Roma in 100 film

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Vacanze romane

L’immagine di Gregory Peck e Audrey Hepburn che girano in Vespa per il centro di Roma, è diventata ormai un’icona universale, che simboleggia la Città Eterna, quasi quanto il Colosseo o la cupola di San Pietro. Merito dell’enorme successo ottenuto dal film “Vacanze Romane” (titolo originale “Roman Holiday”), diretto nel 1953 da William Wyler e interamente girato a Roma, tra le vie del centro storico e gli studi di Cinecittà.

L’esile vicenda romantica che sorregge il film, è una sorta di favola di Cenerentola a ruoli invertiti, con la principessa Anna (Audrey Hepburn), erede al trono di un non meglio precisato stato, che, durante un suo viaggio diplomatico a Roma, decide di vagare per la città fuori dagli schemi dell’etichetta e finisce per incontrare Joe Bradley (Gregory Peck), un giornalista statunitense in viaggio di lavoro nella capitale italiana. Ne nasce un’amicizia sempre più affettuosa, che porterà i due a lunghe scorribande per le vie della Città Eterna. Una tenera amicizia che non verrà incrinata nemmeno dalla possibilità per il giornalista Joe, che nel frattempo aveva scoperto la vera identità della principessa, di vendere, con lauti guadagni per lui, il reportage della giornata con la principessa e le relative foto. Joe, anzi, rinuncerà a pubblicare tutto il materiale esclusivo in suo possesso, per non tradire la fiducia di Anna.

Al di là della storia, è proprio Roma, con il suo centro storico, che funge da vera protagonista del film. Una Roma tutto sommato rimasta inalterata nel tempo, come dimostra un video del 2011, montato dal cineamatore German Lopez, che affianca le immagini del film con quelle della Roma contemporanea, dimostrando che quasi nulla, da allora, pare essere cambiato nel cuore della città.

Quello che esce fuori dal film, è un vero e proprio giro turistico della capitale, quello stesso giro che un visitatore ancora oggi farebbe, una volta arrivato a Roma: Piazza Bocca della Verità, con la chiesa di Santa Maria in Cosmedin e le leggende sulla famosa “Bocca” di epoca romana, in cui i protagonisti infilano timorosi la mano, il Pantheon, Castel Sant’Angelo, la Fontana di Trevi, Piazza Venezia, Piazza di Spagna, dove Anna e Joe hanno uno dei loro romantici incontri, il Colosseo, Via Margutta, dove nel film è collocata la casa del giornalista, i Fori Imperiali, la Galleria Colonna, Palazzo Brancaccio, che funge da sede della principessa, per finire in via della Stamperia, dove nel film si trova il negozio del barbiere che taglia i capelli alla principessa Anna.

 

La profezia dell’armadillo

Diretto nel 2018 da Emanuele Scaringi, al suo lavoro di esordio, il film è ispirato dall’omonimo e parzialmente autobiografico racconto a fumetti di Michele Rech, in arte Zerocalcare, che figura anche fra gli sceneggiatori della pellicola. Il cast del film mixa sapientemente giovani poco noti e attori affermati come Laura Morante e Claudia Pandolfi, con alcuni divertentissimi cameo di personaggi come Adriano Panatta, che interpreta se stesso in una esilarante scena, ambientata all’aeroporto di Fiumicino.

Zero, il protagonista, interpretato da Simone Liberati, ha ventisette anni, vive nel quartiere di Rebibbia, è un bravo fumettista, ma non avendo un lavoro fisso si arrabatta con lavoretti precari. La sua vita scorre noiosa e senza prospettive, con giornate trascorse quasi interamente sui mezzi pubblici, attraversando mezza Roma per raggiungere i vari posti di lavoro, o per andare a visitare la madre, interpretata da Laura Morante. A tenergli compagnia nelle sue peripezie quotidiane, è l’amico d’infanzia Secco, di cui veste i panni Pietro Castellitto. Ma Zero ha anche un amico immaginario, che vive segretamente a casa sua: un armadillo parlante, sotto le cui squame si nasconde l’attore Valerio Aprea, che, con conversazioni spesso surreali, lo aggiorna sempre su cosa succede nel mondo. La morte dell’amica d’infanzia Camille, di cui Zero è sempre stato segretamente innamorato, lo porterà poi a riflettere più profondamente sulla propria vita e sul mondo.

Girato a Rebibbia, ma anche in diverse altre zone del centro e della periferia capitolina, Roma è molto presente nel film, con le sue immagini e le sue atmosfere; persino un filo troppo per chi romano non è, con alcune battute e riferimenti che potrebbero non essere colti appieno da chi non conosce a fondo la città. Tra le curiosità del film, Valerio Mastrandrea, un altro degli sceneggiatori dell’opera, doveva esserne originariamente anche il regista, prima che la scelta definitiva cadesse sull’esordiente Scaringi.

 

La decima vittima

Questo film di Elio Petri del 1965, con Marcello Mastroianni e Ursula Andress, è quasi un unicum nella storia del cinema italiano, dove il genere fantascientifico è pressoché inesistente. Ambientato in un futuro ipotetico e dispotico, è, sotto traccia, anche una critica feroce al sistema capitalistico e alla società delle immagini, di cui il regista profetizza sviluppi piuttosto inquietanti. Dopo un inizio ambientato a New York, è Roma la città che fa da sfondo alla vicenda, una città presentata con ambientazioni avveniristiche per gli occhi di uno spettatore degli anni sessanta, che, riviste oggi, ci rimandano invece all’arte optical in voga nel decennio in cui fu girato il film e con palazzi del futuro che, in realtà, sono quelli costruiti nella capitale per le Olimpiadi del 1960 ma che, in parte, oggi risultano già fatiscenti o addirittura abbattuti.

Tratto da un racconto di fantascienza di Robert Sheckley, il film immagina una società in cui, per contenere la violenza e scongiurare guerre nucleari devastanti, è stata creata una competizione internazionale chiamata la Grande Caccia, che fornisce a chi partecipa la possibilità di uccidere, senza subire conseguenze penali. Un computer designa delle coppie di partecipanti, nel ruolo di cacciatore e di vittima. Chi sopravvive a dieci sfide (da cui il titolo del film) entra nel Dechaton, ottenendo fama, privilegi e denaro. La giovane americana Caroline Meredith (Ursula Andress) deve eliminare la sua ultima vittima, l’italiano Marcello Poletti (Marcello Mastroianni). Caroline è seguita, nella sua missione, da una troupe televisiva con tanto di sponsor, quasi fosse un reality show e ha deciso di uccidere Poletti nella scenografica cornice del Foro Romano, in diretta tv e con già predisposte coreografie, fatte di balletti e di spot pubblicitari. La donna raggiunge perciò Marcello a Roma, spacciandosi per una giornalista e inscenando un’intervista in un locale dell’EUR. Dopo alterne vicende, i due finiranno però per innamorarsi, con un happy end, voluto dalla produzione, poi rinnegato da Petri in molte successive interviste.

Molti sono gli scorci della capitale che accompagnano la storia: da Piazza di Siena, in cui si svolge il concorso ippico presentato nella pellicola, a Lungotevere dei Mellini, dove è l’avveniristica casa di Marcello. La sede del “Ministero della Grande Caccia”, così come la “Relaxing service station”, la sala per rilassarsi immaginata nel film, sono nell’ex Velodromo dell’Eur, la struttura inaugurata nel 1960, ma abbattuta nei primi anni del duemila, dopo decenni di abbandono. Il bar con terrazza dove i due protagonisti hanno il loro primo incontro, è sempre all’Eur, nel Palazzo dei Congressi dell’architetto Libera. La spiaggia dove viene fatto il saluto al sole è quella di Focene. La scena del duello ai Fori, infine, parte al centro di Roma, nei pressi dell’Arco di Tito, ma curiosamente si sposta poi ad Ostia Antica, all’interno degli scavi, sulla scalinata dei resti del Capitolium.

