Siamo tutti Jeeg Robot

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Ve lo ricordate Enzo Ceccotti, alias Jeeg Robot, alias Claudio Santamaria, quell’eroe suo malgrado che, in una Roma cupa e violenta, nel fotogenico degrado delle strade di Torbella, ripeteva a tutti “Io nun so amico de nessuno”? Mancava ancora qualche anno all’inizio del lockdown, ma il fantastico protagonista di quel film-cult che è “Lo chiamavano Jeeg Robot”, pareva essere già pronto al distanziamento sociale prossimo venturo. “C’è ‘n sacco de gente da salvà” lo spronava l’amata Alessia, ma lui, nervoso e infastidito “Aridaje co’ sta gente! A me me fa schifo la gente!” rispondeva secco “Er buio… quello doveva esse er mio destino… e ‘nvece no!”.

       “Io nun so amico de nessuno!”

Poi il lockdown è cominciato. Era marzo del 2020 e noi, spauriti e smarriti, chiusi nelle nostre case, inchiodati al pc e alla tv, mentre la protezione civile snocciolava il conteggio quotidiano delle vittime, ci concedevamo qualche rara risata grazie a Michele Rech, alias Zerocalcare, alias l’ideatore di una striscia animata in cui ciascuno poteva riconoscersi, tanto più se romano, quel “Rebibbia Quarantine”, fatto di racconti autobiografici sulle piccole vicende quotidiane di un ipocondriaco eroe di periferia ai tempi della pandemia, spaventato da tutto, a partire da se stesso. “E adesso cosa farò? Son certo che morirò in questa stanza di merda”, si ripeteva e ci ripeteva quell’eroe sociopatico, all’inizio di ogni puntata.

La pandemia continuava, era il mese di novembre di quello stesso annus horribilis 2020, quando il cavaliere spaurito e solitario, simbolo del distanziamento sociale, te lo vedi sbattuto in copertina della più “in” fra le riviste italiane: vip fra i vip, divinità nell’olimpo dell’umanità mediatica, uomo dell’anno. Non più timido ragazzo di periferia, bensì re degli intellettuali. Zerocalcare, l’ipocondriaco supereroe di Roma est, viene ritratto sulla prima pagina dell’Espresso ed esposto alla pubblica ammirazione.

È a quel punto che lui, un po’ a sorpresa, proprio come un Jeeg Robot qualsiasi, se ne esce che no, io nun so amico de nessuno: Qualsiasi cosa vediate oggi (o domani o fino al giorno della vostra morte) ricordate che 1) non faccio io le copertine 2) me vojo ammazzà, pe molto meno me vesto da mucca e vado al mattatoio sperando che me confondono 3) me vergognavo di meno a finirci tutto vestito de Gucci come Josephine Yole Signorelli o Achille Lauro, ma dopo l’annosa vicenda della vetrina sfondata che non ho condannato mi so bruciato pure sta chance”, scrive a commento di quella copertina, in un suo post.

È così che ti ritorna in mente Enzo Ceccotti, quello che nemmeno lo sapeva che tutte le tv parlavano di lui, che mostravano le immagini delle sue mirabolanti imprese. E ti viene in mente anche il suo alter ego, cioè lo Zingaro, il tipo reso famoso dai tanti meme con “Io solo una cosa vojo sapé…”, detto a brutto muso, col ditino all’insù, quello che sarebbe errato definire l’antagonista di Jeeg, perché è solo l’altra faccia della sua stessa medaglia, l’altro modo di vivere la sua stessa solitudine, non al chiuso di una stanza buia, ma sovraesposto nella luce dei media.

È la fama virtuale e mediatica quella che lo Zingaro anela, ma che ora sta premiando proprio Jeeg e Zerocalcare, i sociopatici, gli scontrosi, gli inconsapevoli, quelli loro malgrado.

E’ a quel punto che ti accorgi pure che quel film, quel Jeeg Robot girato nel 2015, è la metafora perfetta del nostro presente, della nostra Roma Ventiventi, questa città cupa e periferica, attraversata da un’umanità esplosa in mille monadi solitarie, prive di coesione, apparentemente senza speranza e potenzialmente violenta. Questa Roma che Michele Rech ha raffigurato così bene nel suo “Rebibbia Quarantine”. Ti accorgi anche che, in fondo, proprio per questo, proprio come Zerocalcare e il suo alter ego ipocondriaco, tutti noi, oggi, siamo diventati degli inaccessibili e scontrosi Jeeg Robot: noi che non siamo più amici de nessuno, che viviamo isolati, inconsapevoli di noi stessi e della nostra forza, socialmente alienati, senza punti di riferimento.

