Nicolini e le cose perdute di Roma

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Il documentario su Renato Nicolini, “Ciao Renato”, di Paolo Luciani, Cristina Torelli e Roberto Torelli, è uscito nel 2012, ma è un documento sempre attuale. La prima parte riguarda la sua esperienza politica, la seconda tutto il resto: la sua attività di docente, di intellettuale, di architetto, di agitatore, di attore amatoriale, di critico, di attivista.

È un film solo di montaggio, ma bellissimo, straziante, doloroso. Che mostra soprattutto quanto si è – abbastanza irremediabilmente direi – perduto. E parte di questa sconfitta, oltre la trasformazione della cultura popolare in intrattenimento e commercio, è colpa di quei politici che ex Pci ora Pd o progressismo vario hanno tradito il senso dell’azione politica di Nicolini.
Renato Nicolini è per un’ora e dieci luminoso, raggiante, eppure il suo ottimismo radicale non riusciva a mitigare la tristezza che proveniva dal raffrontare la sua esperienza a quello che c’è stato dopo. Ho provato a appuntare mentre lo vedevo tutte le cose che si sono perdute.

1.Gli intellettuali che si spendevano per la politica. Il Partito Comunista Italiano – Nicolini era nel Pci dal 1962 – è stato il più grande partito comunista europeo per lunghi anni perché ha compreso che la classe dirigente doveva essere composta da intellettuali; il paragone con quello che è venuto dopo è impietoso: il veltronismo ha significato una classe politica impreparata, spesso incolta, che si affanna per garantirsi uno status da intellettuale.

2. Il ruolo centrale dell’università e nella scuola nella politica. Nicolini lo dice e lo ridice nel documentario: la scuola e l’università di massa hanno permesso una grande stagione di emancipazione, che ora è messa a rischio dal ridurre l’impegno universitario alle lauree brevi, e paragona questa involuzione delle politiche dell’istruzione alla riforma Gui, ossia alle politiche dell’istruzione della Democrazia cristiana degli anni Cinquanta e Sessanta contrastate dal Pci.

3. In un’intervista meravigliosa in cui Nicolini parla con il poster di Flash Gordon alle spalle, rivendica la pluralità di interessi dell’intellettuale contemporaneo, e un’idea di politiche culturali anticlassiste (“di chi vive nelle torri d’avorio abbiamo scarso interesse a servirci”). Dice: “È un assessorato alla cultura che vuole fare politica, e quindi il punto di riferimento nostro è stato il pubblico”, e quando parla di pubblico parla di capacitazione del pubblico, dell’orgoglio di un pubblico protagonista, non di una dittatura del commerciale, e poi va avanti dicendo: “Nella vita di ognuno di noi ci capita di leggere Musil o Kleist o Thomas Mann e poi di vederci un film magari molto brutto, o di leggere un fumetto, o di giocare a Space invaders…”. La sua idea non era di mischiare come se fosse un minestrone l’alto e il basso, ma di accrescere la consapevolezza in qualunque esperienza estetica. (qui ce n’è un pezzo). Oggi di quella idea di contaminazione di alto e basso, non è rimasta consapevolezza e non è rimasto l’alto. Abbiamo solo uno sterminato basso per le masse, e un alto a pagamento spesso inaccessibile.

4. Marx. A un certo punto Nicolini ricorda la sua idea di costruire a piazza Navona un grande affresco in cui vengono spiegati i passaggi fondamentali del Capitale di Marx, quelli sull’accumulazione originaria, e la riproduzione semplice e la riproduzione allargata. Questo enorme dipinto sarebbe servito a far prendere coscienza ai romani che l’avessero ammirato a piazza Navona del fatto che “il plusvalore è nostro e dobbiamo riprendercelo”.

5. Gli spazi. Manca il teatro tenda, mancano i circhi, mancano gli schermi sulla spiaggia di Castel Gandolfo. Oggi mettere un circo per fare teatro in città è impossibile. Tra soldi per l’occupazione del suolo pubblico e soldi per la sicurezza, i costi per le manifestazioni artistiche sono risucchiati.

6. Mancano le cantine, i teatri off, i cinemini, le sale d’essai. Quando organizza quell’imponente manifestazione che è Massenzio Nicolini si rivolge ai cineclub per fare la programmazione, i cineclub litigiosi riuniti nell’Aiace, l’associazione dei cinema d’essai, si fida di critici come Enzo Ungari. Ci sono stati e ancora ci sono spazi del genere, dal Valle al Nuovo Cinema Palazzo, dal Kollatino Underground al Kino, da Fivizzano ad Astra Cult, ma vengono massacrati dalle minacce di sgombero, dagli sgomberi, dagli affitti, dalle multe, dall’inerzia politica.

7. Manca il desiderio di prendersi le piazze, di pensare che Roma è di chi la abita, Toni Jop diceva: “non sentivamo un senso di appartenenza, ma un senso di dominio”. La retorica politica in cui hanno vinto e vincono ancora le destre travestite da progressismi è prendersela con la movida, senza pensare a come trasformare quelle piazze piene in cineclub all’aperto, in arene teatrali, in aule universitarie.

