I radicali ripartono dall’antiproibizionismo

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Antiproibizionismo e democrazia, a Roma. Da pochi giorni Radicali Roma – cioè l’associazione politica che da quasi venti anni conduce nella Capitale le battaglie radicali –  ha un nuovo segretario, Leone Barilli.
Barilli, che ha preso il posto di Francesco Mingiardi – e che è stato negli anni precedenti anche di Alessandro Capriccioli, oggi consigliere regionale, e di Riccardo Magi, deputato – ha 50 anni, è un ex danzatore, proviene da una famiglia di artisti (è figlio degli attori Carlotta Barilli e Paolo Bonacelli).
Negli anni passati è stato candidato (lui le definisce “candidature di servizio”) nella lista dei Radicali alle amministrative di Roma nel 2016, schierato con il centrosinistra di Roberto Giachetti, e poi in +Europa nel 2018 alle regionali, a sostegno di Nicola Zingaretti. È membro della direzione di Radicali Italiani.

L’intervista, via email, riguarda i temi della nuova campagna politica dei radicali per l’anno prossimo, che è centrata in particolare sulla lotta alla criminalità organizzata, che a Roma prospera essenzialmente sul mercato della droga, e sulla questione di un nuovo assetto istituzionale della Capitale, perché, dice Barilli, la stratificazione organizzativa di Roma e della sua provincia contribuisce ad acuire i problemi.
Ma nell’intervista abbiamo toccato anche i temi del referendum sul trasporto pubblico (al centro di una vertenza legale col Comune, che è passata anche attraverso il Tar del Lazio), dei campi nomadi e delle prossime elezioni per il Campidoglio.

Da destra: Leone Barilli e Francesco Mingiardi

L’antiproibizionismo è un tema dei radicali da anni, però mi pare che sia la prima volta da un po’ di tempo a questa parte che si torna a riparlarne, a Roma. Perché? E che significa fare una politica antiproibizionista a livello cittadino? Non rischia di essere solo uno slogan?
Nel 2016 come Radicali Roma abbiamo raccolto oltre 10.000 firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare “Legalizziamo!” promossa dall’Associazione Luca Coscioni e da Radicali Italiani. Sono passati quattro anni ma il Parlamento non ha ancora discusso la legge. La politica ha deciso di non decidere.
Ma questa, appunto, è una lunga storia. Peccato che nel mondo le cose stiano cambiando anche abbastanza velocemente, basti pensare ai referendum antiproibizionisti che si sono tenuti il 3 novembre scorso in America in corrispondenza delle elezioni presidenziali, l’esempio del Portogallo in Europa e al fatto che la cannabis sia stata tolta, grazie al voto dell’Onu, dalla tabella delle sostanze pericolose.
La legge italiana riconosce il valore terapeutico della cannabis, ma l’approccio proibizionista ancora vigente non consente al nostro Paese una produzione adeguata per soddisfare le richieste dei malati, che sono così costretti a rivolgersi al mercato nero.
Il mercato nero delle organizzazioni criminali è una delle piaghe della nostra società. È risaputo che a Roma ormai le mafie controllano intere porzioni di territorio e infiltrano l’economia a fini di riciclo del denaro proveniente dallo spaccio delle sostanze stupefacenti. Nell’ultimo mese a Roma sono state arrestate 135 persone e, secondo il recente rapporto di Eurispes realizzato in collaborazione con la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, la Capitale nell’ultimo anno è salita di 44 posizioni nella graduatoria delle province italiane per tasso di permeabilità alla criminalità organizzata, passando ad un tasso di permeabilità medio-alto.
Quella criminale a Roma è una vera e propria emergenza Capitale. Per questo, provare a creare una mobilitazione che parta dalle città, dalle amministrazioni locali, dai cittadini che vivono quotidianamente i problemi della criminalità nei territori può essere un elemento di novità forte per incidere sulle scelte del Parlamento e del Governo.

Secondo il recente rapporto di Eurispes, Roma nell’ultimo anno è salita di 44 posizioni nella graduatoria delle province italiane per tasso di permeabilità alla criminalità organizzata, passando ad un tasso medio-alto


La battaglia antiproibizionista non è solo legata al tema delle droghe, per noi rappresenta una vera e propria visione della città. Pensiamo al tema della movida, molto spesso affrontata a colpi di ordinanze restrittive mentre invece andrebbe regolamentata nell’ottica di una valorizzazione dei territori anche in termini di vivibilità e opportunità economica. Pensiamo alle battaglie sul piano economico contro i monopoli sia pubblici che privati, alla trasparenza della pubblica amministrazione ancor più oggi per quanto riguarda per esempio tutta la questione legata ai Big Data, a progetti di sviluppo economico come le Zone Franche Urbane per emancipare la piccola e media impresa di quei territori sotto il giogo delle mafie, pensiamo a interventi di rigenerazione urbana e infrastrutturali necessari a migliorare la vita e la competitività di molte parti della nostra città.