 

Il Marchese del Grillo

Il film del 1981 del regista Mario Monicelli, è forse in assoluto il film più amato dai romani, che ridono e si identificano, anche rivedendo il film per la ventesima volta, con le battute salaci, che molti conoscono a memoria, del marchese buontempone interpretato da Alberto Sordi. Ambientata ai primi anni dell’ottocento, la pellicola narra le vicende del marchese Onofrio del Grillo, nobile romano e dignitario pontificio, che ama trascorrere le proprie giornate organizzando raffinati scherzi, a volte bonari, altre volte crudeli, di cui fa oggetto sia gente del popolo, sia membri della nobiltà e persino lo stesso Papa. Il personaggio è ispirato a un nobile papalino storicamente esistito, sui cui scherzi leggendari, da secoli circolano a Roma numerose leggende. Che questo personaggio leggendario fosse davvero Onofrio del Grillo è però improbabile, sia perché le leggende popolari collocano tutte nell’ottocento gli scherzi del marchese, mentre il vero Onofrio morì nel 1787, sia perché il vero Onofrio visse solo per un breve periodo a Roma, essendo nato e poi morto a Fabriano.

La particolarità, che forse lascerà sorpresi molti di voi, è che nel più romano dei film ambientati a Roma, interpretato da un simbolo capitolino come Alberto Sordi, che mostra paesaggi e scorci di quella Roma sparita ottocentesca, che fu tanto cara al pittore Roesler Franz, quasi nessuna scena è realmente girata tra le vie di Roma. Tutte le immagini della città che appaiono nella pellicola, infatti, o sono riprese in altre città d’Italia, o sono riscostruite in studio con scenografie.

E così, il palazzo del marchese Onofrio del Grillo è un palazzo di Lucca: Palazzo Pfanner. Solo la terrazza del palazzo è davvero Roma, per la precisione la loggia della Casa dei Cavalieri di Rodi, da cui si intravede, sullo sfondo, il Campidoglio. La scena della rappresentazione teatrale è stata girata, invece, nel teatro settecentesco di Amelia, in provincia di Terni. Il covo di Don Bastiano, il personaggio interpretato da Flavio Bucci, è collocato a Monterano, un paese abbandonato a nord della Capitale. La scena dell’arrivo in carrozza del marchese e dell’ufficiale francese in un casolare, è stata girata a Tarquinia. Piazza Bocca della Verità, che nel film appare com’era prima della costruzione dei Lungotevere, è invece un set allestito negli studi di Cinecittà. E così è per il vicolo dove lavora il carbonaio Gasperino, il sosia del marchese. Gli unici veri scorci romani sono quelli del Parco degli Acquedotti, dove il marchese corre in carrozza in una delle scene del film e Piazza del Velabro, dove viene collocata l’esecuzione di don Bastiano dopo la sua cattura.

 

Mamma Roma

Nel 1962, Pier Paolo Pasolini presenta alla Mostra del Cinema di Venezia il suo secondo film: “Mamma Roma”. Per la prima volta tra gli interpreti di una sua pellicola c’è anche un nome di grido, quello dell’attrice premio Oscar Anna Magnani, oltre al ritorno sulle scene di Franco Citti, già protagonista, come attore esordiente, del suo precedente film “Accattone”. Anche questa storia, come l’esordio cinematografico di Pasolini, è un ritratto della periferia romana, del sottoproletariato che vive nelle borgate di quella Roma, presente nel titolo, che è anche il nome della protagonista.

Roma Garofolo, alias Mamma Roma, il personaggio interpretato dalla Magnani, è una ex prostituta, madre di Ettore, cresciuto con lei a Guidonia e tenuto all’oscuro di quel passato poco edificante. Mamma Roma decide però di trasferirsi nuovamente a Roma, per offrire un futuro migliore a suo figlio. Ettore, arrivato nella sua nuova casa, nel quartiere del Quadraro, conosce un gruppo di ladruncoli della zona, con cui fa amicizia. Conosce anche Bruna, una ragazza più grande di lui, di cui si innamora. Mamma Roma farà carte false per allontanare il figlio da quel giro e portarlo verso una vita “per bene” e un lavoro onesto, riuscendo inizialmente nel suo intento. Purtroppo, anche in questa vicenda, proprio come in “Accattone”, il destino sembra già scritto e ogni tentativo di riscatto è destinato a fallire. Il destino ricompare sulla scena nelle vesti del vecchio protettore di Mamma Roma, Carmine, interpretato da Franco Citti. Con il suo arrivo, tutti i fantasmi del passato fanno la propria ricomparsa, smontando pezzo per pezzo ogni tentativo di rivalsa e finendo per condurre la storia verso un percorso tragico.

Quasi tutto il film è girato nella periferia sud-est di Roma. La prima casa dove vive Mamma Roma, all’inizio della storia, prima di trasferirsi, è il cosiddetto Palazzo dei Ferrovieri di Casal Bertone. Il suo nuovo appartamento romano, è invece nel villaggio INA-Casa del Quadraro, la zona in cui viene ambientata la maggior parte del racconto. Molti esterni sono poi girati nella zona del Parco degli Acquedotti. In alcune immagini del film è ben visibile la cupola della basilica di Don Bosco, mentre le scene finali, in cui i personaggi presenti si trovano di fronte a un ospedale, sono girate a Tor Marancia, davanti all’istituto San Michele.

 

Le fate ignoranti

È un film del 2001, diretto dal regista italo-turco Ferzan Ozpetek, incentrato sui temi dei rapporti di coppia e dell’omosessualità, basato anche su alcune vicende autobiografiche realmente vissute dal regista, che ha per attori protagonisti Margherita Buy e Stefano Accorsi. La Buy interpreta Antonia, una donna serenamente sposata e mediamente agiata, dottoressa specializzata nelle cure contro l’AIDS, che pare vivere un’esistenza personale e di coppia piuttosto tranquilla, finché suo marito Massimo non muore travolto da un’autovettura. Tra gli oggetti che il marito scomparso lascia nel suo ufficio, Antonia scopre un quadro dal titolo “Le fate ignoranti”, su cui è presente una dedica che lascia sospettare l’esistenza di un’amante segreta.

Comincia così per Antonia una serie di ricerche, che la porterà a frequentare una strana casa, in cui vive Michele (Stefano Accorsi), insieme a una sorta di curiosa famiglia allargata multietnica, che si ritrova spesso lì in modo conviviale, soprattutto sulla grande terrazza, che viene animata quasi ogni giorno da una comunità variopinta, composta da un gruppo di omosessuali, una transessuale, alcuni esponenti della comunità turca di Roma e da altri strani personaggi, Saranno queste persone che, poco a poco, faranno scoprire ad Antonia una serie di realtà da lei sempre ignorate, inclusa l’omosessualità del marito Massimo, che lui aveva tenuto segreta durante tutta la propria esistenza.

Il film è interamente girato nel quartiere Ostiense, altro elemento autobiografico inserito nella storia dal regista Ozpetek, che da anni abita realmente in quella zona e che, come i protagonisti del film, ha raccontato di avere spesso l’abitudine di riunire in casa propria un variopinto gruppo di amici e parenti. La terrazza che appare nella pellicola, che mostra sullo sfondo il Gazometro, si trova proprio a Ostiense, in via dei Magazzini Generali. Altre immagini di esterni sono girate in via del Porto Fluviale e in via della Piramide Cestia. Il museo dove la Buy entra, in una delle scene, è un reale museo presente nel quartiere: la Centrale Montemartini di via Ostiense. Infine, la festa sul fiume a cui lei partecipa, è stata girata su un barcone accanto al ponte dell’Industria, nel quale, per tutti gli anni novanta e i primi anni del duemila, era realmente attiva una discoteca sul Tevere, molto frequentata dai romani. Il barcone fu poi affondato da una piena del fiume nel 2007 e oggi è stato rimosso.

 

I soliti ignoti

Questo film, diretto nel 1958 da Mario Monicelli, uscito nelle sale come una semplice commedia comica, è ormai unanimemente considerato uno dei capolavori assoluti del cinema italiano. Merito della sceneggiatura, della regia e delle interpretazioni di Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Totò, Renato Salvatori, Tiberio Murgia, Claudia Cardinale, Memmo Carotenuto, Carla Gravina e Carlo Pisacane, ovvero il mitico “Capannelle”. E merito di una Roma che fa da cornice e da ulteriore protagonista.

