Capitale liquida

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Nei primi giorni seguiti allo scoppio della pandemia, era diventato virale, sul web, un video in cui dei presunti camorristi si incontravano segretamente, per dare avvio a un nuovo grande business: niente più droga, né contrabbando, né traffico di armi o di rifiuti, bensì “spaccio” di Amuchina, un’attività ritenuta molto più redditizia in tempi di coronavirus.

Al di là delle intenzioni esplicitamente ironiche del video, quel breve sketch riusciva a cogliere, prima e meglio di tante serie analisi, alcuni aspetti, sicuramente inquietanti, ma innegabilmente presenti quasi sempre nelle organizzazioni mafiose: l’intuito imprenditoriale, la capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti, il fiuto per gli affari e anche una certa dose di “resilienza”, parola oggi di moda, ovvero il saper trasformare ogni apparente problema in opportunità.

Tutte queste qualità, unite alla violenta spregiudicatezza (una spregiudicatezza fatta spesso di omicidi, di corruzione, d’intimidazioni fisiche e psicologiche) con cui ogni mafia sa “superare” con rapidità le lungaggini della burocrazia, le contraddizioni delle normative, le incongruenze delle diverse decisioni politiche, hanno fatto sì che, ormai da decenni, si senta parlare di mafia (o meglio di mafie, visto che non si tratta di una struttura univoca, ma di diverse organizzazioni, spesso in competizione fra loro, pur condividendo le stesse metodologie operative) come della “maggiore azienda italiana”.

Foto di Piotr Bronkalla diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

E’ una “azienda” che – forse unica, al momento, in Italia – ha accumulato capitali tali da poter immettere rapidamente una forte liquidità sul mercato, anche in assenza dei tanto discussi possibili nuovi accordi europei sul Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes, il cosiddetto Salvastati) o sui Coronabond, dei finanziamenti statali, dei prestiti internazionali, delle mosse della Banca Centrale Europea, che in questi giorni monopolizzano le cronache e il dibattito politico.

Lo strozzinaggio, in fondo, è da sempre una delle più antiche e fiorenti attività di tutte le organizzazioni criminali. Prestare denaro alle persone e alle aziende in difficoltà, anche in assenza di quelle garanzie richieste dalle banche per fornire liquidità, è stato, è e sarà, il modo migliore per ogni gruppo mafioso di assicurarsi una fonte di reddito ulteriore e potenzialmente infinita, oltre che nuovi “collaboratori”, “sodali” e “alleati” fra i soggetti che di quel denaro usufruiscono.

Roma, se escludiamo il comparto dei servizi pubblici, è una “metropoli a gestione familiare”, tutta fatta di aziende medio piccole, che si occupano soprattutto di commercio al dettaglio, di turismo, d’intrattenimento, di ristorazione, cioè proprio di quei comparti più fortemente colpiti dal lockdown e spesso privi di seri ammortizzatori sociali. Perciò bisognosi di un forte e immediato aiuto economico

È evidentissimo che la crisi economica, legata alla pandemia, ha ora ampliato in modo esponenziale il numero di persone e di strutture aziendali in sofferenza e dunque interessate a ricevere prestiti. E’ anche evidente che, se fino a ieri associavamo la parola “mafia” al sud Italia – dalla Sicilia, alla Calabria, alla Puglia, fino ad arrivare a Napoli – è oggi Roma il principale mercato potenziale su cui le mafie possono puntare con maggiore ritorno economico e maggiore garanzia. Le motivazioni di ciò sono triplici.

Foto di Michael Mol diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Al primo punto c’è la struttura economica della Capitale, una città dove non sono presenti le grandi aziende nazionali e internazionali di cui è invece ricco quello che un tempo veniva chiamato il “triangolo industriale” (Lombardia, Piemonte, Liguria, a cui è possibile oggi aggiungere anche il Veneto e l’Emilia), grandi aziende che per la loro natura possono riuscire ad ottenere un sostegno statale, o finanziamenti internazionali, anche in periodi di crisi.

Roma, se escludiamo il comparto dei servizi pubblici, è una “metropoli a gestione familiare”, tutta fatta di aziende medio piccole, che si occupano soprattutto di commercio al dettaglio, di turismo, d’intrattenimento, di ristorazione, cioè proprio di quei comparti più fortemente colpiti dal lockdown e spesso privi di seri ammortizzatori sociali. Perciò bisognosi di un forte e immediato aiuto economico.

Il secondo punto è costituito dalla struttura urbanistica della città.
Roma ha una superficie in chilometri quadrati che è dieci volte quella di Parigi. Lo sviluppo degli ultimi decenni, ne ha praticamente svuotato di abitanti il centro storico, trasferendo gran parte della popolazione in estese periferie, dislocate a macchia di leopardo sul territorio, spesso prive di servizi e di collegamenti.
La filosofia delle cosiddette “centralità urbane”, cioè quei nuovi quartieri periferici costruiti attorno a grandi centri commerciali – di cui Porta di Roma è l’esempio più noto, anche se non l’unico – ha ulteriormente accentuato questo processo.

