ma che sono sempre trattate in maniera emergenziale: emergenza freddo, emergenza caldo, emergenza abitativa e così via.
Tra 5 anni ci sono gli obiettivi che ci siamo prefissati con il Piano rifiuti approvato quest’anno dalla Regione Lazio, che mira a raggiungere il 70% di raccolta differenziata entro il 2025. Inoltre ci sarà stato il Giubileo del 2025, attraverso il quale potremmo realizzare opere di ammodernamento (ad esempio della mobilità) e anche ridare una centralità internazionale alla Capitale d’Italia.
Tra 10 anni abbiamo un obiettivo ancora più importante dettato dall’Agenda 2030 (delle Nazioni Unite) e che raccoglie in maniera trasversale questioni sociali, economiche ed ecologiche. Entro il 2030 dobbiamo infatti dimezzare lo spreco globale di rifiuti alimentari nella vendita al dettaglio e dei consumatori e ridurre le perdite di cibo lungo le filiere di produzione e fornitura, comprese le perdite post–raccolto.
Se saremo riusciti a fare di Roma una città nuova, potremmo porci come leader mondiali di Capitale modello nelle politiche socio-ambientali.

Serve un’agenzia dell’abitare che coinvolga tutti i protagonisti del settore, dai costruttori ai movimenti per la casa. Non per costruire nuove case ma che guardi a quelle vuote che già esistono

C’è una città europea che è un modello per Roma?
La Commissione europea, per il quinto anno di seguito, ha lanciato il Rapporto sulla qualità della vita nelle città europee 2020, un’indagine che ha coinvolto 83 città europee. Il maggior grado di soddisfazione per la loro città lo hanno manifestato gli abitanti di Copenaghen, che è prima in classifica con il 98,2%, seguita da Stoccolma con il 97,6%. In fondo alla classifica tra le grandi capitali europee, invece, ci sono Roma (74,8%), penultima, ed Atene (64%), ultima.
Ogni volta che emerge uno studio sulla vivibilità delle città, sullo sviluppo o sulla ricchezza di alcuni territori, emerge una linea che divide l’Europa tutta. Ma con oltre 4 milioni di abitanti, Roma si colloca tra le aree metropolitane più popolate d’Europa ed è difficile fare un paragone con altre città come Parigi o Londra. Roma è la seconda città europea per estensione territoriale. Nel Comune di Roma vi è una rete viaria articolata in oltre
6000 Km di strade. Roma ha una Superficie di 1287 kmq, Parigi, ad esempio, di 762 kmq. Non ha senso prendere a modello un qualcosa di strutturalmente, culturalmente e urbanisticamente diverso.
Più che rincorrere un modello altro, Roma dovrebbe sfruttare la propria unicità per creare il suo modello.

Cosa ne pensa di una “cabina di regia” tra lo Stato e la Capitale per utilizzare al meglio le risorse del Recovery Fund e quelle per il Giubileo del 2025, prima delle elezioni comunali? Un “accordo bipartisan” come lo chiama il deputato Pd Claudio Mancini, membro della Commissione bilancio della Camera?
Il Recovery Fund europeo è pari a 750 miliardi di euro. All’Italia, principale beneficiaria, almeno come valori assoluti, vengono messi a disposizione poco più di 200 miliardi. Un miliardo di euro in quattro anni per Roma, è la prima ipotesi del ministero dell’Economia nell’ambito del tavolo di lavoro appena istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
In linea di principio sono favorevole ad una cabina di regia tra Stato, Regioni e Roma Capitale per una gestione condivisa dei progetti relativi al Giubileo 2025 ed al Recovery Plan. Il rischio, tuttavia, è che si vada a creare una struttura che si sostituisca integralmente al Sindaco ed all’amministrazione capitolina, deresponsabilizzando le Istituzioni locali. È dunque necessario definire con chiarezza il ruolo di questo tavolo. Sarebbe auspicabile individuare progetti chiari da realizzare nel prossimo quinquennio coinvolgendo, perché no, tutte le forze politiche come suggerito da Claudio Mancini.
Su alcuni temi, tuttavia, è evidente che i vari partiti abbiano visioni diverse. Ci si può accordare su punti di fondo, lasciando  alla prossima amministrazione la libertà di decidere.

Questo denaro, in quali settori pensa debba essere speso per Roma?
Occorre ricordare che il piano che è stato ribattezzato Next Generation UE, ha quatro direttrici principali: la transizione verde, quella digitale, la sostenibilità e la resilienza.  A nostro modo di vedere dunque dovranno essere spese per realizzare le seguenti azioni: Costruire una realtà urbana policentrica dove la bellezza non sia una esclusiva del centro storico.
Riqualificazione delle periferie creando spazi di incontro e socializzazione rammendando le reti sociali e le reti ecologiche, per costruire città resilienti e a misura d’uomo.
Promuovere la responsabilità sociale e la cultura della condivisione attraverso processi di democrazia partecipata per la riqualificazione urbana.
Realizzare una efficace rete di trasporto pubblico su percorsi distinti dalla viabilità privata.
Realizzare una estesa rete di collegamenti pedonali e ciclabili.
Offrire un ruolo sociale attivo alle categorie più svantaggiate.
Rivitalizzare i centri storici recuperando edifici pubblici dismessi a scopo abitativo popolare.