Si narrano le vicende di un gruppo di piccoli ladruncoli, dalle vite incerte e dalla scarsa perizia anche nel compiere le proprie malefatte, che decide di mettersi insieme per riuscire ad organizzare il “colpo del secolo” e a svaligiare una banca. Tra numerosi colpi di scena, contrattempi, clamorosi errori di programmazione e di esecuzione, il furto non andrà però a buon fine. Quello che ne risulta è un film divertentissimo che è anche lo spaccato di un’umanità sempre precaria e ai margini, vista però con sguardo ironico, pur senza negare anche momenti di riflessione sociale, che attraversano tutto il film più o meno sottotraccia. È questa miscellanea fra battute irresistibili e serietà di stampo quasi neorealista, che prenderà il nome di Commedia all’italiana, un genere cinematografico di cui “I soliti ignoti” è il film capostipite.

Roma compare quale protagonista fin dalla prima scena, quando Il film si apre con Cosimo (Memmo Carotenuto) e Capannelle (Carlo Pisacane) che tentano di rubare un’automobile in via Alesia, una strada non distante da via Gallia. I grandi casermoni periferici nei quali Capannelle cerca di rintracciare Mario, si trovano invece in via Tonale, all’incrocio con via Monte Taburno, non distanti dal mercato del Tufello. La casa di Capannelle, è un piccolo complesso di baracche, oggi non più esistente, dalle parti di Via Collatina. Una delle scene più famose del film, quella in cui Totò istruisce gli amici sulle tecniche di scasso, è stata infine girata in un palazzo di Casal Bertone, oggi abbattuto. Ma sono molte altre le zone della città che fanno la loro comparsa nel film: da via Gregorio VII al Foro Italico, da Monte Testaccio alla Batteria Nomentana, dalle Mura Vaticane all’Università del Sacro Cuore, a Porta Portese, a via delle Tre Cannelle, al Gianicolo, in un tour di Roma decisamente non da cartolina turistica, ma proprio per questo molto più interessante agli occhi di un romano.

 

Nell’anno del Signore

Primo film della trilogia dedicata al risorgimento romano, che proseguirà con “In nome del Papa Re” e “In nome del popolo sovrano”, diretto nel 1969 da Luigi Magni, “Nell’anno del Signore” prende spunto da alcuni fatti storici realmente accaduti, con la condanna a morte, avvenuta a Roma nel 1825, dei carbonari Targhini e Montanari, rei di avere tentato una insurrezione contro il Papa in città. L’episodio è però solo uno spunto per una sorta di affresco capitolino e di racconto popolare, in cui numerose sono le licenze che il regista si prende rispetto ai reali accadimenti.

Con Nino Manfredi quale protagonista principale e un cast di cui fanno parte Claudia Cardinale, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Enrico Maria Salerno, Robert Hossein, Renaud Verley, Enzo Cerusico e un allora poco noto Pippo Franco, il film ben rappresenta quello spirito ambivalente dei romani, quel loro oscillare fra menefreghismo e impegno sociale, fra volgare indolenza e nobiltà d’animo, fra grande altruismo e meschino servilismo nei confronti di un potere politico sempre ben presente e radicato in città. Uno spirito romano rimasto quasi immutato nei secoli e ben raffigurato dal personaggio (immaginario) intrepretato da Nino Manfredi, un ciabattino detto Cornacchia, all’apparenza un rozzo analfabeta, nella realtà un fine pensatore, segretamente autore delle scritte che nottetempo appaiono sulla statua di Pasquino.

Data l’ambientazione storica delle vicende, collocate ai primi dell’ottocento, tutte le location del film sono scorci del centro di Roma. Si va dall’Isola Tiberina, dove avviene il tentato omicidio da parte dei carbonari nei confronti della spia Filippo Spada, a piazza Capizzucchi, dove nella finzione scenica viene collocata la statua di Pasquino, dal Gianicolo, alla Loggia dei cavalieri di Rodi, dove nella pellicola abita il cardinale Rivarola interpretato da Ugo Tognazzi, fino alla fontana di piazza Trilussa.

 

Fantasmi a Roma

Film diretto nel 1961 da Antonio Pietrangeli, su sceneggiatura di Ennio Flaiano, con un cast di tutto rispetto, che comprende Marcello Mastroianni, Eduardo De Filippo, Tino Buazzelli, Sandra Milo, Vittorio Gassman, è una favola dal sapore surreale, che narra le vicende delle anime di alcuni personaggi deceduti da diversi secoli, ma che ancora vagano per le vie e i palazzi della Capitale. Come spesso accade nelle commedie italiane di quegli anni, il tema funge anche da pretesto, per aprire uno squarcio sulle trasformazioni urbanistiche e sociali avvenute nella città.

Questo appare molto evidente nella scena in cui Mastroianni e Buazzelli, ovvero Reginaldo e Fra Bartolomeo, si spingono fino al neonato quartiere del Quadraro, allora in costruzione, alla ricerca dell’anima del pittore seicentesco Giovan Battista Villari, detto il Caparra, interpretato da Vittorio Gassman, che vive in piazza dei Consoli, in un’antica torre di campagna, oggi sede di un centro anziani. Il Caparra, narra allora le vicende legate ai suoi frequenti spostamenti di domicilio, dovuti alle trasformazioni urbanistiche subite nei secoli dalla città, lasciando trasparire un’evidente critica nei confronti dell’eccessiva urbanizzazione capitolina, una città che proprio in quegli anni vedeva crescere forsennatamente la propria popolazione e i propri metri cubi di cemento.

Il contrasto fra una nobiltà antica della città, minacciata dalla foga materialista delle nuove generazioni, figlie del boom economico, è rappresentata metaforicamente anche dal passaggio di consegne che avviene nel palazzo nobiliare in cui vivono i fantasmi, situato in pieno centro, a via della Pace, dopo la morte del suo vecchio proprietario. Il palazzo viene ereditato dal rampollo Federico di Roviano, interpretato sempre da Mastroianni, deciso ad abbatterlo per farne un ben più redditizio e moderno supermercato. Il progetto verrà però sventato, con un espediente, dall’astuzia dei fantasmi. Oltre al palazzo di va della Pace e al quartiere del Quadraro, numerose altre location romane, soprattutto della parte storica della città, appaiono nel film: dal Convento di San Giorgio (a piazza San Salvatore in Lauro), a Ponte Cestio, a via Lancellotti, dove è il night in cui il fantasma di Reginaldo bacia una bella cantante, che poi si rivela essere un uomo.

 

Romanzo criminale

Il film di Michele Placido del 2005, tratto dal romanzo di Giancarlo De Cataldo, racconta le vicende di oltre due decenni di storia romana e italiana, visti attraverso gli occhi della famigerata Banda della Magliana, quella che viene considerata a tutt’oggi la più potente organizzazione criminale che abbia mai operato a Roma. Il successo del film permetterà di dare vita anche a un’omonima e altrettanto fortunata serie televisiva, che ha avuto inizio nel 2008.

Le vicende narrate nella pellicola partono dalla metà degli anni sessanta, quando quattro piccoli delinquenti di strada, sulla spiaggia di Castelfusano, decidono di darsi dei nomi di battaglia: da allora si chiameranno il Libanese, il Dandi, il Freddo e il Grana. Si concluderanno negli anni novanta, dopo gli attentati mafiosi che hanno sconvolto l’Italia di quegli anni e l’inizio della cosiddetta “seconda repubblica”.

Del cast del film fanno parte Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, oltre allo stesso regista Michele Placido e allo scrittore Giancarlo De Cataldo, che appare in alcune scene, nella veste di giudice. Non tutte le vicende narrate hanno un’adesione con i reali fatti che hanno visto per protagonista la banda criminale. Quello che Placido vuole mettere in scena, non è infatti un film storico, ma la rappresentazione di un’atmosfera, delle logiche vigenti in quella Roma criminale, che ha a lungo contribuito a determinare l’andamento, anche politico, della vita cittadina e nazionale.

La Roma che viene ripresa nel film, nonostante il riferimento alla Magliana, che farebbe supporre delle location per la maggior parte periferiche, è invece soprattutto quella del centro storico, con numerose scene girate a Trastevere, a Piazza di Spagna, oltre che a Monteverde (dove è la casa-bordello di Patrizia, la prostituta amata dal Dandi), al Gazometro e sulla spiaggia di Ostia. Come in “C’eravamo tanto amati”, la villa del Libanese è una vera villa dell’Olgiata, anche se diversa da quella usata nel film di Scola, mentre quella del personaggio di Trentadenari è a Casalpalocco.

