Il regno di Rebecchini

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Domenica 11 dicembre 1955, il settimanale L’Espresso esce in edicola con un’inchiesta destinata a rimanere nella storia del giornalismo italiano. “Capitale corrotta = nazione infetta”, è il titolo di un lungo articolo, ricco di ampie e dettagliate denunce sul sistema di malaffare sviluppatosi a Roma, durante il mandato del sindaco Salvatore Rebecchini. Ne scoppia uno scandalo che porterà il primo cittadino, alcuni mesi dopo, a non ricandidarsi a sindaco. E che chiude senza troppa gloria l’era Rebecchini, quel decennio in cui la guida della città era stata nelle mani di colui che, ancora oggi, detiene il record del sindaco rimasto in carica più a lungo. Anni in cui Roma aveva mutato rapidamente e radicalmente il proprio volto.

Fervente cattolico, ingegnere ed ex docente universitario, esponente della Democrazia Cristiana, Rebecchini è il primo sindaco di Roma dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale. Eletto una prima volta nel 1946, si dimette dopo poche settimane, resosi conto dell’impossibilità di formare una maggioranza omogenea. Alle conseguenti nuove elezioni comunali del 1947, vinte dalla Dc, viene rieletto sindaco dal consiglio, con 41 voti su 80 (di cui tre voti determinanti ottenuti dai consiglieri missini), formando una giunta con il Partito Liberale e il Fronte dell’Uomo Qualunque. Dopo cinque anni, coerente con la politica nazionale del suo partito, non ha però problemi a spostare l’asse politico un po’ più verso sinistra, creando nel 1952 una nuova e ampia maggioranza che comprende, oltre alla Democrazia Cristiana, il Partito Socialdemocratico, il Partito Repubblicano e il Partito Liberale.

Da questi brevi cenni, risulta già evidente come Rebecchini sia stato, in un certo senso, l’incarnazione perfetta dello spirito politico del proprio tempo, la quintessenza di quello stile democristiano che guiderà l’Italia per un quarantennio, riuscendo a farsi sempre perno centrale e insostituibile di ogni stagione e di ogni maggioranza. Una situazione che contribuirà a dare una solida sensazione di inamovibilità, ma che degenererà a volte in un senso di impunità.

Forte di questa sensazione, Rebecchini si mette subito al lavoro per affrontare il suo primo compito: risollevare Roma dalle distruzioni della guerra e portarla rapidamente ad affrontare in modo positivo l’imminente giubileo del 1950. Cardini simbolici di questo obiettivo saranno il completamento di via della Conciliazione (è di questi anni, tra l’altro, l’installazione dei grandi lampioni a forma di obelisco presenti sull’arteria) e quello della nuova stazione Termini, per la realizzazione della quale era previsto già dal 1939 un progetto che verrà però modificato nel 1947 dopo l’interruzione bellica e ultimato tre anni dopo, con l’abbattimento del vecchio scalo ottocentesco e la trasformazione della stazione in quella che attualmente vediamo.

Il programma di opere pubbliche per la mobilità avviato da Rebecchini non si esaurirà certo in questi due interventi. Anzi, la mobilità romana, per come la conosciamo oggi, anche a settant’anni di distanza, è principalmente il frutto delle opere realizzate in quel decennio. Sono gli anni in cui viene costruita via Gregorio VII e la galleria che porta al Ponte Amedeo d’Aosta; viene aperta la via Cristoforo Colombo, con il successivo prolungamento fino a Ostia; partono i lavori per il Grande Raccordo Anulare, il cui primo tratto viene inaugurato nel 1951; si amplia la via Prenestina, che diventa una grande arteria cittadina: nasce la metropolitana di Roma, col tratto Termini-Eur inaugurato nel 1955.

Se sul piano della mobilità è doveroso riconoscere a Rebecchini la capacità di avere notevolmente modernizzato la città, più controverso è il giudizio relativo ai suoi interventi nel campo edilizio, che tante polemiche suscitarono fin da subito e che porteranno, dopo l’inchiesta dell’Espresso, alla fine della sua carriera di sindaco. Fin dagli anni Quaranta a Roma viene infatti avviato un consistente programma edilizio, sia di edilizia popolare che residenziale, realizzato soprattutto grazie ai fondi Ina-Casa ottenuti con la legge Fanfani e che comporterà la realizzazione di oltre 100.000 vani di edilizia economica, in vaste zone della città. Queste grandi opere di edificazione, con la nascita di interi nuovi quartieri, stimoleranno a Roma, di contrasto, una sensibilità che potremmo definire di matrice “ambientalista”, con personalità e movimenti che, forse per la prima volta nella storia cittadina, si mobiliteranno per la salvaguardia delle aree verdi e di quelle storico-archeologiche.

La prima battaglia condotta in questo senso, a partire dal 1951, venne giocata rispetto al previsto sventramento di Via Vittoria, una strada del centro, compresa tra Via del Corso e Piazza di Spagna. Rebecchini ne aveva previsto la demolizione (già in progetto in base al piano regolatore del 1931), per realizzare un collegamento fra il Mausoleo di Augusto e Via Veneto, tramite un tunnel che avrebbe forato la collina del Pincio. Contro il progetto, si mobilitò però anche un nutrito gruppo di intellettuali (fra questi il futuro sindaco Giulio Carlo Argan, il pittore Renato Guttuso, Ennio Flaiano, Anna Magnani, Vasco Pratolini), che chiese e ottenne dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici di respingere tale proposta.

