Roma città sequestrata

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Pubblichiamo un interessante commento uscito ieri sul quotidiano “il manifesto”, firmato da Christian Raimo, scrittore, attivista politico e assessore alla cultura del III Municipio. Il titolo originale dell’intervento era: “Roma, una città sequestrata che deve tornare pubblica”.

A qualcuno interessa Roma? A qualcuno interessa un progetto per la città, la cura di quella gigantesca area metropolitana che coinvolge tre milioni di persone? Il dibattito politico su Roma, nonostante si voti tra meno di un anno, sembra galleggiare in un pantano di indifferenza, complice forse l’interesse del Partito democratico e del Movimento 5stelle di non farsi la guerra in casa.

L’impressione è che anche se cambiasse totalmente l’indirizzo politico nel governo della città, resterebbe qualcosa di immutabile. Roma è una città in cui l’amministrazione è sequestrata da interessi che sorvolano la politica, e sono appannaggio di aziende private a parziale o totale capitale pubblico. Sono sequestrate le decisioni, sono sequestrati gli spazi, sono sequestrati i luoghi democratici dove si discute e si decide.

Foto di Kingeston diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Facciamo un paio di esempi. Prendiamo l’azienda dei rifiuti, l’Ama: da un anno e mezzo, dalle dimissioni di Montanari, il comune non ha un assessore ai rifiuti, e la responsabilità apicale nella gestione dei rifiuti in città è di un amministratore delegato, Stefano Zaghis, che non risponde ai cittadini ma a una sindaca che in realtà non gli chiede conto. Due giorni fa ha deciso di lasciare a casa 270 dipendenti di Roma multiservizi, la società che si occupa di raccolta porta a porta e che stata internalizzata dal comune, che però non si è preso in carico i lavoratori.

Uno dei risultati di questa scelta sbagliata è che l’immondizia ha coperto di nuovo tutta la città. Ma c’è altro: la raccolta differenziata non viene incrementata; non vengono riqualificate le aree di Ama. La gigantesca area accanto alla Salaria dove era stato collocato il tmb andato a fuoco l’11 dicembre 2018 doveva essere oggetto di un progetto di riqualificazione ambientale all’avanguardia – parco pubblico, si era detto, università, sede distaccata della dirigenza Ama, cittadella della sostenibilità. In questo momento – come ogni estate da dieci anni a questa parte – si sente solo la puzza delle centinaia di camion che ci stazionano con i rifiuti dentro che appestano Villa Spada e Fidene.

La destra, la peggiore destra, ha capito che può lucrare consenso da quest’inerzia. L’altroieri Matteo Salvini ha provato un blitz davanti al tmb di Rocca Cencia. Ha millantato di voler realizzare termovalorizzatori come a Copenaghen. La verità è che invece di valorizzare un’azienda pubblica come Ama, invece di investire nel ciclo dei rifiuti e nella differenziata (siamo al palo da anni, 42 per cento), invece di imparare dagli errori e pensare come riqualificare il Salario, Rocca Cencia e Malagrotta, si usano ancora le periferie come discarica.

Nel frattempo la procura di Roma ha aperto un’indagine sulla malagestione del tmb di Rocca Cencia, l’impianto gemello del Salario. Le contestazioni imputate a Ama sono le stesse che hanno portato avanti per dieci anni gli abitanti di Villa Spada e Serpentara, finché non c’è stato la denuncia dell’Arpa e poi l’incendio. È possibile che paradossalmente quel rogo sia stato, a oggi, l’unico atto politico avvenuto per la tutela della salute dei cittadini?

Proprio dall’altra parte della Salaria rispetto al Tmb, c’è un’area di 10mila mq di proprietà Rfi: un altro pezzo di città sequestrato. Nel piano di sviluppo dell’alta velocità di Rfi – datato 2005 – era scritto che “Oltre ai vantaggi di tipo trasportistico Roma beneficerà di ampi interventi di riqualificazione”, che sarebbero state “coinvolte insieme alle Ferrovie dello Stato, le amministrazioni territoriali”, per far sì che “ 720.000 mq di aree oggi abbandonate, diventeranno parchi pubblici: sarà realizzato un grande Parco Archeologico di 370.000 mq nell’area tra il viadotto Serenissima, l’autostrada Roma-L’Aquila e la ferrovia: un nuovo polmone verde a disposizione dei cittadini e un’area di grande valore scientifico e culturale; saranno realizzate aree verdi attrezzate per il tempo libero per un’estensione di 350.000 mq”.

Fatevi un giro su tutte le aree industriali della periferia romana limitrofe agli impianti Rfi o Ama. Non mancano i parchi archeologici, mancano i lampioni e i marciapiedi, mancano i parchetti per i bambini. Questo perché le amministrazioni territoriali sono praticamente estromesse da qualunque processo consultivo e decisionale sulla trasformazione urbanistica.

Anche i cantieri di cui si è annunciato lo sblocco nella penultima conferenza stampa di Conte sembrano progetti provenienti dallo spazio. Come Rfi gestisce per esempio l’area di 10mila mq sulla Salaria è praticamente ignoto al municipio, municipio che dall’altra parte però si deve occupare di tutto quello che riguarda l’impatto che la presenza di Rfi ha sul territorio: viabilità, impatto ambientale; mentre nell’area vengono smantellati i treni in una zona addirittura subappaltata da Rfi a privati senza che venga nemmeno comunicato all’ente pubblico.

Foto di SubEffect diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Al tempo del covid si è pensato di incrementare le piste ciclabili anche informali. Lungo tutta la zona industriale Rfi di Smistamento corre via di Villa Spada che è diventata da qualche anno una strada privata gestita da Rfi con due dogane in ingresso e uscita; Rfi potrebbe invece facilmente metterla a disposizione degli abitanti in bici del municipio. Con zero fondi si creerebbe una pista ciclabile da Fidene alla metro Conca d’Oro parallela a quella strada sempre congestionata senza marciapiedi che è la Salaria.

Lo stesso discorso di potrebbe fare con Acea, società per azioni con il 51 per cento di proprietà di Roma Capitale, e al 5 per cento di Caltagirone, che però ne riesce più spesso a determinare le politiche sulla città sicuramente più dei cittadini che sono azionisti di maggioranza. Lo stesso discorso vale per i centri commerciali, veri e propri quartieri, gestiti da direttori, amministratori delegati, cda, senza nessuna intermediazione possibile da chi li vive. Questa è Roma…

Foto di Giampaolo Macorig diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Perciò occorre non solo pensare incontri, discussioni, primarie (e anche questo latita), ma occorre una mobilitazione che non sia solo civica ma politica, radicale. C’è bisogno che Roma torni una città pubblica, vissuta, pensata da chi l’abita, non per rivendicarne un generico senso di appartenenza ma per pretendere un dominio pubblico da parte di chi oggi non la vive ma la subisce, e può invece giustamente pretendere di riappropriarsene per il bene comune.

17-07-2020 | © Riproduzione riservata

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