Sempre sulle droghe: come valutate il lavoro che sta facendo la delegata della sindaca per la periferia, Federica Angeli? In un post che ho visto girare sui social chiedete anche a lei e a Virginia Raggi di sostenere l’iniziativa antiproibizionista.
Le diverse iniziative presentate recentemente dalla sindaca sul tema periferie colgono il nodo della forte presenza della criminalità organizzata in molte parti della città, ma a nostro avviso gli interventi proposti rischiano di non incidere realmente nel cambiare davvero lo stato delle cose. Molti progetti, soprattutto quelli di sostegno economico, hanno durata breve, non sono strutturali ed essendo previsti per marzo 2021 danno l’impressione di essere più che altro strumenti di propaganda finalizzati alla imminente competizione elettorale. Per cui chiaramente chiediamo alla sindaca, ma non solo, a tutti coloro che si candideranno a sindaco, di sostenere la visione antiproibizionista.

La battaglia antiproibizionista non è solo legata al tema delle droghe, per noi rappresenta una vera e propria visione della città

I radicali a Roma negli ultimi anni hanno condotto una campagna referendaria per cambiare il trasporto pubblico, liberalizzandolo, cioè mettendo a gara i vari servizi oggi erogati da Atac. Il Sì ha ottenuto 300.000 voti, ma è mancato il quorum (e c’è polemica anche su questo), e comunque si trattava di un referendum consultivo. Pensa che sia una battaglia ancora valida?
Su questo è tutt’ora in corso una nostra iniziativa giuridica, portata avanti dal nostro Presidente Francesco Mingiardi, per la proclamazione del risultato del referendum. Lo scorso 3 dicembre il Tar del Lazio, su nostro ricorso, ha stabilito che il quorum non era previsto. Ciò significa, in primo luogo che il referendum l’abbiamo vinto, in secondo luogo che il risultato della consultazione deve essere proclamato con atto formale dalla Sindaca e infine che l’assemblea Capitolina si deve riunire e deliberare in merito al risultato del referendum.
È incredibile che a due anni dalla consultazione se ne debba ancora parlare. Quindi il tema è attualissimo e il Covid, se ce ne fosse ancora bisogno, ha mostrato ancora una volta come l’Atac non sia nelle condizioni di rispettare il contratto di servizio per cui riceve ingenti risorse. Bisogna pensare a un nuovo piano della mobilità senza un approccio ideologico ma identificando il modello migliore che soddisfi in maniera efficiente la domanda dei cittadini.

State pensando di proporre nuovi referendum cittadini?
Crediamo che sulle grandi questioni strategiche della città bisognerebbe sempre puntare al massimo coinvolgimento della cittadinanza, di modo che le scelte siano il frutto di un dibattito ampio e diffuso. In questo senso, di fronte allo stallo in merito all’assetto istituzionale di Roma Capitale, forse la chiave referendaria e la partecipazione popolare potrebbero fungere da spinta propulsiva affinché la politica si prenda le sue responsabilità a tutti i livelli istituzionali. Il rilancio della Capitale non può prescindere dalla mobilitazione dei suoi cittadini.

Il tema della liberalizzazione del trasporto pubblico è attualissimo e il Covid, se ce ne fosse ancora bisogno, ha mostrato ancora una volta come l’Atac non sia nelle condizioni di rispettare il contratto di servizio per cui riceve ingenti risorse

Tra le questioni rimosse, a Roma, c’è anche quella degli zingari (uso questa parola per intendere rom, sinti camminanti ma anche le persone che oggi vivono nelle favelas e nei campi romani, a prescindere dalla loro cittadinanza). Non è un tema popolare, a Roma, nel senso che il fastidio e l’incomprensione sembrano trasversale. Che si può fare? Che pensate di fare?
Recentemente in Assemblea Capitolina si è discussa la nostra delibera di iniziativa popolare Accogliamoci, per il superamento dei campi, che era stata accantonata in attesa del piano dell’amministrazione capitolina. Delibera bocciata grazie all’astensione dei consiglieri 5S. In compenso, è stato approvato a larga maggioranza, con il voto contrario della destra, un ordine del giorno scritto insieme all’Associazione 21 luglio e presentato dal gruppo del Pd, che richiede uno studio analitico sui dati delle politiche messe in campo e sui risultati ottenuti dall’amministrazione a fronte delle risorse impiegate.
Quello che per certo possiamo dire è che il dibattito pubblico sui campi è considerevolmente cambiato in questi anni, la propaganda delle ruspe ha fatto il suo tempo oltre che rivelarsi fallimentare. Continueremo a lavorare insieme all’Associazione 21 luglio per presentare nuove proposte per l’individuazione di strategie di inclusione personalizzate, che è l’unico modo serio per superare definitivamente questa vergogna nazionale.