 

C’eravamo tanto amati

Nella migliore tradizione della commedia italiana, quella capace di unire con perfetto equilibrio la comicità e la critica sociale, il film di Ettore Scola, del 1974, è il grande affresco di una generazione, quella passata dalla guerra agli anni settanta, attraverso trent’anni di storia italiana. A fare da cornice, ma anche da coprotagonista della vicenda, è la città di Roma, dove i personaggi vivono e dove sono ambientate la maggior parte delle scene.

Il film è anche un omaggio al cinema e alla televisione, ricco di citazioni, che vanno da “Ladri di Biciclette” a “Lascia o Raddoppia”, da Michelangelo Antonioni alla Nouvelle Vague francese. La morte di Vittorio De Sica, che avverrà proprio durante la lavorazione del film, farà anche sì che Scola dedicherà esplicitamente al regista scomparso la propria pellicola, oltre a inserire una sua intervista all’interno del racconto. La citazione più esplicita ed evidente, è però quella fatta nei confronti della “Dolce Vita”, con un’intera sequenza ambientata durante le riprese della famosa scena del bagno alla Fontana di Trevi e con Federico Fellini e Marcello Mastroianni che, in un cameo, interpretano loro stessi.

Protagonisti della pellicola di Scola sono Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli, Stefano Satta Flores, che interpretano dei vecchi compagni ai tempi delle lotte partigiane, persi poi di vista e ritrovati dopo tanti anni, con destini ormai molto diversi e ruoli sociali in contrasto coi vecchi sogni e con l’antico spirito cameratesco. Da rimarcare, in ruoli minori, anche le interpretazioni di Aldo Fabrizi e di Giovanna Ralli, oltre alle apparizioni di Mike Bongiorno (nel ruolo di se stesso) e di Ugo Gregoretti.

Nel film compare spesso quella Roma degli anni settanta, in cui i personaggi si ritrovano e raccontano le proprie vite, raffigurata da Piazza del Popolo (all’epoca un enorme parcheggio di autovetture) a Piazza di Spagna, dall’Aventino a San Michele a Ripa, dalla Garbatella (dove ha sede la scuola davanti a cui, nel film, si svolge il sit-in) a Piazza Caprera, da Fontana di Trevi a San Giovanni. La grande villa di Aldo Fabrizi, il palazzinaro senza scrupoli, poi ereditata da Gassman, è una vera villa romana, spesso location di opere cinematografiche, tutt’ora esistente all’Olgiata, sulla Cassia, nella zona nord della città. Allo stesso modo la trattoria “Dal re della mezza porzione”, citata nel film e in cui i protagonisti si fermano a mangiare, era una vera trattoria romana, ubicata in centro e precisamente a Piazza della Consolazione, e all’epoca delle riprese risultava ancora attiva proprio con questo nome.

 

Tre soldi nella fontana

“Tre soldi nella fontana”, titolo originale “Three coins in the fountain”, è un film americano del 1954, diretto da Jean Negulesco. Nato sulla scia del successo di “Vacanze romane”, film uscito l’anno precedente, riuscirà ad essere una delle commedie più amate degli anni cinquanta, sia in America che nel nostro paese. Il titolo prende spunto da una nota leggenda, che vuole che chi getta delle monete nella Fontana di Trevi, potrà rivedere Roma.

Come nel precedente film con Audrey Hepburn e Gregory Peck, in “Tre soldi nella fontana” si narrano le vicende romantiche di alcuni americani in visita nel Belpaese. Non solo Roma, ma inizialmente anche Venezia fa da meta e da sfondo alle storie narrate. Le protagoniste della vicenda sono tre segretarie americane, che lavorano temporaneamente nella capitale italiana: Anita, Maria e Frances. Le tre sembrano destinate a rientrare negli Stati Uniti, ma alla fine, dopo il lancio delle monete nella Fontana di Trevi, quasi per magia, è proprio nella Città Eterna che troveranno l’amore e si accaseranno. Anita convola a nozze con il collega Giorgio (interpretato da Rossano Brazzi), Maria conquista il principe Dino Dessi, Frances si sposerà con Shadwell, il suo datore di lavoro.

Il brano musicale omonimo, che funge da colonna sonora, ottenne il premio Oscar quale migliore canzone. Una curiosità: il nome di uno dei personaggi, il Principe Dino Dessi, futuro sposo di Maria, nella versione originale in inglese era diverso. Si chiamava infatti Prince Dino Di Cessi. Ovviamente nella versione italiana, per evidenti motivi legati al significato della parola cessi, quel nome fu opportunamente modificato.

 

Un americano a Roma

Dopo il successo del precedente film “Un giorno in pretura”, nel 1954 Nando Mericoni, il fortunato personaggio interpretato da Alberto Sordi, torna sul grande schermo, sempre con la regia di Steno, per dare vita a quella che sarà una delle più divertenti commedie italiane della storia del cinema: “Un americano a Roma”. Il film è una satira di costume sull’esterofilia post bellica, su un’America sognata e immaginata, ma conosciuta solo attraverso la visione di film e fumetti, o l’ascolto di musiche d’oltreoceano.

Il film è anche una raffica di esilaranti scene rimaste nella memoria, dal fosso della Maranella, al gatto mammone, dalla fuga sui tetti di Roma, all’indimenticabile scena degli spaghetti, oltre che di modi di dire, falsamente anglofoni, entrati nell’uso popolare: “Orrait”, “Polizia der Kansas City”, “Auanagai”, “Maccarone io ti distruggo”.

Roma è rappresentata, non solo nello spirito dell’epoca, di una generazione di romani che aveva vissuto in gioventù i liberatori, arrivati in città nel ’44, quasi come se fossero dei supereroi, di qualità superiore, ma anche attraverso le immagini dei suoi angoli famosi e nascosti: dai tetti di via Margutta, su cui Mericoni fugge seminudo, al Portico d’Ottavia, dove avviene il suo incontro col gatto, al Colosseo, dove il protagonista si arrampica, minacciando di buttarsi se nessuno lo avesse aiutato a partire per il “Kansas City”.

 

L’ultimo capodanno

“Via Cassia 1043, comprensorio Le Isole, un’oasi di calma e serenità”, è questa la location segnalata da una voce fuori campo, all’inizio del film di Marco Risi, del 1998, in cui si svolgono gli eventi; un luogo descritto con dovizia, persino indicandone il numero civico. In realtà le cose non stanno esattamente così. In via Cassia 1043, che corrisponde più o meno all’altezza dello svincolo per il Grande Raccordo Anulare, poco prima di via Volusia, non esistono palazzine così alte come quelle che si vedono nel film. In quella zona della Cassia ci sono solo palazzine di pochi piani, però Marco Risi, pur ricostruendo la location in studio, ha voluto comunque mantenere le indicazioni urbanistiche presenti nel libro da cui il film è tratto: “L’ultimo capodanno dell’umanità”, di Niccolò Ammaniti, in cui si descrive questo immaginario comprensorio, all’interno del quale si dice siano anche un cinema, una discoteca, campi da tennis e addirittura una piscina olimpionica, ovviamente inesistenti in quel punto della via Cassia.

La Roma, anzi la Roma Nord, descritta in questo film grottesco, surreale, divertente, ma a tratti persino inquietante, è vista dall’angolazione di un mondo borghese, falsamente sereno e tranquillo, ricco però di rancori, di meschinità, di segreti, che esplodono tutti nella serata di capodanno, facendo letteralmente saltare in aria le apparenze. Tutt’attorno, ruota un’ulteriore umanità, fatta di piccoli arruffoni, malavitosi da due soldi, millantatori, gigolò, squillo, tossicomani, anch’essa coinvolta nel delirante andamento di quella notte di festa. Gli eventi della serata, faranno sì che tutte le diverse vicende giungeranno a concentrarsi e a deflagrare in quell’immaginario condominio romano.

Nel ricco cast del film, troviamo, tra gli altri, Monica Bellucci, Alessandro Haber, Marco Giallini, Claudio Santamaria, Ricky Memphis, Giorgio Tirabassi, Beppe Fiorello, Angela Finocchiaro, Iva Zanicchi, Adriano Pappalardo, Riccardo Rossi, Maria Monti. Le poche scene ambientate fuori dal fantomatico comprensorio, forse per poter rendere più credibile l’ipotetica location indicata all’inizio del film, sono effettivamente girate non troppo distante dalla via Cassia, tra Ponte Flaminio e corso Francia, nel distributore di benzina dirimpetto a quello che verrà reso successivamente famoso dalle cronache, per via di alcune vicende legate a Mafia Capitale e a Massimo Carminati.

