Distanziamente

di

Chiamatemi Alex.

Sul documento c’è scritto Alessandro Pericoli, Via Nitti 4. Al quarto piano, aggiungo io. Il classico coglioncello di Roma Nord, direbbe qualcuno. Uno di quelli di buona famiglia, con l’aria da stronzetto, ma in fondo perbene.

Certo, mi piace un sacco quando mi chiamano Alex, perché la X mi fa più fico e più misterioso. Però, se leggete il mio nome, fate pure una pausa dopo la prima vocale. Mi fate ancora più fico e molto più misterioso quando mi chiamate A-Lex, il senza legge, con quell’A privativa che può sempre tornare utile.

Lo so, in realtà nessuno è più schiavo della legge di me, io che senza regole mi ci perdo come Pollicino nel bosco. È per questo che ho fatto anche dieci esami a Giurisprudenza (mai laureato, pure questo lo so, però, dai, sti gran cazzi!). Eppure tutti credono il contrario: mi pensano uno scapestrato senza arte né parte, uno che ama stare senza punti di riferimento, uno che vuole fare il dandy. Se mi vedono così, perché deluderli?

Da quando i bar hanno riaperto, sto seduto spesso al tavolo giù da Mondi, a ponte Milvio, con la mascherina sotto il mento o legata al polso. Passo le ore lì, a rendermi inutile. Guardo la gente passare. Così, tanto per. Intanto bevo Corona, che come birra mi fa pure un po’ schifo, però ora mi piace un sacco il suo nome, perché dopo il virus sa di malattia.

Certo che è stata proprio una gran botta di culo questo virus! Io che detesto il contatto fisico, adesso sembra solo che abbia anticipato i tempi. Sono un gran precursore! Un vero cittadino modello: zero baci, niente strette di mano, distanziamento sociale, riunioni solo in video call. Per me è quasi un dejà vu. Mi viene facile. Tutta musica per le mie orecchie.

A proposito di musica, quando proprio mi viene voglia di sentirmi vivo, che sto incazzato e voglio spaccare la testa di qualcuno, metto a palla i Rammstein, che sembrano cattivi cattivi perché parlano tedesco, così mi passa subito.

Oppure mi diverto a segarmi davanti ad Anna94. Gran bella fregnetta, pure se ho scoperto, da un po’, che no, non si chiama davvero Anna e non è nemmeno del ’94. Le dico sempre al microfono che è una gran troia schifosa, così gode pure lei.

Non so una minchia di quella lì, né so dove viva, ma un giorno ci incontreremo, sicuro, perché è da un po’ che pare che ci vada di farlo, o comunque ne parliamo. Quel giorno la spaccherò sul serio la testa di qualcuno, perché la vita in fondo va onorata e c’è tanta gente che davvero se lo merita.

Se non fosse che a me la violenza fa troppo orrore: per prenderle a cazzotti uno, alla fine, prima o poi lo devi davvero toccare. E se gli esce del sangue ti ci sporchi anche il vestito. Troppa fatica. Meglio stare a casa a riguardarsi Pulp Fiction, che come film fa schifo al cazzo, ma gli schizzi di sangue lì non ti sporcano.

Adesso la mattina la passo sempre in agenzia, a Corso Francia. Sono diventato il titolare. Mi metto in giacca e cravatta, col mio visetto da bravo ragazzo, giusto giusto un po’ stronzo, ma uno stronzo pro forma, che se no a Corso Francia non ti considerano proprio. Parlo tutto forbito, mi faccio chiamare dottore e ci faccio un figurone. Poi me ne vado quando voglio. Perché sono il titolare, sì, però non servo proprio a niente, a parte firmare qualche documento.

I soldi dell’agenzia, in realtà, li ha messi tutti Pino: è lui che fa il lavoro vero. Ufficialmente non può figurare, se no se lo bevono. Ha già troppi buffi e troppi conti in sospeso. Gli serviva la firma di un coglione e, visto che a me tutto sommato piace essere un po’ coglione (se ti fingi scemo nessuno viene a romperti le palle), ci siamo trovati subito.

Comunque Corso Francia sta proprio vicino al bar Mondi. E pure vicino casa. Ma soprattutto sta vicino al Conad. Che lì ci lavora Maria, al reparto salumi. Fa i turni, ma all’ora di pranzo c’è quasi sempre.

Io a Maria le piaccio da morire, però è sposata con un figlio piccolo e i colleghi la tengono d’occhio. Uno di quei tizi dev’essere pure amico del marito. Perciò il gioco è proprio perfetto: senza responsabilità, senza rischi. Vado sempre lì a farmi riempire di mortazza il panino che mi spazzolo per pranzo. Giochiamo di sguardi e a volte ci aggiungiamo pure un paio di battute. Mi arrapo il giusto che poi mi serve per Anna94, quando torno a casa al pc, subito dopo mangiato.

Però da qualche giorno mi sento strano. Proprio adesso che andrebbe tutto bene. Adesso che c’è stata la pandemia e che la gente non ti si avvicina più di tanto. Forse è solo che comincia a fare caldo e che i salumi a pranzo li digerisco male.

Ieri ho sognato di scoparmi Maria. Al Conad, quando lei mi ha parlato del marito, mi è pure venuta una botta di gelosia che… Strano… Certo che quello stronzo di Pino… sempre con quell’aria da saccente… sempre che mi tratta da scemo… Sono io il capo dell’agenzia, sì o no?! Dice che adesso non ha nemmeno i soldi, che siamo stati chiusi tre mesi per il Covid e che non può pagarmi. E dice che, siccome il titolare ufficialmente sarei io, non può mica mettermi in cassa integrazione. Ha ragione. Sì ha ragione da vendere, però boh…

Oggi non ci sono passato per niente a casa. Niente cam con Anna94. Maria finiva presto il turno. Le ho detto se le andava di prenderci un caffè. Mi ha risposto che sì, ma che prima era curiosa di vedere dove lavoravo. Ok volentieri, le ho detto io. Ho pure dato mezza giornata di permesso alla segretaria. Quando Maria è arrivata, il caffè ci è passato subito di mente. La scrivania era un po’ scomoda, ma neanche più di tanto.

Ora sto aspettando Pino. Nell’attesa ho acceso la radio. Però non ho trovato i Rammstein, solo un pezzo di Diodato. Quello che ha vinto Sanremo. Sulla scrivania è rimasto il coltello del prosciutto che mi ha portato Maria. Spero di non sporcarmi troppo il vestito quando arriverà Pino, se no da Mondi poi mi faranno domande.

Stasera non mi va la birra. Prenderò un succo d’ananas.

 

[La foto del titolo è di Stefano Corso ed è stata diffusa con licenza creative commons su Flickr.com]

 

08-06-2020 | © Riproduzione riservata

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