I governatori del Ventennio

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È la fine di ottobre del 1922 quando Roma viene improvvisamente invasa da migliaia di persone in camicia nera, decise a cambiare i destini della città e dell’intera nazione. Il re Vittorio Emanuele III, invitato a proclamare lo stato d’assedio e a mandare le truppe regolari a fermare i tumulti, sceglie invece una linea pacifista e lascia che i dimostranti entrino in città. Sta per compiersi quella che passerà alla storia come la Marcia su Roma, che darà il via libera a un governo guidato da Benito Mussolini, prima tappa di un futuro regime ventennale.

Filippo Cremonesi

Sindaco di Roma, in quei giorni tumultuosi, è Filippo Cremonesi, all’epoca un indipendente salito in carica da appena tre mesi. Pochi anni dopo, con in tasca la tessera del partito nazionale fascista, sarà sempre lui il primo Governatore della città nominato da Mussolini. Con la nascita del regime fascista, il titolo di sindaco è stato infatti abolito (così come le elezioni comunali), sostituito da quello di governatore per nomina governativa.

Gli anni di Cremonesi sono anni in cui Roma sembra ancora non accorgersi del cambio di regime e prosegue il suo sviluppo urbanistico secondo le linee direttrici previste dal piano regolatore del 1909. Il nuovissimo quartiere Savoia (quello che oggi è noto come quartiere Trieste) è un luogo di verdeggianti villini, che culminano nelle creative palazzine ideate dall’architetto Coppedè, Viale Parioli è ancora una lunga passeggiata di città, fatta di case nel verde e galoppatoi ombreggiati dalle fronde degli alberi. Ben presto, però, quei quartieri trasformeranno il proprio volto, perdendo il loro aspetto liberty e diventando le zone preferite dalla sorgente oligarchia borghese, rifugio privilegiato per gerarchi e nuovi ricchi.

Ludovico Spada Veralli Potenziani

Nel dicembre 1926 Cremonesi viene sostituito. Don Ludovico Spada Veralli Potenziani, Patrizio Romano, Principe di Castelviscardo, Marchese e Conte di Montevescovo e S. Giovanni Squarzarolo, Marchese di Roncofreddo, Conte di Montiano, Conte di Viceno, Conte e Barone d’Armera, Patrizio di Bologna, Patrizio Onorario di Forlì, Patrizio di San Marino, Patrizio di Rieti, Nobile di Faenza: è questo il sobrio nome del suo successore. Chi, di fronte a questo sfoggio di titoli, pensa che si tratti di un aristocratico dandy alla vecchia maniera, non sbaglierebbe di molto. Don Ludovico sarà colui che avvierà i lavori di costruzione della Via del Mare e che inizierà un nuovo stile costruttivo per i nascenti quartieri romani, più consono ai dettami del giovane regime fascista. Ma il suo comportamento da viveur, ritenuto imbarazzante dagli ambienti cattolici, la scandalosa fontana che fece costruire a Prati in Piazza dei Quiriti, raffigurante nudi femminili, la sua richiesta di divorzio dalla prima moglie, il tutto unito a certe lungaggini nelle sue tempistiche e alle spese sproporzionate affrontate per la realizzazione dei lavori urbanistici avviati, lo metteranno ben presto in cattiva luce presso il governo. E così, mentre Potenzani era serenamente in crociera al largo di Nettuno, totalmente all’oscuro del suo destino, un bel giorno del 1928 lo raggiungerà la notizia che il Cavaliere Mussolini “aveva accettato le sue dimissioni” (dimissioni ovviamente mai presentate, ma a quel punto irrevocabili).

Francesco Boncompagni Ludovisi

Il nuovo governatore, che rimarrà in carica per otto anni, sarà Francesco Boncompagni Ludovisi, figlio del principe Ugo e nipote di quel Rodolfo Boncompagni Ludovisi che, insieme all’allora sindaco Leopoldo Torlonia e alla società Immobiliare, si era reso protagonista, a fine Ottocento, di uno dei primi scandali legati alla cementificazione selvaggia della città.
Quasi per tradizione di famiglia, il governatore Boncompagni Ludovisi avvierà un’opera di forte urbanizzazione dei nuovi quartieri borghesi (Savoia, Parioli, Flaminio) e, sebbene approverà nel 1931 un nuovo piano regolatore firmato da Marcello Piacentini, fuori da questo piano, darà il via alla costruzione di dodici borgate, frutto di una concezione della città tesa a liberare il centro storico da tutte le attività povere, rurali e artigiane, che vengono trasferite in periferia, ben oltre quello che era, allora, il centro abitato. Furono realizzate dodici borgate ufficiali (a cui se ne aggiunsero altre, per così dire, spontanee), lungo tutti gli assi della città: Primavalle, Val Melaina, Tufello, San Basilio, Pietralata, Tiburtino Terzo, Prenestina, Quarticciolo, Gordiani, Tor Marancia, Trullo, Acilia.

Sarà sempre Boncompagni Ludovisi a inaugurare il grande complesso sportivo e monumentale del Foro Mussolini (l’attuale Foro Italico) e sarà ancora lui il governatore che saluterà la nascita di via dell’Impero (l’attuale via dei Fori Imperiali), prima di venire sostituito nel 1935 da un personaggio del calibro di Giuseppe Bottai.