 

Accattone

Il film, del 1961, segna l’esordio alla regia di Pier Paolo Pasolini. Presentato alla mostra di Venezia di quell’anno e accolto da pareri contrastanti e anche da forti contestazioni, è, di fatto, la trasposizione cinematografica di alcuni precedenti lavori letterari dell’intellettuale friulano. Accattone, interpretato da un allora sconosciutissimo Franco Citti, alla sua prima prova davanti alle cineprese, è un sottoproletario romano, che vive di espedienti e si fa mantenere da una prostituta. La sua vita è piena di violenza e avrà un finale tragico, che sembra fin dall’inizio scritto nel destino.

Accattone, film interpretato da attori non professionisti, riprendendo in tal modo una scelta stilistica molto in voga ai tempi del neorealismo, è soprattutto il racconto del mondo sottoproletario romano e di quella parte periferica di città, che proprio in quegli anni aveva visto un forte e disordinato sviluppo. Gli esterni del film sono tutti girati nelle borgate capitoline e in quelle aree della Capitale, che era lasciata ai margini dalla Roma bene descritta l’anno precedente da Federico Fellini nel suo film “La dolce vita”: via Casilina, via Portuense, via Appia, via Tiburtina, via Baccina, l’Acqua Santa, via Manuzio, Ponte Testaccio, il Pigneto, la borgata Gordiani, Centocelle, la Marranella.

Tra le curiosità del film, vi è il fatto che proprio Federico Fellini si propose inizialmente per essere il produttore dell’opera. Il regista riminese, però, all’ultimo momento si tirò indietro, spaventato dalla scarsa conoscenza tecnica del mestiere di regista e delle sue peculiarità tecniche, dimostrata da Pier Paolo Pasolini. Un Pasolini che, comunque, fu sostenuto nelle riprese da un aiuto regista, allora giovanissimo, destinato a diventare uno dei massimi direttori mondiali, osannato dalla critica e vincitore di premi Oscar: Bernardo Bertolucci.

 

Piazza Vittorio

Il docufilm del 2017 “Piazza Vittorio”, diretto dal regista statunitense Abel Ferrara, apre lo sguardo verso quella Roma multietnica che, da qualche decennio, popola il quartiere dell’Esquilino e la piazza che dà il titolo alla pellicola. Alle immagini e alle parole degli abitanti della zona, italiani e non, si aggiunge il commento di quell’intellighenzia internazionale che, assieme alle diverse comunità straniere, ha trovato di recente casa nel quartiere. Tra questi, il regista Matteo Garrone e l’attore americano Willem Dafoe, entrambi amici di Ferrara ed entrambi intervistati nel docufilm, per raccontare la propria esperienza di vita in quel quartiere romano.

L’opera ha tutti i pregi e tutti i difetti che si possono incontrare quando in un racconto lo sguardo non è quello di chi vive quotidianamente nella realtà che viene descritta, bensì quello di chi resta affascinato da un luogo, cogliendone i suoi aspetti più vistosi, ma con gli occhi del turista, dell’osservatore esterno. È dunque un film a metà fra documentario turistico e spirito dei luoghi, fra la rappresentazione di uno stereotipo e un’efficace descrizione della multiculturalità dell’Esquilino. Lo stesso vale per la colonna sonora, che presenta pezzi country, accanto a brani di Claudio Villa e Gabriella Ferri.

La pellicola ha, comunque, un suo fascino, con interviste a volte interessanti, fatte agli abitanti più disparati, dai cantanti africani, ai vecchi “romani de Roma”, con immagini di “making of” inserite all’interno del racconto, con una visita alla sede di Casapound, accompagnata dalle parole dei suoi militanti, riuscendo così a trasmettere il senso di quella realtà ambigua e contraddittoria che Piazza Vittorio presenta oggi ai visitatori, in bilico fra una forma tutto sommato pacifica di integrazione fra le diverse etnie, ma col rischio strisciante di possibili esplosioni razziste, sempre presente.

 

Risate di gioia

Tratto da alcune novelle di Alberto Moravia, contenute nei suoi “Racconti romani”, girato nel 1960 da Mario Moincelli, è un film che, a riguardarlo oggi, appare come uno dei capolavori della commedia all’italiana, capace di calibrare battute irresistibili e un amaro spaccato sociale, con una coppia di interpreti straordinaria e potentissima, formata da Anna Magnani e da Totò, per la prima e, purtroppo, unica volta insieme sul grande schermo. Eppure, al momento della sua uscita nelle sale, fu anche un clamoroso flop. Reduce da un premio Oscar e da diverse pellicole girate a Hollywood, la Magnani accolse infatti con ritrosia l’idea di ritrovare dopo vent’anni Totò, con cui aveva lavorato in teatro prima della guerra, ma che veniva allora considerato un attorucolo di serie B, buono solo per i film di cassetta. Anche la critica, che adorava la Magnani e disdegnava Totò, non apprezzò il fatto di vedere i due accostati. Mentre il pubblico, che adorava Totò, in quel momento disdegnava la Magnani, deluso dai suoi recenti lavori hollywoodiani. E così, sia pubblico che critica finirono per snobbare il film.

La pellicola narra di una coppia di amici dalle vite precarie, comparsa a Cinecittà lei, attore da strapazzo, ma soprattutto piccolo truffatore lui, che si ritrova a festeggiare il Capodanno. Tra i due si introduce un giovane, interpretato da Ben Gazzara, un lestofante che finge di sedurre la Magnani per poterne approfittare meglio, quale complice per i suoi raggiri. Il tutto avviene fra le vie di una Roma, vista sempre di notte (tranne nella scena finale sul Lungotevere), che il trio attraversa quasi senza meta: dall’Eur a Piazza Esedra, da Piramide a via del Corso, a via Giolitti, alla Fontana di Trevi, alla Chiesa di Sant’Andrea della Valle. Ed è al Palazzo dei Congressi che si svolge la festa dove la coppia Magnani-Totò rievoca il proprio passato sui palcoscenici del varietà, cantando la canzone “Geppina Geppi”.

Nel film appare, forse per la prima volta al cinema, anche la metropolitana di Roma, l’attuale Linea B, che all’epoca delle riprese era da poco tempo entrata in funzione. Da così poco tempo che, in una memorabile scena, la Magnani, mentre scende le scale che ancora oggi portano sui binari della stazione di Piramide – Porta san Paolo, potrà dire di non essere ancora mai salita sulla metropolitana romana. Alla fine, le vicende della storia, porteranno però la donna ad un amaro festeggiamento in solitaria della mezzanotte, proprio all’interno di un vagone del metrò.

 

In nome del popolo sovrano

Film del 1990, diretto da Luigi Magni, ultimo di una trilogia di opere dedicate dal regista al risorgimento romano, narra le vicende storiche che hanno portato, nel 1849, alla nascita e alla caduta della Repubblica Romana. I reali avvenimenti di quei giorni, si inframezzano nella pellicola alle vicende private di casa Arquati, immaginaria famiglia nobiliare romana, il cui capostipite, interpretato da Alberto Sordi, incarna una tradizione papalina che finisce per scontrarsi con le idee innovative di cui si fa portatrice la generazione del figlio Eufemio, ruolo ricoperto da Massimo Wertmuller, sposo di Cristina, donna piena di sogni e di idee patriottiche, i cui panni sono vestiti da Elena Sofia Ricci, che finirà per trascinare in un impeto risorgimentale anche l’inizialmente abulico marito.

Quasi tutti gli altri personaggi del film, a parte la cameriera di casa Arquati, interpretata da Serena Grandi, sono la trasposizione scenica di reali personaggi storici, uomini che hanno davvero vissuto quei drammatici momenti della storia di Roma: da Ciceruacchio, interpretato da Nino Manfredi, al patriota Giovanni Livraghi (Luca Barbareschi), a don Ugo Bassi (Jacques Perrin), al cardinale Gaetano Bedini (Luigi De Filippo), al poeta Giuseppe Gioacchino Belli (Roberto Herlitzka).