Chiusi in case più o meno buie, assistiamo al crollo delle vecchie certezze. Tutto là fuori è diventato pericolo, ormai: il lavoro, il vicino di casa, prendere l’autobus, andare al bar. “Qua se ariva er giorno d’e tenebre succede ‘n macello c’ajutame ‘a di’ macello!” ci dice, sconsolata, una qualche nostra amata Alessia.

E così, usciamo di casa spaventati e pensierosi, proprio come il Michele di Rebibbia, sperando di tornare presto e rinchiuderci incolumi nella nostra stanza, nella nostra personale comfort zone, davanti a un pc qualsiasi, grazie al quale, come nei sogni dello Zingaro, potremo prendere tanti like. Poi, però, ci capita qualcosa, qualsiasi cosa e scopriamo di reagire con una forza nascosta che non sapevamo di avere, che non si sa da dove arrivi, una forza difficile da gestire, dal grande potenziale distruttivo, ma anche capace di guidarci verso slanci inattesi di generosità.

È questa la Roma della pandemia, non più solo a Torbella, ma anche a Parioli. Una città senza trame sociali, fatta di abitanti isolati, spaventati, abbrutiti, pieni di un’energia inespressa, che non può nemmeno sfogarsi in curva o in discoteca.
Un’umanità perennemente in bilico fra il rinchiudersi in una tana, il fare l’eroe, o il cedere alle violente lusinghe della gloria social, quella anelata dallo Zingaro: “Co ‘sti poteri se potemo pure divertì insieme. Ma t’o immagini? Du fiji de ‘na super-mignotta come noi? E allora sì che se famo rispettà da tutti! Da la gente, da le televisioni, da lo Stato! …Pensa se je famo scoppia’ quarcosa de speciale, che ne so, tipo er Parlamento o l’Olimpico durante Roma-Lazio! Famo er botto più grosso de tutti i botti, de tutti i bengala, de tutti i derby, de tutta la storia der calcio italiano! E allora sì che ce trasmettono a reti unificate!”.

Noi romani parliamo spesso come lo Zingaro, sogniamo spesso come lui, ci piace crederci così, però, in fondo, siamo solo tre milioni di Jeeg Robot, siamo tre milioni di Michele di Rebibbia: ipocondriaci, scontrosi, spaventati, coatti ma “de core”, spacconi però in fondo un po’ cojoni. Perciò a quelle lusinghe di fama e notorietà, da duemila anni, rispondiamo ogni giorno come Jeeg Robot, anche quando, come uno Zerocalcare, ci vediamo improvvisamente ritratti in tv o in copertina: “ao, ma io nun so amico de nessuno e sti gran cazzi delle copertine e delle reti unificate!”.

Anche in questo periodo orribile, che pare avere già innescato la bomba, quella capace di fare saltare in aria tutto, la città intera coi suoi mille derby Roma-Lazio, er botto più grosso de tutti i botti, de tutti i bengala, de tutti i derby, de tutta la storia der calcio italiano, è perciò quasi sicuro che noi, alla fine, senza sapere bene né come né perché, come un Jeeg qualsiasi, quella bomba riusciremo a spegnerla, diventando così, nostro malgrado, gli eroi timidi del nostro tempo.

E un giorno sentiremo, proprio come Jeeg Robot, la voce fuori campo, quella che ci dice: “Che cos’è un eroe? È un individuo dotato di un grande talento e straordinario coraggio, che sa scegliere il bene al posto del male, che sacrifica se stesso per salvare gli altri, ma soprattutto, che agisce quando ha tutto da perdere e nulla da guadagnare. Enzo Ceccotti era davvero un supereroe, come ama definirlo oggi la gente? I benpensanti commiserano le terre sventurate e bisognose di eroi. Ma la verità è un’altra: la presenza di qualcuno che veglia sulle nostre vite ravviva la speranza in un futuro migliore. Purtroppo, oggi, questo qualcuno… non c’è più. Da Tor Bella Monaca, Roma, è tutto. A voi studio”.

 

[La foto del titolo è di Federico Borghi ed è stata diffusa su Flickr.com con licenza creative commons]

04-01-2021 | © Riproduzione riservata

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