In Centro storico, chiudono o rischiano di chiudere in molti. Ha un progetto per i commercianti?
È sicuramente importante ripensare al modello di città che vogliamo proporre, evitando la frattura tra centro e periferia. Non è più sostenibile considerare il centro esclusivamente come un luogo di lavoro o destinato solo ai turisti, ma va restituito ai cittadini. Solo così aumenteremo la resilienza degli operatori economici che operano nelle zone centrali della nostra città.
Il “modello Venezia” non ha funzionato ed ancora meno può funzionare con un centro storico vasto come Roma. Non si vive solo di B&B e minimarket. In questo senso, ho firmato recentemente con la collega Leonori una proposta di Legge regionale sulle botteghe storiche. Abbiamo da tempo iniziato a confrontarci su questo tema al fine di sviluppare un progetto di rilancio economico che speriamo di poter condividere presto con sia con i cittadini che con i commercianti stessi.

Le periferie romane: la prima cosa da fare?
Riqualificare le periferie, creando spazi di incontro e socializzazione, rammendando le reti sociali e le reti ecologiche, per costruire una città resiliente e a misura d’uomo, questa è la prima cosa da fare. Partire da quello che già è stato fatto, grazie alle reti di volontariato e del terzo settore, investire sul tema della fruizione della cultura.
Credo che per ricostruire una grande Capitale capace di includere le sue periferie bisogna tornare a portare avanti diritti collettivi e smetterla di cedere a un discorso pubblico che mette gli uni contro gli altri.
Come abbiamo visto nei decenni passati a Londra o Parigi, le periferie sono la grande scommessa del secolo: rappresentano il luogo dove si vive la convivenza, la tolleranza, la civiltà, lo scambio e la crescita o la contrapposizione, lo scontro, la violenza. Certo le periferie non sono belle come il centro storico: ricchi di storia, arte e fascino. Il disagio urbano è una malattia cronica della città, una sofferenza che in alcuni momenti si acuisce, come è accaduto durante la pandemia. Un male che è generato dal disagio sociale ma anche dal degrado e dal disamoramento con cui le periferie sono state realizzate e pensate. Bisogna lavorare sulla dignità del luogo, è fondamentale.
Mi ha molto colpito un pensiero di Renzo Piano, che ha più volte dichiarato che un quartiere ben costruito è un gesto civico, una città ben costruita è un gesto di pace di tolleranza. Più che parlare di periferie – come fanno tanti – bisogna frequentarle, conoscerle, “viverle”. Solo così si potranno migliorare.

Non è più sostenibile considerare il centro esclusivamente come un luogo di lavoro o destinato solo ai turisti, ma va restituito ai cittadini

Lei è impegnato da anni con la Comunità di Sant’Egidio, in particolare a favore dei Rom e Sinti. L’insofferenza dei romani nei confronti degli abitanti dei campi è alta. Qual è la strada per tenere insieme la sicurezza e una vita degna per chi vive in strada o alloggi di fortuna?
Sembra che dinanzi ai tanti poveri che vivono nelle strade delle grandi città, non si abbia più l’ambizione o l’idea di trovare soluzioni che non siano quelle di farli andare altrove (con le buone, con le cattive, penalizzando chi li aiuta o rendendogli la vita impossibile). Con il banalissimo problema che se non risolvi (e non provi nemmeno ad affrontare) il problema di quella persona che tu ritieni talmente fastidiosa o inguardabile da ingegnarti e spendere per non farla stare lì, quella stessa persona andrà altrove, non scomparirà certo nel nulla.
In questi anni però si sono viste sorgere cancellate a chiudere spazi pubblici, panchine con spunzoni o braccioli volti a impedire la possibilità di sdraiarsi e altri fantasiosi rimedi volti a impedire la presenza di poveri in determinati spazi pubblici. E qui si apre un altro capitolo: se è la pubblica autorità a prendere queste decisioni, essendo consapevole che i poveri non si volatilizzano, vuol dire che ritiene che esistano posti alternativi in cui essi possano andare. Posti evidentemente più nascosti e isolati, dove è più difficile essere visti, aiutati, è più facile essere vulnerabili e indifesi, è possibile sentirsi male o morire senza che nessuno se ne accorga. È come quando si sceglie di sgomberare persone (da immobili o baracche) senza una soluzione abitativa alternativa: le persone non scompaiono e si riversano altrove.
Quanto ai campi Rom, ritengo vadano superati con l’accoglienza abitativa delle famiglie. Sono luoghi precari e ghettizzanti, che nella loro precarietà sono anche generatori di comportamenti sbagliati particolarmente invisi alla popolazione circostante (come i roghi). Ci sono persone che vivono da decenni nei campi e vanno considerate come parte di quella cittadinanza in sofferenza abitativa. Inutile parlare propagandisticamente di sgomberi (o peggio di “ruspa”!): può solleticare gli istinti peggiori dei cittadini, ma non risolve i problemi.
Ma su questi temi, ritengo si investa troppo poco nel “sociale”: pensiero, risorse economiche, risorse umane. Dinanzi alle mille difficoltà delle persone fragili, si fugge la “fatica sociale” di provare a conoscere, a cercare soluzioni, ad accompagnare. Certo è lungo, spesso è difficile, talvolta è senza successo: ma è l’unica via umana e giusta per provare a porsi verso l’umanità dolente delle nostre città (nella speranza di non trovarci noi un giorno parte di quel popolo).