Quello strano fascista

Giuseppe Bottai

Lasciamo per un attimo la Roma del ventennio e facciamo un rapido balzo in avanti nel tempo. È il 1994: per la prima volta dopo la caduta del regime, un erede del pensiero fascista, il segretario del Movimento Sociale Italiano, Gianfranco Fini, ha la possibilità di diventare sindaco della città. A sbarrargli la strada sarà un blocco che si coagulerà attorno alla figura di Francesco Rutelli, che risulterà vincitore nella sfida finale, anche grazie soprattutto al vessillo dell’antifascismo che la sua coalizione alzerà contro Fini. Eppure, nonostante queste premesse, una delle prime proposte avanzate dalla giunta Rutelli, una volta insediatasi, sarà quella di intitolare una via di Roma a uno dei personaggi più importanti del ventennio mussoliniano: Giuseppe Bottai. Perché? Cosa spinse Rutelli a un atteggiamento apparentemente in contrasto con la spinta ideale resistenziale che lo aveva portato in Campidoglio? Chi era Bottai, fascista così atipico da meritare un riconoscimento pubblico da parte di un sindaco antifascista?

Giovane intellettuale futurista, fascista della primissima ora, fu fin da subito uno spirito eclettico e spesso critico nei confronti del conformismo e della censura di regime (una critica che lo porterà, nel luglio del 1943, a firmare, insieme a Ciano e De Bono, il famoso “ordine del giorno Grandi”, che destituirà Mussolini).
Animo irrequieto e avventuroso, quella di Giuseppe Bottai è una figura contraddittoria e affascinante. Negli anni Venti è il fondatore della rivista “Critica Fascista”, un giornale che, fin dal nome, dimostra una volontà di continua analisi e una capacità di mettere sempre in dubbio le rigide direttive di partito. Ancora meno allineata sarà poi la successiva rivista “Primato”, da lui creata nel 1940 e alla quale collaboreranno personalità che finiranno presto per confluire nell’antifascismo militante: Carlo Emilio Gadda, Cesare Pavese, Renato Guttuso, Mario Alicata, Giaime Pintor, Giulio Carlo Argan, oltre a molti altri. Non c’è quindi da sorprendersi se, durante gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, troveremo Bottai, sotto falso nome, tra le file della legione straniera, combattente in Francia contro l’esercito nazista.

Durante il ventennio, per due volte Bottai viene chiamato da Mussolini ad assumere il ruolo di ministro. Una prima volta agli inizi degli anni Trenta, come ministro delle corporazioni. In questa veste sposerà una visione fortemente anticapitalista del corporativismo fascista (quella cosiddetta terza via fra comunismo e capitalismo che organizzava il lavoro sulla base di corporazioni di categoria, comprendenti sia lavoratori che imprenditori, un po’ sul modello delle corporazioni medievali), anticapitalista al punto che Mussolini, in imbarazzo, finirà per sostituirlo.
Lo richiamerà qualche anno dopo, per affidargli il ruolo di ministro dell’educazione. Anche in questo caso Bottai tenderà ad operare con uno spirito che oggi apparirebbe quasi di sinistra, avviando riforme finalizzate a un più facile accesso all’istruzione superiore delle classi meno abbienti. Ciò nonostante sarà anche uno dei più accesi sostenitori delle leggi razziali e sarà proprio questa sua enorme macchia a far bocciare, negli anni Novanta, l’idea di dedicargli una strada di Roma.

A cavallo delle sue due nomine a ministro c’è, nel 1935, quella a governatore di Roma. Sarà un incarico che il suo spirito avventuroso, la sua visione portata verso l’unità di pensiero e azione, sentiranno sempre un po’ troppo stretto, tanto che Bottai finirà per allontanarsi da Roma quando il suo mandato da Governatore non è ancora terminato, per partire volontario con le truppe di Badoglio nella spedizione in Etiopia. Durante il suo breve governatorato, durato appena un anno, aveva fatto però in tempo a suggerire a Mussolini due degli interventi che resteranno i principali simboli urbanistici della Roma del ventennio: la costruzione di via della Conciliazione e, soprattutto, con la richiesta di assegnazione a Roma dell’Esposizione Universale Romana del 1942, la realizzazione di un quartiere monumentale appositamente ideato per l’Esposizione, quello oggi conosciuto come Eur.

Gli ultimi governatori

Piero Colonna

L’avvio delle due opere prima citate sarà dunque compito del successore, il principe Piero Colonna, che guidò l’avvio dei lavori per quella che forse è l’opera più nota e rappresentativa dell’architettura romana del Novecento: il Palazzo della Civiltà e del Lavoro.

Colonna morirà improvvisamente nel 1939, quando è ancora in carica e verrà sostituito da Giangiacomo Borghese, che ne proseguirà l’opera.
Alla deposizione di Mussolini seguita al Gran Consiglio del luglio 1943, anche Borghese, così come era accaduto al Duce, verrà però arrestato. Paradossalmente l’arresto avviene non per mano dei soldati del re Vittorio Emanuele, bensì per opera dei fascisti, che lo considereranno un traditore a causa della sua amicizia con Galeazzo Ciano.

Con il suo arresto finisce per sempre la storia dei governatori di Roma, una storia che lascerà il posto, dopo gli ultimi drammatici anni di guerra, alla lunga era di Salvatore Rebecchini, discusso e inamovibile sindaco democristiano, eletto per ben tre volte dal 1946 al 1956. Di lui e della sua “Capitale corrotta” (come la definì, in un famoso articolo del 1955, il settimanale “L’Espresso”) parleremo nel prossimo capitolo delle nostre “Storie di Campidoglio”.

21-10-2020 | © Riproduzione riservata

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