La Roma papalina è ricreata da Magni riprendendo veri scorci della città. I luoghi in cui si organizzano le barricate e avvengono gli scontri fra i rivoluzionari romani e i francesi accorsi in aiuto del Papa, sono quasi tutti angoli di Trastevere: via Anicia, via della Lungaretta, via Arco dei Tolomei, via e piazza in Piscinula, vicolo dell’Atleta. La terrazza del palazzo della famiglia Arquati è invece quella di Palazzo Falconieri, a via Giulia, mentre gli appartamenti papali sono ricreati in Campidoglio, all’interno di Palazzo Nuovo e di Palazzo dei Conservatori. Le musiche del film portano la firma del maestro Nicola Piovani.

 

La dolce vita

Il capolavoro del 1960, di Federico Fellini, è il film su Roma per antonomasia, quello che ha descritto la città di quegli anni, in un modo così perfetto e completo, da diventare un modo di dire proverbiale. Dal film nasce non solo il successo di Via Veneto; nasce anche il termine paparazzo, che è il nome di un fotografo presente in quella storia, ma che da allora starà a indicare ogni fotografo di gossip; nasce soprattutto un modo di vivere, di concepire il divertimento e di godersi Roma, che caratterizzerà tutta una generazione, negli anni del primo boom economico.

Raccontare in poche righe un film della durata di tre ore e che ha segnato per sempre la storia del cinema, è un’impresa quasi impossibile. Protagonista apparente di quella vicenda è Marcello Rubini, personaggio interpretato da Marcello Mastroianni, il giornalista un po’ dandy, che passa le sue notti fra feste, cocktail, donne e incontri mondani. Ma la vera protagonista reale de “La dolce vita”, è proprio la città di Roma. Una Roma che non è solo via Veneto, luogo d’incontro preferito dal bel mondo capitolino degli anni sessanta. C’è anche la Roma papalina di San Pietro, con riprese dall’alto e dell’interno della cupola, immagini per l’epoca piuttosto ardite. C’è poi la periferia di Centocelle. C’è la chiesa di Don Bosco. C’è il Fungo dell’Eur. C’è la spiaggia di Fregene. E c’è, ovviamente, Fontana di Trevi, con la famosissima scena del bagno di Anita Ekberg, in cui lei grida un sensualissimo: “Marcello, come here”.

Quello che forse molti non sanno, è che la precisione maniacale di Federico Fellini, la sua necessità di studiare con attenzione le riprese e di ripetere le scene fino a trovare quella giusta, ha fatto sì che molti scorci di Roma che appaiono nel film, non sono veri scorci della Capitale, bensì scenografie, realizzate in quel famoso “Studio 5” di Cinecittà, in cui il regista riminese era “di casa”. Dunque, non solo l’interno della cupola di San Pietro è una scenografia, ma anche la strada che è poi diventata il simbolo di quell’opera cinematografica e di quegli anni, ebbene sì, non è la vera Via Veneto, bensì un set, ricostruito in modo meticoloso dalle maestranze del film.

 

Titus

Poco noto film anglo-americano del 1999, tratto dal “Tito Andronico” di William Shakespeare. Seguendo una moda molto in voga in quegli anni, propone una trasposizione del dramma shakespeariano che mescola contemporaneità e antichità. Ecco quindi che Roma, che fa da splendida cornice alla drammatica vicenda, è presentata non solo nelle sua vestigia di un passato imperiale, con scene girate all’Appia Antica o al Parco degli Acquedotti, ma anche nella sua architettura novecentesca, con gran parte della pellicola che viene ambientata all’Eur e nella piscina del Foro Italico.

Nonostante la presenza di attori premi Oscar, del calibro di Anthony Hopkins e di Jessica Lange, che interpretano i ruoli principali, il tentativo registico di miscelare passato e presente, il surreale uso di anacronismi, con automobili anni trenta che sfilano tranquille in quella che dovrebbe essere la Roma degli imperatori, non è così efficace e ben riuscito, come era stato, ad esempio, quattro anni prima, nel Riccardo III di Richard Loncraine, altro film tratto da una tragedia shakespeariana, ma ambientato in quel caso nell’Inghilterra degli anni venti del novecento.

Nonostante le bellissime immagini del cosiddetto “Colosseo quadrato” e di altre zone della città, per uno spettatore romano ha poi un effetto grottesco la scelta di raffigurare, nel film, le due fazioni in lotta per la guida dell’Impero di Roma, come se fossero le tifoserie delle due squadre di calcio capitoline, coi due schieramenti opposti, che sventolano: l’uno dei drappelli giallorossi e l’altro delle bandiere biancocelesti. Da salvare restano, però, le belle inquadrature dei monumenti della Roma del ventennio, isolati e valorizzati, con uno stile cinematografico che ricorda molto quello usato dalla propaganda nazifascista, nei film per il Fuhrer girati negli anni trenta da Leni Riefenstahl.

 

Lo chiamavano Jeeg Robot

Uno dei più originali e toccanti film italiani del XXI secolo, è anche uno straordinario omaggio alla Capitale, oltre che, nonostante le atmosfere da fumetto, ricche di rimandi ai supereroi dei cartoni, o le scene pulp alla Manetti Bros, una pellicola piena di citazioni dei grandi del passato, forse volute o forse inconsapevoli, che ricorda persino alcuni capolavori del cinema neorealista. Proprio come nel più premiato film di De Sica, ad esempio, i protagonisti vivono in una periferia senza speranza, ma da lì, durante lo svolgimento della vicenda, si spostano in tutta la Città Eterna, ripresa e presentata nei suoi diversi aspetti, dal Colosseo al Lungotevere, da Cinecittà al Foro Italico.

Diretto nel 2015 da Gabriele Mainetti, con le straordinarie prove attoriali di Claudio Santamaria, l’eroe, Ilaria Pastorelli, la bella e Luca Marinelli, nella parte del cattivo, le prime scene sono dedicate a Tor Bella Monaca, il quartiere dove vivono i protagonisti, che nel film appare un luogo tanto fascinoso quanto inquietante e disperato. Ma è in pieno centro, lungo le banchine del Tevere, che si svolgono alcune delle scene più importanti del racconto, così come a Porta San Paolo, dove il protagonista ferma a mani nude un tram. Non manca nemmeno la Roma dei centri commerciali, per la precisione quello di Cinecittà Due, dove ha luogo la passeggiata romantica e poi l’amplesso dell’eroe con la sua bella.

La scena conclusiva, con la lotta fra il bene e il male, fra l’eroe e il cattivo, all’esterno dello Stadio Olimpico durante il derby Roma-Lazio, con la folla ignara che sciama all’esterno dello stadio al termine della partita, sembra quasi un voluto omaggio al finale di “Ladri di biciclette”, altro film in cui il protagonista si trova improvvisamente circondato dalla folla dei tifosi del dopopartita. Ma è nell’ultima immagine, quella in cui la sagoma di Jeeg Robot si staglia in piedi sul Colosseo, che la pellicola esprime chiaramente ciò che durante il racconto si avverte sottotraccia: è infatti Roma, con i suoi simboli eterni, oltre che il leggendario “Jeeg” del titolo, ad assurgere al ruolo di vera “eroina”, positiva e immortale, dell’intera vicenda.

 

Ladri di biciclette

Quello che è il capolavoro indiscusso del neorealismo, è anche, una straordinaria visita guidata nella Roma di fine anni quaranta, raccontata ampiamente in immagini, dal centro alla periferia. Realizzato nel 1948 da Vittorio De Sica, con la partecipazione di attori non professionisti, il film presenta ampi scorci della città, che appare in tutta la sua grandiosità e soprattutto in tutta la sua miseria post bellica.

La vicenda inizia al Tufello, un quartiere all’epoca ancora in costruzione, come si vede bene da diverse scene, girate a via delle Isole Curzolane, nei palazzi che sorgevano allora in mezzo al vuoto e in cui, nel film, vive il protagonista Antonio, con la moglie. Lui è stato da poco assunto come attacchino comunale, ma per svolgere il proprio lavoro ha bisogno di una bicicletta, che però in quel momento non possiede.

