Giggetto regazzino der Tufello

A volte la vita fa capitare quello che non ti aspetti. Così può succedere che un evento triste e luttuoso, come la morte di un personaggio simbolo di una città e del quartiere in cui è cresciuto, si trasformi in un momento aggregante, di socialità. È quanto sta avvenendo in questi giorni al Tufello, nelle vie in cui Gigi Proietti ha vissuto gli anni della propria infanzia; un quartiere che ha reagito all’accadimento, con un moto spontaneo e immediato, non solo per rendere omaggio all’artista scomparso, ma anche per dare vita a una nuova fase positiva e propositiva, elaborando rapidamente il lutto e trasformandolo in nutrimento per una sorta di inattesa “grande bellezza”, sorta all’improvviso fra le vie di quella zona popolare: dipinti, murales, iniziative, incontri, film.

La storia

Il Tufello è un quartiere con esattamente cento anni di vita. Sorto a Roma nord, negli anni Venti del Novecento, su una collina tufacea (da cui il nome Tufello), accanto alle zone di Monte Sacro e di Città Giardino, si è sviluppato in modo più intensivo a partire dal 1935, per accogliere gli abitanti sfollati dagli sventramenti del centro storico e, successivamente, i cittadini rimpatriati dalla Francia dopo la guerra. È questo il motivo per cui, ancora oggi, un complesso abitativo realizzato negli anni Quaranta dall’Istituto Case Popolari, fra via Isole Curzolane e via delle Vigne Nuove, è conosciuto come La casa dei francesi.

Il programma urbanistico affidato all’ICP ha vissuto tre fasi di sviluppo successivo, in un crescendo di sempre maggiore densità abitativa. Il nucleo più antico ha fabbricati di due o tre piani, dotati quasi sempre di giardini; il secondo nucleo, degli anni Quaranta, presenta edifici di quattro o cinque piani; Il terzo intervento, avvenuto tra gli anni Cinquanta e Sessanta, ha infine realizzato edifici alti fino a sette piani, spesso privi di aree verdi.

Nato fin da subito come quartiere popolare, non a caso, già nel 1948, il Tufello fu scelto da Vittorio De Sica come scenario ideale per collocarvi la casa in cui far vivere il protagonista del suo film “Ladri di biciclette”. E non a caso, sempre al Tufello, viveva anche Giggetto (in qualche caso ribattezzato Ninetto, o Pierino), il ragazzino scapestrato, protagonista immaginario di tanti stornelli romaneschi: “Giggetto regazzino der Tufello le caccole dar naso se levava; drent’a ‘mbaratoletto le metteva, a una a una poi se le magnava”.

Proprio come Giggetto, il suo abitante più noto, anche se inesistente, il Tufello ha saputo mantenere nei decenni un carattere sì proletario e maleducato, politicamente scorretto e a volte oltre i limiti della legalità, ma in fondo bonario, senza mai raggiungere quella fama criminale, da Suburra romana, toccata via via in sorte ad altri quartieri popolari e periferici come, ad esempio, la Magliana, il Trullo, Tor Bella Monaca, o il (relativamente) vicino quartiere di San Basilio.

 

Gli anni Duemila

È anche grazie a questo apparente ossimoro di quartiere sporco ma moralmente pulito, povero ma ricco di buona volontà, che negli ultimi decenni il Tufello ha iniziato un percorso di recupero e di riqualificazione, destinato ad accomunarlo ad altre zone di Roma, nate come popolari e oggi divenute centri di aggregazione e di movida: Garbatella, Testaccio, il Pigneto. L’estrema vicinanza con quartieri residenziali e benestanti come Montesacro, Nuovo Salario, Talenti, pareva inoltre facilitare il processo, portando anche a una rapida rivalutazione del valore immobiliare delle case del quartiere.

Così, un po’ in sordina, hanno cominciato a nascere centri sociali e sportivi, locali e iniziative culturali: dal Defrag, alla Palestra dedicata a Valerio Verbano (ucciso da neofascisti nel 1980 a via Monte Bianco, ai confini del quartiere), dal Centro di cultura popolare di via Capraia, ai tanti piccoli localini, ristoranti, pub, che poco alla volta sono spuntati fra le vie del Tufello. Pareva un processo inarrestabile e irreversibile, almeno fino all’inizio del 2020. Poi, come nel resto della città, la pandemia ha cambiato lo scenario e stoppato le iniziative e gli investimenti privati che qui si erano avviati.

La morte di Proietti

Quasi come in un romanzo, a rimescolare ulteriormente le carte, a modificare il destino del quartiere e a riportare verso il bello il “barometro della zona”, ci ha pensato però un evento del tutto imprevisto: la morte di Gigi Proietti. L’emozione che ha attraversato l’intera città per la scomparsa dell’attore, ha avuto infatti, proprio nel Tufello il suo principale centro di diffusione.
Qui, tra via Capraia, via delle Isole Curzolane e Montesacro, Proietti ha vissuto gli anni della sua giovinezza. All’improvviso, il Tufello scopriva dunque che quel Giggetto immaginario, quell’inesistente protagonista di tanti stornelli ambientati nel quartiere, poteva avere anche un cognome, una storia e un volto: Giggetto, in fondo, poteva benissimo assumere i connotati proprio di Gigi Proietti.