Ma le nuove esigenze di “distanziamento sociale”, che renderanno difficile l’utilizzo dei mezzi pubblici e probabilmente obbligatorio, almeno per i grandi uffici, l’utilizzo del cosiddetto “smart working”, rischiano ora di isolare i singoli quartieri, di renderli degli “atomi sparsi” e privi di coesione, tante piccole “cittadelle” non comunicanti fra loro, o peggio, tante piccole “Scampia” (il malfamato quartiere campano, diventato quasi sinonimo di “camorra”), chiuse in loro stesse, dove il controllo del territorio da parte di “boss”, di “ras del quartiere”, di organizzazioni malavitose, sarà dunque più semplice ed efficace.

Il terzo punto è legato ai palazzi del potere.
Controllare Roma, dato il suo ruolo di capitale d’Italia, di sede del governo, di centro della politica nazionale, vuol dire controllare e guidare l’Italia, un obiettivo che già da solo sarebbe sufficiente per spingere tutte le organizzazioni mafiose a puntare decisamente ogni energia disponibile verso la “conquista” della città eterna.

Foto di Jesus Perez Pacheco diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

C’è anche un quarto punto, questo però non specifico della nostra città.
Con la chiusura dei teatri, dei cinema, dei musei, ma anche dei centri sportivi, delle palestre, delle attività parrocchiali, dei centri sociali, delle attività associative e aggregative, di ogni genere, sono venuti meno anche molti di quei luoghi che, da sempre, hanno avuto il ruolo di “centri di cura e di prevenzione” nei confronti delle “sirene” della mafia.

Conosciamo tutti le storie di tanti parroci o di semplici cittadini che, attraverso la creazione di una qualche forma di associazione, oppure grazie all’apertura di una biblioteca di quartiere, di una scuola di musica o di teatro, sono riusciti a togliere tanti giovani dal rischio della droga o dall’affiliazione a organizzazioni criminali. Ecco, al momento, e chissà per quanto tempo, questi “anticorpi sociali” non ci sono più, impossibilitati ad operare.

È di alcune settimane fa la nota, stilata prima dalle forze di polizia e dal Ministero dell’Interno che ammoniva il governo e le istituzioni sul gravissimo rischio di forti infiltrazioni mafiose a seguito della crisi post-Covid.

Con la chiusura dei teatri, dei cinema, dei musei, ma anche dei centri sportivi, delle palestre, delle attività parrocchiali, dei centri sociali, delle attività associative e aggregative, di ogni genere, sono venuti meno anche molti di quei luoghi che, da sempre, hanno avuto il ruolo di “centri di cura e di prevenzione” nei confronti delle “sirene” della mafia

Per qualche giorno la notizia entrò prepotentemente nel dibattito pubblico. Alcune forze politiche lanciarono la proposta, data quasi per imminente nella sua realizzazione, di fornire a tutti un “reddito di emergenza”, che avrebbe permesso di immettere subito liquidità tramite lo Stato, impedendo così che a farlo per prime fossero le mafie. Si trovò persino una efficace sigla giornalistica: REM. Ma il dibattito in proposito è sparito prestissimo dalle prime pagine, senza che alcun provvedimento in tal senso fosse mai comparso in nessuna gazzetta ufficiale.

Ci si è limitati ad alcune misure tampone, quelle di cui possono ora beneficiare solo alcuni lavoratori e solo per un periodo circoscritto, come la cassa integrazione, o come i tanto chiacchierati 600 euro che tanti problemi hanno causato al sito dell’Inps. Seicento euro destinati ad alcune partite iva, ma che lasciano fuori una fetta “poco nobile”, ma al tempo stesso molto concreta e molto diffusa del tessuto economico romano, soprattutto delle sue periferie: il lavoratori in nero, quelli “atipici”, quelli stagionali.

Foto di Deutsche Bundesbank diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Chi fornirà liquidità a queste persone, in mancanza di ulteriori interventi? La risposta appare quasi scontata. Certo, ci sono le banche, quelle che lo stato garantisce in caso di prestiti, grazie ad un altro provvedimento preso per far fronte all’emergenza. Alcuni romani si rivolgeranno certamente a loro, agli istituti di credito, seguendo la “retta via”. Lo faranno anche quei romani che potranno riceverne molti soldi in più e in modo più semplice e rapido, magari da un conoscente, o da un vicino di casa? “Poi me li ridai, tranquillo… ma te pare che io… tu pe’ me sei più che n’amico, sei ‘n fratello…”.

Nel 1999 Zygmunt Bauman coniò l’espressione di “società liquida” per definire la società contemporanea. La pandemia ha reso quell’espressione enormemente attuale, anche se con un senso molto diverso da quello originario. La società post-Covid rischia infatti di essere una società dove chi avrà disponibilità di “liquido” e potrà immetterlo e distribuirlo con rapidità, avrà in pugno il mondo. A livello politico ed economico è un’opportunità che ha in mano la grande finanza internazionale. Ma a livello quotidiano, concreto, cittadino, l’unica “società liquida”, capace davvero di rispondere in tempi brevi ed efficaci alle nuove esigenze, resta, al momento, proprio la mafia.

[La foto del titolo è di Kiki99 ed è stata diffusa su Flickr.com con licenza creative commons]

23-04-2020 | © Riproduzione riservata

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