Con la moglie Maria si reca perciò in Via del Corso. È nel palazzo della Cassa di Risparmio che, nella finzione scenica, viene ubicato il Monte di Pietà. Qui, impegnando sei lenzuola, la coppia ottiene i soldi per l’acquisto del mezzo. Purtroppo, proprio durante il suo primo giorno di lavoro, la bici gli viene rubata nei pressi di via del Tritone e Antonio comincia così un lungo giro per tutta la città, alla ricerca dei ladri e della sua indispensabile due ruote.

E’ domenica. Antonio raggiunge prima Piazza Vittorio, poi il mercato di Porta Portese, sperando di vedere lì la sua bici, magari in vendita, ma della bicicletta non c’è traccia. Dopo essersi fermato a pranzare, col figlio Bruno, in una trattoria di via di Ripetta, Antonio riprende le ricerche. Anche la sua visita nei pressi del Gazometro, dove vive il sospetto autore del furto, si rivela un buco nell’acqua. Perciò, giunto a sera, amareggiato e senza avere ottenuto il proprio scopo, Antonio si dirige lungo via Flaminia, dove si ferma ad attendere il tram verso casa.

In quell’istante, vedendo un’altra bici lasciata incustodita, spinto dalla disperazione, tenta a sua volta di rubarla. Non pensa che poco distante c’è lo stadio e che la partita di campionato è appena terminata. La folla che sciama dal Flaminio (l’Olimpico non era ancora stato costruito), riempie immediatamente la via. Qualcuno lo vede mentre cerca di rubare la bici e blocca il suo tentativo di furto. In una Roma povera, ma tutto sommato solidale, nessuno se la sente di denunciarlo. Antonio potrà riprendere liberamente la via del ritorno verso casa, anche se deluso, umiliato e senza più nulla in mano, se non la propria disperazione.

 

Il ventre dell’architetto

Capolavoro del 1987 del regista inglese Peter Greenaway (titolo originale “The Belly of an Architect”), racconta le vicende dell’architetto Stourley Kracklite, che arriva a Roma con la giovane moglie Louisa, per organizzare una mostra dedicata ai progetti dell’architetto francese del settecento Étienne-Louis Boullée. Ma, insieme a Kracklite, è Roma la vera protagonista del film, Roma e il suo monumento più imponente, ma anche il più criticato e disdegnato dai romani: il Vittoriano. Ed è proprio al suo interno che verrà organizzata la mostra dedicata a Boullée.

Kracklite resta affascinato dalla Città Eterna e dalle sue cupole, ma durante il suo soggiorno scopre di avere una forma incurabile di cancro al pancreas. Contemporaneamente sua moglie Louisa gli annuncia di essere incinta. Da quel momento, tutto il film è un continuo gioco di rimandi fra la vita e la morte, la bellezza e la decadenza, la nascita e il disfacimento, fra l’intimità sempre più cupa dei pensieri del protagonista e la meraviglia solare delle architetture romane.

Nel tragico finale della vicenda, l’unione indissolubile fra vita e morte, fra Eros e Tanathos, fra bellezza e decadenza, è plasticamente messo in scena, con Louisa che viene colta dalle doglie nel momento dell’inaugurazione della mostra dedicata a Boullée, dando alla luce il proprio figlio all’interno dell’Altare della Patria e Kracklite che, nello stesso istante, quasi fosse una novella Tosca, in preda al delirio e alla depressione, si getta dall’alto del Vittoriano, uccidendosi.

 

To Rome with love

Dopo aver girato nel 2011 “Midnight in Paris”, visionario e originale racconto di una Parigi zeppa di artisti, di viaggi nel tempo e di sogni romantici, Woody Allen decise di proseguire il proprio tour cinematografico delle capitali europee, sbarcando a Roma l’anno dopo, nel 2012. “To Rome with love” è un film che intreccia quattro diverse storie, tutte ambientate nella Città Eterna: quella di Jack, studente americano, felicemente fidanzato, ma invaghito della migliore amica della propria compagna; quella di Jerry, produttore discografico in pensione; quella di Leopoldo Pisaniello, uomo qualunque divenuto improvvisamente una star dei media; quella di Antonio, che si trova a dover spacciare per sua moglie una prostituta.

La pellicola, nonostante un cast d’eccezione, di cui fanno parte, oltre allo stesso Allen, anche Penelope Cruz e Roberto Benigni, non riesce a ripetere l’efficacia comica, poetica e surreale della precedente opera parigina. I personaggi di “To Rome with love” risultano, infatti, macchiette inverosimili, tutti assai poco credibili e poco strutturati, mentre Roma è sì un meraviglioso sfondo da cartolina, però troppo laccato e iconico per risultare davvero apprezzabile. Le immagini della capitale, sebbene un po’ scontate, sono comunque bellissime e, certamente, il film ha il valore di documentare bene come la nostra città venga vista dagli occhi di un turista statunitense.

Molti sono gli attori italiani di grido che appaiono in piccoli ruoli di questa pellicola: da Riccardo Scamarcio a Ornella Muti, da Antonio Albanese a Lina Sastri e poi ancora Giuliano Gemma, Maria Rosaria Omaggio, Gianmarco Tognazzi, Donatella Finocchiaro, Lino Guanciale, Alessandra Mastronardi, Edoardo Leo. Tra le curiosità, c’è il fatto che questo è anche il primo film interpretato da Allen dopo la morte del suo storico doppiatore Oreste Lionello. Dopo vari provini, la voce che si scelse nella versione italiana, per doppiare il regista newyorkese, fu quella di Leo Gullotta.

 

Caro Diario

Film a episodi del 1993, intimista e autobiografico, diretto e interpretato da Nanni Moretti. Nella prima delle tre parti in cui è divisa la pellicola, intitolata “In Vespa”, come un novello Gregory Peck di “Vacanze Romane”, il protagonista gira per la città alla guida della sua due ruote. Quello che ne esce fuori è una sorta di grand tour della Capitale e dei suoi quartieri, ricco di riflessioni, di commenti urbanistici e sociologici.

È soprattutto la zona sud di Roma quella che Moretti attraversa, dalla Garbatella a Casalpalocco, passando per Spinaceto, quartiere in cui Il regista si ferma per esplodere in una frase rimasta nella memoria di molti suoi fan e di molti romani: “Beh Spinaceto pensavo peggio, non è per niente male!”.

Dopo un fortuito incontro, nelle vicinanze di Porta Metronia, con l’attrice Jennifer Beals, il tour del regista si conclude a Ostia, per l’esattezza all’Idroscalo, accanto al monumento dedicato a Pier Paolo Pasolini.

Meno noti e soprattutto molto meno capitolini, i successivi due episodi: il secondo, “Le isole”, è girato alle Lipari, mentre il terzo, “Medici”, è l’amaro racconto del suo rapporto con la medicina (anzi con le medicine, inclusa la medicina orientale), per diagnosticare e curare un tumore. Da notare, nel film, i diversi “cameo” di attori di livello, che in questa pellicola hanno il semplice ruolo di comparse o di figuranti: dalla già citata jennifer Beals nella parte di se stessa, a Moni Ovadia e Marco Paolini, per finire col regista Carlo Mazzacurati.

 

Un sacco bello

L’esordio cinematografico di Carlo Verdone, datato 1980, è un film visceralmente romano. Romani, anche se al tempo stesso universali, sono i tre personaggi interpretati da Verdone: Leo, il timido ragazzo trasteverino; Enzo, il coatto; Ruggero, il fricchettone. Romanissimo è Mario Brega, l’interprete del ruolo di padre di Ruggero. Romane le atmosfere e i piccoli personaggi di contorno (gli infermieri, l’uomo alla finestra, la venditrice di noccioline). Romane tutte le location in cui è girato il film.

Roma è rappresentata dal centro alla periferia. Da Porta Settimiana, accanto alla quale Leo fa cadere la bottiglia d’olio e incontra Marisol, alla zona di Vigne Nuove, per la precisione via Giovanni Conti, in cui ha luogo l’incontro fra il coatto Enzo e il suo amico Sergio, il milanese, in vista della partenza per il fantomatico viaggio verso Cracovia, passando per il bioparco (allora era lo zoo) di Villa Borghese, dove Leo porta in visita la sua nuova amica spagnola.
E poi ancora l’ospedale San Gallicano, la stazione Ostiense, Porta San Paolo, il Teatro Marcello, la Cassia Veientana, dove vengono girate altre scene del film e infine Santa Maria in Trastevere, il luogo dove Leo abita e dove viene collocato il famoso “Otello della Juventus”, cioè l’ostello della gioventù.