Anche l’edificabilità dell’area dell’Appia Antica diviene oggetto di una feroce battaglia politica. La giunta Rebecchini, infatti, aveva avviato un piano di edificabilità della zona. Lo stesso avveniva in quegli anni per la collina di Monte Mario, al punto che l’assessore all’urbanistica Leone Cattani si dimise in modo polemico, passando all’opposizione e tuonando dai banchi del consiglio comunale contro la corruzione degli uffici e il dilagare dell’abusivismo edilizio. La situazione era tale che il nuovo assessore all’urbanistica Enzo Storoni, decise di modificare in parte i progetti di edificazione massiccia di quelle aree, rendendoli più “soft” e digeribili da parte dei cittadini e dell’opinione pubblica.

Ma la vera bomba per Rebecchini stava per scoppiare con la pubblicazione dell’articolo dell’Espresso, firmato da Manlio Cancogni, nel dicembre 1955. Un articolo che così esordiva: “Durante l’amministrazione Rebecchini il Comune ha fatto centoventi miliardi di debiti che costano dieci miliardi d’interessi l’anno, per pagare i quali non è sufficiente l’intero gettito annuale delle imposte dirette. Tutte le aziende autonome, come l’Atac, sono diventate passive. In compenso, quelle private, come la Pia Acqua Marcia, hanno continuato a realizzare utili enormi e le aree fabbricabili hanno avuto incrementi di valore di sessanta, settanta miliardi l’anno. Gli abusi, le manchevolezze dell’amministrazione Rebecchini avrebbero portato in qualsiasi altro comune alla nomina di un commissario prefettizio. A Roma non è avvenuto oltre che per il volere del partito di maggioranza, perché i principali gruppi speculatori della capitale desiderano la permanenza dell’attuale consiglio in Campidoglio. Nessuno potrebbe garantir loro vita più facile di quella che hanno avuto fino ad oggi”. Sono parole che, purtroppo, sembrano ancora attuali e che abbiamo sentito ripetere quasi identiche anche in epoche molto più recenti, nei confronti di successivi sindaci e successive giunte.

Nell’inchiesta dell’Espresso il dito veniva spesso puntato contro le speculazioni edilizie realizzate dalla Società Generale Immobiliare, che in quegli anni aveva appena realizzato il nuovo quartiere residenziale di Vigna Clara: “I terreni dell’Immobiliare sono disposti intorno a Roma in maniera strategica. Ne ha per 470.000 metri sulla via Tuscolana, per 530.000 a Tor Carbone, per 90.000 sulla Prenestina, per 215.000 sulla Trionfale, per 50.000 sulla Salaria, per 1.336.000 sulla Nomentana, per 1800.000 sulla Casilina, ecc. ecc. In questo modo essa può decidere volta a volta in che direzione le conviene che la città avanzi. Scelto il campo di operazioni viene affidata a una società di comodo la sistemazione di un certo tratto stabilendo se debba essere edificato a intensivo, a palazzine, a villini, se debba essere di carattere medioborghese o signorile. In genere l’Immobiliare preferisce quest’ultimo tipo, che dà i margini più alti”.

Curiosamente si trattava della stessa Società Generale Immobiliare che, oltre sessant’anni prima, si era resa protagonista del primo grande scandalo edilizio della Roma post-unitaria: quello relativo alla costruzione di Via Veneto e del quartiere attiguo, avvenuta negli ultimi anni dell’Ottocento, che comportò la totale distruzione di una delle più belle ville di Roma e d’Italia, Villa Ludovisi, nonostante i vincoli urbanistici e artistici presenti nell’area e che avrebbero teoricamente impedito l’operazione. Questo è il segno che quel meccanismo di corruzione di pressione dei costruttori sulle scelte politiche cittadine, che l’inchiesta dell’Espresso scoperchiava, era un meccanismo nato molto tempo prima dell’era Rebecchini e sarà un meccanismo che gli sopravviverà, per molto tempo dopo, fino ai nostri giorni, lasciando in mano alle grandi società edilizie le vere leve dello sviluppo urbanistico di Roma.

L’eco di quella inchiesta e quello scandalo fu comunque tale che Rebecchini non verrà ricandidato alle elezioni comunali previste nel 1956. Salvatore Rebecchini passerà così alla storia, non più come il sindaco della ricostruzione di una Roma devastata dalla guerra, non più come colui che portò finalmente a Roma le Olimpiadi (è durante il suo mandato che, nel 1955, il Comitato olimpico internazionale assegnerà alla Capitale d’Italia le olimpiadi del 1960), bensì come il sindaco del cosiddetto sacco di Roma, il termine giornalistico con cui verrà da quel momento raccontato lo sviluppo urbanistico romano del secondo dopoguerra.

Ma se la carriera di sindaco sarà interrotta, la sua eredità politica non si disperderà mai del tutto, al punto che da quel momento nascerà anche una sorta di piccola dinastia politico-imprenditoriale dei Rebecchini: dal figlio Francesco, che sarà per anni un attivo parlamentare democristiano, all’altro figlio Gaetano, che negli anni novanta potrà essere annoverato fra i fondatori di Alleanza Nazionale, a Filippo, editore televisivo e creatore dell’emittente Super 3, fino ad arrivare al nipote Nicolò, dal 2017 eletto alla presidenza dell’Associazione Costruttori Edili di Roma.

27-10-2020 | © Riproduzione riservata

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