Don Mario: un po’ santo, un po’ SanPa

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Quella di Mario Picchi potrebbe essere la storia di un normale prete di provincia, di quelli che arrivano a Roma da fuori, che entrano in contatto con le stanze vaticane e si accomodano in un qualche istituto religioso, del centro o di periferia, a sbrigare un qualche compito assegnatogli e a predicare il Vangelo.
Quella di Mario Picchi potrebbe anche essere una storia fuori dal comune, di chi per primo si interessò di tossicodipendenza nella Capitale, quando nemmeno il governo o il Parlamento avevano ancora pensato che esistesse il problema, né promulgato una legge ad hoc. Quella di Mario Picchi è l’una e l’altra storia.

Era nato a Pavia nel 1930, don Mario. Anzi, semplicemente Mario, perché lo avrebbero sempre chiamato così i ragazzi della sua comunità: un nome di battesimo, senza altri appellativi. Da parte loro c’era vicinanza, affetto, familiarità, certo, in quel modo di trattarlo quasi da pari, da amico, ma c’era anche un rispetto e un’ammirazione, una stima e un debito di riconoscenza, che non è facile cogliere a raccontarla così, senza averli né visti né sentiti.
Tutte cose che non ci sarebbero state se avessero aggiunto il don, che non è di sicuro un titolo onorifico, in un certo mondo borderline frequentato spesso da anarchici irrequieti e da convinti mangiapreti.

Mario Picchi arriva a Roma nel ’67, chiamato qui con l’incarico di cappellano del lavoro, presso la Pontificia Opera di Assistenza (POA), un’organizzazione vaticana, nata col compito di svolgere attività sociali ed assistenziali sul territorio italiano. Don Mario si mette diligentemente a svolgere quel suo primo compito romano, assumendo il ruolo di cappellano dei ferrovieri, alla Stazione Termini. Oltre i ferrovieri, alla stazione, don Picchi avrà il suo primo contatto anche con quel variegato mondo di emarginati e di bisognosi, con quell’umanità marginale a cui si accennava prima e che qui si radunava, soprattutto la sera, per trovare un riparo.

La nascita del CEIS

Già dal 1968, un anno dopo il suo arrivo, assieme ad alcuni amici e volontari, don Picchi crea un’associazione che chiama “Centro Italiano di Solidarietà” – meglio noto come CEIS, che ha il compito di assistere chiunque si trovi in situazioni di disagio (l’esistenza del Centro sarà formalizzata poi tre anni più tardi, nel 1971, dopo lo scioglimento della POA). Papa Paolo VI fornisce anche una sede: un appartamento in piazza Cairoli, a due passi da Campo de’ Fiori e da via Arenula, in un palazzo di proprietà del Vaticano.

All’inizio le finalità del CEIS non sono dissimili da quelle poi assunte dalla Caritas (altra organizzazione ecclesiastica, nata sempre nel ’71, dopo la chiusura della POA): accogliere chi è in difficoltà e ha bisogno di aiuto. Un aiuto inteso non solo in senso morale e spirituale, ma soprattutto economico e concreto. Il CEIS, fin da subito, offre, a chi non ha mezzi, piatti caldi, un tetto, un letto in cui dormire.
Però, a cambiare il destino del CEIS e di don Mario, e quello che oggi chiameremmo il suo “core business”, negli anni Settanta irrompe anche a Roma il problema della tossicodipendenza.
Da fenomeno di nicchia e, in fondo, di élite, relegato all’uso di cocaina – la cosiddetta “droga dei ricchi” – di amfetamine, allucinogeni e derivati della cannabis, in quegli anni la diffusione di altre droghe, con l’eroina a farla da padrona, lo trasformano rapidamente in un problema socialmente ben più ampio, che mette radici ovunque, anche e soprattutto nei quartieri popolari.

