Salita di San Gregorio

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La Salita di San Gregorio è una digressione, un fuoripista.

Più che adiacente a un paio di arterie del turismo, e a una mezza dozzina delle cose “da vedere assolutamente a Roma”, questa piccola strada accoglie i passi – consapevoli o casuali – di chi in qualche modo sconfina.

La inaugura, più o meno all’altezza di un albero accasciato a terra, come fosse soltanto svenuto, una piccola rampa che sale a destra: pochi scalini fatti di mattoni che si inoltrano nel verde piuttosto fitto e conducono a una seconda rampa, con gradini più morbidi e corrimano.

Lì di fianco, in mezzo a una sorprendente campagnetta a cento metri da Circo Massimo e Fao, c’è una piccola statua di Cristo, che annuncia una casa di accoglienza delle suore missionarie.

Non è che l’inizio, perché poco più avanti lungo la salita una seconda rampa confluisce, quasi senza soluzione di continuità, nella scalinata della chiesa di San Gregorio Magno.

Accanto c’è l’ingresso principale della casa missionaria, e la statua di Madre Teresa di Calcutta sullo slargo è il simbolo di questo piccolo altopiano della carità.

Icone a parte, qui è possibile visitare – non di giovedì – la stanza, intatta, in cui la donna dimorava quando era a Roma.
Oppure, nell’oratorio di una chiesa attigua, un tavolo che potrebbe essere stato il primo di sempre utilizzato per offrire ai poveri l’esperienza di un pasto da seduti.

Salendo a destra oltre il piazzale, dopo una serie di cinque archi che un posto tra le cose da vedere a Roma se lo meriterebbe, si entra a Villa Celimontana, dove lo spiazzo iniziale richiama Lampedusa, 3 ottobre 2013, ed è intitolato alle vittime delle migrazioni.

Pietà, per il momento strettamente toponomastica, che ripropone in altri termini la questione.

[Foto: rielaborazione dal sito scuoladiteatro.it]

15-01-2021 | © Riproduzione riservata

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