Lei è cattolico, l’ambiente è un tema centrale del pontificato di Papa Francesco. A Roma non stiamo messi bene, o sì? La Capitale può diventare una città “ecologica”? Come?
La posizione di Demos e la mia, sull’ambiente, si ispira all’ecologia integrale proposta dall’Enciclica “Laudato si” di Papa Francesco: “L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale”. (LS 48)
Dobbiamo costruire una visione realistica del futuro, ricominciare a sognare un mondo migliore e più giusto, a orientare la politica, la scienza, l’economia e la finanza alla sua costruzione, perché l’alternativa è già stata prefigurata dagli scienziati: entro pochi decenni avremo un mondo devastato dai cambiamenti climatici, impoverito di quella biodiversità che ne rappresenta il potenziale evolutivo, con condizioni di vita sempre più difficili.  A Roma ritengo bisogna partire da queste azioni: 1) cura del verde urbano (ormai abbandonato da anni); 2) limitare l’espansione urbana e il consumo di suolo attraverso il recupero di edifici abbandonati e la riqualificazione di aree urbane degradate; 3) incentivazione di veicoli a basso impatto ambientale, a partire dai taxi. Il Comune può incentivare su scala locale gli acquisti di veicoli a combustibili ecologici e incoraggiare la diffusione di punti di distribuzione di energia; 4) come detto, implementazione del sistema di raccolta di rifiuti con una forte spinta verso il riciclo e riuso dei rifiuti come materia prima seconda, senza passare per l’incenerimento. Attuare iniziative di economia circolare fra amministrazioni locali ed enti pubblici attraverso l’utilizzo sostenibile delle risorse naturali presenti sul territorio.

Il punto di congiunzione tra l’Aniene e il Tevere è una discarica pubblica. L’area tra l’altro è una riserva ambientale. Deve rimanere così?
Purtroppo, è un fenomeno noto. Nonostante l’area rientri nella Riserva naturale della Valle dell’Aniene, qui i rifiuti ricoprono anche i resti archeologici sopravvissuti dell’antico Ponte Salario. Ed è ovvia la risposta, no non deve rimanere così.
Per cercare di tutelare i suoi preziosi habitat e i suoi ecosistemi, le due arterie fluviali di Roma, il Tevere e l’Aniene, sono state dotate di due speciali barriere per fermare i rifiuti prima che sfocino in mare. Sul Tevere la sperimentazione, avviata nell’ottobre 2019 in prossimità della foce è stata realizzata dalla Regione Lazio con il Comune di Fiumicino e con la Capitaneria di Porto della Capitale. In sei mesi di sperimentazione, la barriera è riuscita a intercettare complessivamente 2.300 kg di rifiuti galleggianti. L’iniziativa rientra nel programma “Lazio plastic free”. Alla luce dei risultati conseguiti, la sperimentazione è stata estesa anche al più importante affluente del Tevere, l’Aniene, dove è stata installata una nuova barriera all’interno del Parco fluviale di Roma Natura. Uno stanziamento di oltre 215.000 euro per un anno intero. I rifiuti plastici, intercettati e catturati dal sistema di reti, vengono rimossi periodicamente tramite specifiche imbarcazioni e inviati al Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica, per la differenziazione e lo smaltimento. Interventi importanti sul territorio per la riqualificazione ambientale dei bacini idrici, che hanno anche il merito di attivare processi virtuosi nell’ottica dell’economia circolare.