L’Italia è in quel momento del tutto impreparata di fronte a questa nuova situazione, sia su un piano culturale che amministrativo e non dispone né di strutture, né di una legge in grado di affrontare la nuova emergenza. Fino al 1975 le uniche alternative possibili per un tossicodipendente e per chi gli è accanto, sembrano essere solo la scelta crudele fra un silenzio doloroso, il carcere, o il manicomio. Ecco così che, nella mente di Mario Picchi, si fa strada una soluzione per l’epoca piuttosto innovativa, allora immaginata da pochi: la comunità terapeutica.

Si tratta di un totale ribaltamento di prospettiva, che oggi appare quasi scontato, ma che in quegli anni risultava rivoluzionario: il tossicodipendente non è più visto come un reo socialmente pericoloso e da punire, ma come una persona fragile, in difficoltà, proprio per questo psicologicamente ricca e valida, che va aiutata a trovare una sua strada diversa, per allontanarsi dalla dipendenza e reinserirsi in modo positivo nella società.

Il Progetto Uomo

La strada immaginata da don Picchi è percorsa, nell’Italia di quegli anni, da uno sparuto gruppo di più o meno eroici e filantropici personaggi, quasi visionari. Alcuni lo sono davvero, sia eroici, sia filantropici, sia visionari; altri vengono semplicemente descritti così dalla stampa dell’epoca. Si tratta quasi sempre di suoi “colleghi” presbiteri: don Gelmini, don Ciotti, don Benzi, oltre a quel Vincenzo Muccioli, tornato di recente alla ribalta per via di una docufiction televisiva di grande successo, SanPa.
La differenza è che però don Picchi, contrariamente a quasi tutti gli altri, si tiene sempre piuttosto distante dal clamore mediatico, per il quale nutre un’istintiva diffidenza. Quel clamore che alcuni suoi colleghi anelano, anche perché la visibilità permette loro di ottenere fondi e appoggi, indispensabili per svolgere un compito così difficile come quello che hanno scelto di portare avanti. Don Mario preferisce altre strade, più defilate. Non che i fondi e gli appoggi non gli servano. Ma decide che non vanno cercati “in favore di telecamera” o di titolo di giornale.

Un primo punto di svolta arriva in occasione della salita al soglio papale di Karol Woitila. Tra don Mario e il Papa polacco nasce subito un rapporto di stima reciproca, che in alcuni momenti si potrebbe definire quasi di vera amicizia. E così, Giovanni Paolo II si convince rapidamente che occorra fornire al CEIS nuove sedi, per aiutarne l’opera, fra cui la cosiddetta “Casa del Sole”, a Castelgandolfo, in cui Mario Picchi fonda una scuola di formazione internazionale per assistenti terapeuti di comunità, utilizzando tecniche di psicoterapia di gruppo come lo psicodramma, grazie alla collaborazione che avvia con psicanalisti come Ottavio Rosati, Zerka T. Moreno e Lewis Yablonsky.

È un sistema terapeutico a cui viene dato il nome di “Progetto Uomo” – titolo anche di un suo libro, pubblicato nel 1981 – per rimarcare l’accento da porre sull’aspetto umano di chi intraprende il percorso di recupero, da valorizzare nelle sue caratteristiche interiori: “La pace del cuore nasce da una ribellione interiore, dalla ricerca costante del bene e del vero – ebbe a dire don Mario, spiegando il suo metodo – dall’opporsi alle piccole e grandi ingiustizie, dal provare sentimenti forti, dal saper dire dei no in nome di ideali alti, nel segno di una rivoluzione nonviolenta ma quotidiana che cambi davvero noi stessi e chi ci è intorno”.