8. Manca un rapporto diretto tra produttori e politici, tra artisti e politici. I mediatori si sono mangiati tutta la filiera delle politiche culturali. Se Nicolini si inventa la figura dell’operatore culturale, facendo sì che gli artisti più strampalati diventassero organizzatori (se uno pensa a Simone Carella che organizza Castel Porziano), oggi la scena culturale è dominata da operatori culturali che non sono né artisti né politici, ma funzionari che decidono della politica della città senza un indirizzo politico né un orizzonte estetico, quindi essenzialmente senza prendersi la responsabilità di stupire o di fallire.

9. Mancano pezzi di città. Nicolini se la prende con il demanio pubblico che non concede spazi alle manifestazioni culturali. Ma oggi la città è sequestrata da aziende private a capitale pubblico, Acea, Rfi, Ama, Civita, Cassa depositi e prestiti, i centri commerciali: ettari della città sottratti al Comune che non può disporne per le sue politiche culturali.

10. Mancano gli artisti che hanno pensato che l’arte fosse conflitto con il presente. Fa impressione vedere le immagini di quel meraviglioso disastro che è il festival di poesia di Castelporziano, dove Dacia Maraini viene giustamente fischiata, e se va piccata “Allora è vero che la poesia non serve a nulla”, e vengono applauditi Victor Cavallo, Allen Ginsberg, osannato Amiri Baraka. Oggi Cavallo o Baraka non ci sono più – e chi se li ricorda – e Maraini (lunga vita) invece vede pubblicata la sua opera omnia dal Corriere della sera. Sic.

11. Manca l’idea di pedagogia popolare. Nicolini studia con Ludovico Quaroni, che è stato un grande studioso di città ma anche un attivista dell’educazione sociale, a lavoro con Olivetti. Nel 1981 dopo che Mitterand vince in Francia, Nicolini decide di proiettare davanti a 8mila persona la versione restaurata di “Napoleon” di Abel Gance, un capolavoro del muto. C’è un’idea di spiazzare e l’idea che l’educazione estetica sia il cardine delle politiche culturali pubbliche. Toni Jop ha raccontato un aneddoto tristissimo, di quando ventisei anni dopo lui, Enrico Ghezzi e Nicolini insieme alla sua compagna Marilù Prati andarono in comune a proporre di rimettere in scena per tutta la città l’unica esperienza di socialismo non marchiata dall’involuzione successiva, la Comune di Parigi del 1871: era un’idea folle e straordinaria. Al comune, gli dissero no, e rifecero invece come omaggio di nuovo Napoleon di Abel Gance. Rifarlo era rendere innocuo quel gesto. Sempre Veltroni, insieme a Giovanna Marinelli, 2007. Come gli dovessero fare un funerale in vita, a Nicolini. Questa volta non c’erano i borgatari, ma più i turisti. Poi sarebbe arrivato direttamente il musical di Nerone al Palatino.

12. Roma, dice Nicolini, produce immaginario, non è una città dove si vende e si compra. Da quando dice queste parole, fine anni ottanta, a oggi, a Roma sono sorti una quarantina di centri commerciali. Intorno a alcuni di questi sono stati costruiti interi quartieri, Porta di Roma o Lunghezza; questo è accaduto anche grazie alle amministrazioni di centrosinistra e al loro rapporto di sudditanza nei confronti dei costruttori romani.

13. La dimensione artistica internazionale. La scena in cui Renato Nicolini chiacchiera con Bob Wilson e Philip Glass fa il paio con quella in cui può rispondere beffardo a Gassman che a lui non piace tanto il teatro ma adora Leo e Perla, ossia Leo De Berardinis e Perla Peragallo. La conoscenza, la familiarità di Nicolini con la scena artistica, musicale, teatrale italiana e internazionale gli permetteva di usare gli artisti non come i guitti che “ci fanno divertire e emozionare” ma per immaginare direttamente la trasformazione della città.

14. Il desiderio di riempire il centro. Oggi tutto quello che di culturale si fa in centro è appannaggio degli abitanti borghesi del centro storico e dintorni e dei turisti. Un biglietto all’opera costa 200 euro, un concerto a Caracalla di Bob Dylan 140 euro. Con Nicolini il centro veniva invaso dai borgatari. Chi guadagna 1000 euro al mese e abita a Settebagni o a Tor Bella Monaca non fruirà mai di nulla che produca la possibilità di emancipazione come la intendeva Nicolini. Non bastano i musei della periferia a Tor Bella Monaca (a chi è venuta un’idea del museo della periferia in periferia?) o l’opera camion che fa tre date in giro per la cintura urbana. Occorre dare agli abitanti di Roma il diritto non di fruire ma di prendersi ciò che è loro, di dominare la città tutta, di reclamare il plusvalore.

22-10-2020 | © Riproduzione riservata

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