E così, all’inizio in modo spontaneo, il quartiere ha cominciato ad omaggiare l’attore. Già il giorno dopo la sua morte, su un muro di via Capraia è comparso un bellissimo murale raffigurante Proietti, contornato da uccelli come un moderno San Francesco, realizzato da Harry Greb. Un altro appariva subito dopo, accanto al mercato di Piazza degli Euganei. Un terzo è stato realizzato a viale Jonio da Anna Maria Tierno. Infine, in una rara e sorprendentemente virtuosa unione fra sentimento popolare e attività politica ufficiale, grazie ai fondi delle Regione Lazio e dell’AS Roma, in una sola settimana è stata ultimata una quarta opera, sempre dedicata all’interprete di “Mandrake”, commissionata a Lucamaleonte e che occupa l’intera facciata di un palazzo di via Tonale.

È a quel punto che il nome del Tufello ha cominciato a rimbalzare dovunque, anche a livello nazionale: dai TG a Fabio Fazio, dai social alle maggiori testate giornalistiche non solo romane, tantissimi hanno cominciato a parlare dei nuovi murales apparsi nel quartiere. Per una volta non c’era nemmeno l’immancabile e un po’ stucchevole divisione fra destra e sinistra, fra guelfi e ghibellini: l’emozione era autentica e bipartisan, i commenti universalmente positivi, non solo alla memoria di un personaggio amato da tutti, ma anche per le opere che in suo onore erano state realizzate.

Il pellegrinaggio laico

Siamo così arrivati alla storia di questi giorni, quella che narra di un continuo pellegrinaggio spontaneo di romani, che si recano al Tufello per ammirare le nuove opere qui realizzate. Gente comune, che vuole vedere coi propri occhi e dal vivo i murales dedicati a Proietti. Tutti si fermano, fanno un selfie, commentano a voce alta, si mettono a parlare l’uno con l’altro, fanno amicizia con altri sconosciuti che, come loro, sono accorsi qui per le stesse ragioni.

Mentre Roma e l’Italia intera si rinchiude in casa, terrorizzata dal Covid, il Tufello, dunque, fa eccezione, esce in strada, socializza. Lo fa con pacatezza e con responsabilità, senza resse, senza assembramenti, quasi in punta di piedi, in un clima perfettamente in linea con lo stile mantenuto in vita da Gigi Proietti: semplice e popolare, ma mai sfrontato e sguaiato.

In un periodo storico come questo, suscita quasi commozione poter vedere, in un quartiere di periferia, un ristorante pieno all’ora di pranzo, in un giorno feriale, così come mi è accaduto di vedere pochi giorni fa al Tufello, in via Capraia, di fronte al palazzo con il nuovo murale di Lucamaleonte. Quel ristorante pieno di commensali, pur nel rispetto di tutte le norme anti-covid, animato dai turisti venuti qui per ammirare l’opera, insieme agli altri cittadini col naso all’insù che, sul marciapiede di fronte, guardano il murale, dà infatti il senso di una città ancora viva e vivace, che vuole continuare a godere delle cose belle e a realizzarne di nuove, come accade da duemila anni qui a Roma, anche nei momenti più bui.

Queste cose belle e nuove, che Roma realizza da sempre e che continua a realizzare, sono anche “Qualcos’altro… che ancora non c’è”, che è poi il titolo di un lungometraggio che alcuni ragazzi, tra i 12 e i 23 anni, hanno iniziato a realizzare proprio qui al Tufello, proprio in questi giorni, utilizzando proprio questo quartiere, trasformato in un set cinematografico e in un laboratorio all’aperto. Un progetto finanziato dal Miur, iniziato il 16 novembre e che coinvolge cinquanta ragazzi nella realizzazione di un’opera cinematografica, non solo con riprese dal vivo, ma anche con laboratori legati ai vari mestieri che ruotano intorno alla realizzazione di un film: costumista, scenografo, fonico, fotografo, montatore, ecc.  E così, ad animare le vie del quartiere, oltre ai pellegrini dei murales, ci stanno pensando in questi giorni anche i ragazzi del set e dei laboratori.

Se tutta questa inattesa vivacità artistica e culturale, porterà a una rinascita stabile e complessiva del Tufello, o se sarà solo un fuoco di paglia, è ancora presto per dirlo. Molto, di certo, dipenderà anche dagli sviluppi della pandemia, da quanto e da come inciderà sul tessuto sociale ed economico del paese, nel suo insieme, oltre che dai relativi contraccolpi sanitari. Quel che è sicuro è che quel quartiere sta dimostrando in questo momento di avere energie forti e positive, capaci di trasformare in opportunità anche le difficoltà. Delle energie resilienti, come va di moda dire oggi. Dove ciò porterà non lo sappiamo, ma intanto è un buon segnale di speranza, oltre che un ottimo modello da prendere ad esempio. E sappiamo tutti quanto ci sia bisogno di speranze e di esempi positivi, in un momento così.

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