Il santo schivo

Con gli anni Ottanta e Novanta il CEIS consolida il proprio ruolo a Roma, oltre ad aprire nuove sedi in diverse città italiane e persino in Sudamerica. Don Picchi continua comunque a mantenersi defilato rispetto alla ribalta pubblica, nonostante il mondo politico, imprenditoriale, giornalistico dell’epoca cominci adesso a fargli la corte. In visita al CEIS giunge, quasi in pellegrinaggio, buona parte del gotha della classe dirigente italiana della prima repubblica: da Giulio Andreotti a Oscar Luigi Scalfaro, da Valerio Zanone a Vittorio Sbardella e poi ancora Gianni Agnelli, Sandro Pertini, Francesco Cossiga e molti altri.
D’altronde ogni comunità terapeutica rappresenta, per un politico – questo vale per il CEIS come per qualunque altra comunità – anche una passerella, un discreto numero di potenziali elettori: dunque in molti provano a mettere lì il cappello, fornendo il sostegno, in cambio di un bel gruzzolo di voti.
Di fronte alla consapevolezza di questo meccanismo, Don Mario utilizza allora una strategia morbida eppure inflessibile, la stessa che usa coi suoi ragazzi: lasciare entrare tutti, parlare con tutti, ma al tempo stesso evitare con garbo le lusinghe, senza cedere a nessuna ammaliante sirena e a nessun patronato, di qualsiasi segno esso sia.

C’è sempre da tenere conto che, nonostante i suoi modi di fare e la sua mise, che in molte occasioni appare decisamente secolare, Mario Picchi continua a sentirsi innanzi tutto uomo di chiesa ed è solo dalla chiesa che riesce ad accettare degli aiuti formali per la sua comunità, ma non da chi della chiesa ritiene di essere il “braccio politico”, come accade ancora in quegli anni da parte di alcuni esponenti della DC.

Con la stessa filosofia, per comunicare all’esterno le proprie idee e il proprio metodo, don Picchi, anziché rincorrere le prime pagine dei giornali altrui, dovendone poi ricambiare in qualche modo il favore, decide di fondare una propria rivista, il Delfino, che diventa anche un laboratorio di reinserimento per molti ragazzi provenienti dalla comunità, che si trasformano così in validi giornalisti, fotografi, grafici, grazie all’apprendistato fatto in quella redazione.
Contemporaneamente, Don Mario decide di aprire un percorso di collaborazione e di confronto con le altre comunità, creando la FICT, la Federazione Italiana della Comunità Terapeutiche, a cui aderiscono una cinquantina di analoghe realtà, sparse in tutta Italia. Con loro continua il suo lavoro, mentre trascorrono gli anni, i decenni, senza che attorno a lui si avverta nessun “rumor”, nessuna critica, senza che scoppi nessuno scandalo, senza manifestare nessuna ambiguità, come invece accade ad alcuni dei suoi compagni di percorso di altre comunità.

Mario Picchi muore a Roma nel 2010. Nove anni dopo, è il cardinale vicario di Roma Angelo De Donatis a riportarlo agli onori delle cronache, dando il via libera alla causa di beatificazione e canonizzazione di don Mario: “Ammiravo molto questo sacerdote e ammiro l’opera che ha realizzato”. È un riconoscimento enorme per la sua figura e per il compito che ha svolto.

Eppure, pensandoci meglio, mi chiedo ora se quell’uomo che amava farsi chiamare Mario, senza nessun don d’accompagno, quello che girava in clergymen, ma che spesso indossava giacca e cravatta, quello che sapeva essere prete senza rinunciare a essere uomo, avrebbe davvero apprezzato questo inatteso odore di santità che ora si avverte accostato al suo nome. O piuttosto, come aveva fatto tante volte durante la sua vita, avrebbe ringraziato con garbo chi gli offriva questo dono, salutandolo con calore e con stile, per poi, una volta rimasto solo, riporre l’aureola in un qualche cassetto del suo studio. Certo che non sarebbe stata d’aiuto davanti ai ragazzi della comunità, quelli che hanno bisogno di essere trattati da pari a pari e non dall’alto di un piedistallo, fosse anche il più puro del creato.

 

[Le foto di questo articolo sono state diffuse sul sito ufficiale del CEIS – Centro Italiano di Solidarietà]

08-01-2021 | © Riproduzione riservata

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