Tra l’altro è ferma la pista ciclabile che potrebbe collegare i Parioli con Porta di Roma. Che pensa delle piste ciclabili realizzate dalla Giunta Raggi?
Purtroppo non basta annunciare la realizzazione di piste ciclabili. Una volta progettata una pista bisogna assicurarsi che il manto stradale e l’illuminazione ne consentano la reale fruizione. A tal proposito, ad esempio, le piste di via Gregorio VII e del Lungotevere Flaminio sono caratterizzate dalla presenza di tombini, dossi e buche. Sono pericolose. Inoltre, la pista di via Gregorio VII ha ricevuto critiche anche da parte dei commercianti della zona in quanto il restringimento della carreggiata comporta disagi per i furgoni che devono scaricare le merci.
Vero è che i cittadini non sono sempre “disciplinati”, parcheggiano sulle piste ciclabili e non adottano comportamenti responsabili. Ma i problemi delle piste ciclabili sono spesso strutturali.
Si deve altresì considerare che spesso i mezzi pubblici non sono attrezzati per garantire l’accesso con bici e monopattini. A maggio l’amministrazione comunale annunciava la possibilità di portare il proprio mezzo a bordo di metro, bus e tram in qualsiasi orario.
Tutto molto bello, però se a malapena si riesce ad entrare in metro, come si può pensare di entrare con una bici? La bici può diventare uno mezzo di trasporto complementare, ma se non si potenziano bus, tram e treni spesso risulta solo un annuncio. 

Tempo fa tecnici di Acea si sono presentati in siti e abitazioni occupate, con l’intenzione poi di distaccare l’utenza. Lei ha protestato. Com’è andata a finire?
Non mi è sembrata una scelta opportuna in piena emergenza dovuta alla pandemia da Covid 19, privare centinaia di persone di un bene primario come l’acqua. Se il tema è il pagamento della fornitura (che mi sembra più che legittimo), si trovi la modalità di cambiare una legge che impedisce di avere forniture regolari in tali luoghi. Al disagio abitativo, non aggiungiamo anche quello sanitario. Fortunatamente Acea ha scelto di sospendere il distacco delle utenze per chi si trova in una condizione di difficoltà economica.
Non dimentichiamo che il sindaco è il garante che tutela la salute dei cittadini, ma in questo caso è anche l’azionista di maggioranza di Acea. In altri comuni sono state fatte ordinanze sindacali per bloccare i distacchi. Serve dunque una decisione politica: Acea non la prenderà mai, perché Acea agisce nell’interesse dei suoi azionisti e del mercato. È il sindaco allora che deve prenderla.

Il Coordinamento romano per l’acqua pubblica denuncia “aumenti enormi” delle tariffe da qui al 2023 da parte di Acea. Lei cosa dice?
L’art. 154 del d.lgs. 152/2006 (testo unico ambientale) recita: “La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato […], in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio secondo il principio del recupero dei costi”.
A fronte di utili di Acea pari a centinaia di milioni di euro netti l’anno, la Conferenza dei sindaci guidata da Virginia Raggi, un tempo paladina dell’acqua pubblica, ha deciso di far pagare ai cittadini gli investimenti dell’Acea sull’ammodernamento delle reti idriche, lasciando intatti i dividendi per i privati. Sappiamo che Acea è una Società per azioni e deve fare profitto, ma questo non può avere conseguenze in termini di aumento delle tariffe a fronte di un servizio troppo spesso carente.
Per quanto riguarda il potabilizzatore, non c’è nulla di male nell’utilizzare l’acqua di corsi idrici superficiali. Tra l’altro a Roma c’è già un potabilizzatore, che però non è ancora entrato in funzione, e dunque invece di inventare soluzioni costose e potenzialmente rischiose, come quella di potabilizzare l’acqua del Tevere, si dovrebbe investire per ridurre le perdite idriche. Questo significherebbe anche diminuire la pressione sui sistemi naturali, che invece stiamo mettendo a rischio.

In altri comuni sono state fatte ordinanze sindacali per bloccare i distacchi dell’acqua. Serve dunque una decisione politica: Acea non la prenderà mai, perché agisce nell’interesse dei suoi azionisti e del mercato. È il sindaco allora che deve prenderla

È favorevole ad un patto trasversale tra le forze politiche per dare a Roma Capitale poteri speciali?
Il tema dei poteri speciali per Roma Capitale è stato spesso invocato da più forze politiche. Come già detto, Roma non può essere considerata una città come le altre. Non penso tuttavia che i poteri speciali siano la panacea, né tantomeno una conditio sine qua non per garantire il rilancio della Capitale. Più che di poteri speciali, Roma ha bisogno di un’amministrazione efficiente capace di dare risposte concrete. Che poi Roma abbia bisogno di novità per ciò che riguarda la governance non c’è dubbio: basti pensare all’ibrido della Città Metropolitana e al ruolo dei Municipi. Ma è un argomento che per troppi anni ha costituito il pretesto per giustificare l’immobilismo e gli insuccessi dell’amministrazione comunale

28-01-2021 | © Riproduzione riservata

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*