I radicali, anche in Regione, continuano a dialogare con il centrosinistra. A Roma si vota tra sei mesi, se il voto non verrà rinviato a causa della pandemia. Voi avete proposto al centrosinistra una “agenda democratica e antiproibizionista” per la Capitale. Di antiproibizionismo abbiamo parlato. Della questione democratica?
La questione democratica riguarda direttamente il rapporto tra istituzioni e cittadini. Oggi la forma di governo della Capitale non è in grado di fornire i servizi adeguati al cittadino e a rispondere alle grandi sfide di un mondo in profonda trasformazione.
Il decentramento amministrativo non funziona, non riesce a dare le risposte che i cittadini si aspettano, per questo i Municipi risultano enti inutili, e questo ne aumenta la frustrazione. La riforma delle città Metropolitane è rimasta in gran parte inattuata, il sindaco metropolitano non è eletto direttamente dai cittadini e questo crea un deficit democratico che mette insieme l’inefficienza dell’Istituzione con l’assenza di una legittimità popolare.
La relazione della Commissione parlamentare sulle periferie pubblicata nel dicembre 2017 indica la necessità di realizzare una “nuova governance metropolitana” per superare l’attuale stratificazione tra Città metropolitana, Comune di Roma, Comuni dell’hinterland e municipi interni al Comune di Roma. La relazione prosegue nell’affermare che si devono imporre scelte urgenti tese a strutturare una nuova forma del potere democratico. La campagna Roma Democratica alla quale stiamo lavorando si pone proprio questi due obiettivi di fondo: una nuova governance metropolitana e riconsegnare ai cittadini potere democratico.

Insomma, quali sono le priorità? Voi parlate della necessità di “riforme radicali per venire a capo di questioni decennali”. Tradotto in azioni, che significa?
Le priorità sono quelle individuate dalla mozione approvata alla nostra recente assemblea annuale. La questione dell’assetto istituzionale di Roma e la lotta alla criminalità organizzata. Per quanto riguarda le azioni, in questi anni abbiamo fatto proposte concrete attraverso gli strumenti dell’iniziativa popolare per risolvere alcuni nodi centrali dell’amministrazione. Dal superamento dei campi rom, alla messa a gara del trasporto pubblico, la chiusura del ciclo dei rifiuti attraverso un piano industriale di Ama che potesse dotare la partecipata del Comune di tutti gli impianti necessari.
Oggi ci concentriamo sulla forma di governo in ottica metropolitana e nella lotta alla criminalità organizzata per liberare l’economia e i territori più fragili dalla morsa delle cosche mafiose. Per ottenere gli obiettivi che ci siamo prefissi in questa fase privilegiamo le interlocuzioni in corso con i partiti e la società civile. Se non dovessimo ottenere i risultati sperati, ci dovremmo rivolgere direttamente ai cittadini con le iniziative popolari come abbiamo sempre fatto. Roma si salva se si dà vita a una grande mobilitazione popolare, se si esce dalle logiche della contrapposizione e si trovano insieme le soluzioni più adeguate.

Di fronte allo stallo sull’assetto istituzionale di Roma Capitale, forse la chiave referendaria e la partecipazione popolare potrebbero fungere da spinta propulsiva

A parole, nel centrosinistra (Pd, ecologisti, sinistra, movimenti civici vari) quasi tutti sembrano concordare nella necessità di discutere prima del programma poi dei candidati. Poi però di candidati ne sono già spuntati parecchi. Come si procede?
Si procede facendo tutti un passo indietro, mettendo al centro Roma e le soluzioni a vantaggio dei diritti e delle libertà dei suoi cittadini. Stiamo assistendo a una battaglia per il potere che non prospetta niente di buono. Per noi il programma si declina non a parole ma attraverso la condivisione di obiettivi puntuali da raggiungersi anche in un arco temporale che vada oltre la prossima consiliatura. Bisogna avere le idee chiare, ridare protagonismo alla cittadinanza e essere in grado di declinare il termine partecipazione davvero non solo a parole. Solo così il campo delle forze democratiche, europeiste, laiche, socialiste, liberali, radicali sarà in grado di attuare quella rivoluzione di cui Roma ha bisogno.

 

 

21-12-2020 | © Riproduzione riservata

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