La malinconica colonna sonora è opera del maestro Ennio Morricone, mentre Verdone, oltre che attore protagonista e sceneggiatore, dopo non aver trovato un accordo né con Steno né con Lina Wertmuller, a cui la produzione aveva inizialmente pensato di far guidare le riprese, firma anche la regia del film.

 

Quo Vadis

Quasi cento anni prima de “Il Gladiatore”, è un film del 1913 a raccontare per primo, con immagini per l’epoca decisamente mozzafiato, la Roma degli imperatori. Parliamo di “Quo vadis”, una pellicola diretta da Enrico Guazzoni: primo kolossal della storia della cinematografia mondiale e grande successo internazionale, con la proiezione ininterrotta per ben nove mesi nei teatri di Broadway, dall’aprile al dicembre del 1913 e a Londra, dove ottenne anche il gradimento del re Giorgio V.

Realizzato in oltre due mesi di riprese, con l’uso di cinquemila comparse, di scenografie sfarzose, di set tridimensionali, capaci di ricreare l’antica Roma, oltre che con l’utilizzo di trenta leoni, per le scene ambientate nel Colosseo, il film, grazie alla trama in cui il ruolo del cattivo è assegnato a un crudele imperatore, in cui sono presenti ripetute scene di lotta fra gladiatori e in cui sono evidenti anche degli errori storici grossolani, non ha davvero nulla da invidiare alla pellicola del 2000 prima citata, quella interpretata da Russel Crowe.

La vicenda è ambientata durante gli anni di governo dell’imperatore Nerone, presentato come un uomo ambizioso e ossessionato dal potere assoluto, che per ottenere i propri scopi distrugge tutto ciò che gli si para davanti. Quando un suo soldato si innamora di una giovane schiava cristiana, di nome Licia, il loro amore viene ostacolato proprio dall’imperatore, che fa rapire la coppia e la spedisce in un’arena a combattere contro i leoni.

 

La Tosca

Nel 1973, Luigi Magni girò il suo secondo film ambientato nella Roma dell’ottocento. A differenza della trilogia, iniziata dal regista quattro anni prima e di cui fanno parte “Nell’anno del Signore” (1969), “In nome del Papa re” (1977) e “In nome del popolo sovrano” (1990), ne “La Tosca” Luigi Magni non prende spunto da fatti storici realmente accaduti, bensì dall’omonimo testo di Victorien Sardou, il dramma da cui Giacomo Puccini aveva tratto la sua famosa opera lirica.

“La Tosca” di Magni è, a tutti gli effetti, un musical, con la meravigliosa colonna sonora di Armando Trovajoli (i testi delle canzoni sono stati scritti dello stesso Luigi Magni), oltre che con un cast d’eccezione, di cui fanno parte una splendida Monica Vitti nel ruolo della protagonista, Gigi Proietti in quello del pittore Cavaradossi, oltre a Vittorio Gassman, Umberto Orsini, Aldo Fabrizi, Ninetto Davoli, Fiorenzo Fiorentini.

Memorabile la scena finale, quando, dopo le note struggenti della canzone “Nun je dà retta Roma”, cantata a distanza da Proietti e dalla Vitti, avviene l’efficacissimo scambio di battute fra una guardia di Castel Sant’Angelo e Tosca. “Abbada che caschi…” le fa la guardia, preoccupata nel vedere Tosca che cammina sul cornicione del castello, ma Tosca, di risposta, lo zittisce con un secco, quasi impassibile: “Nun casco… me butto!”, che resta una battuta finale di livello paragonabile a quel “Nessuno è perfetto!” che chiudeva il film di Billy Wilder “A qualcuno piace caldo”.

 

Roma città aperta

“Roma città aperta”, di Roberto Rossellini, è la testimonianza quasi in diretta (il film è uscito nelle sale nel 1945, ma la sua genesi è iniziata già nel 1944, a guerra ancora in corso) del dramma della seconda guerra mondiale e del periodo dell’occupazione tedesca della Capitale. Con la magistrale interpretazione di Anna Magnani e di Aldo Fabrizi, la pellicola offre un racconto corale sulla vita quotidiana di una Roma dominata dalla paura, dalla miseria e dal degrado.

Capolavoro del neorealismo, nessuno dei personaggi messi in scena in quel film è realmente esistito, anche se, sia il Don Pietro interpretato da Fabrizi, sia la Pina interpretata dalla Magnani, traggono ispirazione da alcune reali figure storiche, morte durante quei mesi drammatici. Il prete, infatti, riassume in sé le due figure di don Pietro Pappagallo, deceduto alle Fosse Ardeatine e di don Giuseppe Morosini, fucilato a Forte Bravetta. Quello di Pina, invece, è ispirato a Teresa Gullace, una donna uccisa dai soldati nazisti mentre tentava di parlare al marito prigioniero: un episodio che ispirò fortemente la più famosa fra le scene del film.

Nel 2014 “Roma città aperta” è uscito nuovamente nelle sale, nella versione restaurata dal “Progetto Rossellini” (un consorzio formato dall’Istituto Luce, dalla Fondazione Cineteca di Bologna e dalla Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia) ed è stato proiettato in numerosi cinema, in occasione della Festa della Liberazione di quell’anno.

 

La presa di Roma

Sono migliaia le pellicole che raccontano Roma. Da “La dolce Vita” di Fellini, a “La grande bellezza” di Sorrentino, passando per “Vacanze romane”, la storia del cinema italiano e internazionale è legata a doppio filo con la nostra città. Così fu fin da prima della nascita degli studi di Cinecittà, quel “tempio della cinematografia” in cui sarebbero state girate migliaia di pellicole. Non a caso, infatti, il primo film italiano della storia, realizzato nel 1905 da un pioniere della “settima arte”, il regista Filoteo Alberini, ha la Capitale fin dal suo titolo, oltre che nel suo soggetto e nella sua sceneggiatura. Parliamo di La presa di Roma, noto anche come “Bandiera bianca”, o come “La breccia di Porta Pia”, la prima pellicola mai proiettata in pubblico in Italia.

Emulo dei Fratelli Lumière, Alberini può essere considerato il primo grande regista italiano. Nato a Orte nel 1865, ma trasferitosi ben presto a Roma, Alberini era affascinato dalla nuova invenzione e perciò, nel 1904, insieme all’amico Dante Santoni, nel quartiere di San Giovanni, fondò la ditta “Primo Stabilimento Italiano di Manifattura Cinematografica Alberini e Santoni”, che nel 1906 cambierà nome in “Cines”. Nel 1904, sempre a Roma, a piazza Esedra, aprì il cinema “Moderno”, prima sala di proiezione della capitale. L’anno dopo iniziò a girare i suoi primi film.

La prima proiezione pubblica ufficiale di “La presa di Roma”, ebbe luogo il 20 settembre del 1905, in occasione del trentacinquesimo anniversario degli eventi narrati sullo schermo. L’opera, originariamente della durata di circa dieci minuti (di cui attualmente ne restano visibili solo quattro), racconta, in diversi quadri, i fatti che portarono alla conquista dell’Urbe da parte dell’esercito italiano, dopo i vani tentativi di mediazione con le truppe papaline, Le scene in esterno vennero tutte girate dal vero, a conferire maggiore autenticità alla narrazione. Nel 2005, anno del suo centenario, grazie al Centro Sperimentale di Cinematografia, il film ha subito un efficace restauro.

 

 

 

25-01-2021 | © Riproduzione riservata

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3 Comments

  1. Scorro questo articolo e mi torna in mente l’odore della sala, la luce bassa e soffusa, che improvvisamente diventa buio, il parlottio sommesso della gente che arriva e il silenzio delle luci che si spengono, il crepitio delle mani nella ciotola dei pop corn, ed eccoli, sfilano i titoli di coda.
    Un bellissimo articolo che mi ricorda la bellezza del Cinema in un tempo in cui le sale sono sbarrate.
    La religione, la storia, l’identità, la liberazione, il conforto, il rito, il sostegno spirituale, il non perdere la testa, ad ognuno il proprio.
    Per altri, per molti, è ‘i’l e ‘nel’ Cinema.

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