In nome del Popolo Romano

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Roma festeggia il suo compleanno. Si apre dunque un nuovo anno “Ab Urbe Condita” (“dalla fondazione della città”), come lo avrebbero definito i nostri antenati, che contavano il tempo sulla base di quel racconto leggendario, conosciuto attraverso gli scritti di Marco Terenzio Varrone, che fissa la nascita di Roma al 21 aprile del 753 a.C. per mano di Romolo.

Sono dunque 2773 gli anni ufficiali di vita della “città eterna”, durante i quali Roma ha conosciuto ombre e luci, splendori e saccheggi, momenti di gloria e lutti, periodi di abbandono e di grande sviluppo. Impossibile raccontarli tutti o farne anche un semplice sunto. Perciò, quale “regalo di compleanno” per la città, abbiamo deciso di soffermarci su un singolo episodio della sua storia, in grado però di racchiudere in sé le tante contraddizioni e le tante meraviglie di cui l’Urbe è capace.

La scelta è caduta su uno dei momenti più alti del nostro Risorgimento, quello della cosiddetta Repubblica Romana, un periodo in cui la città fu all’avanguardia in Europa sul piano del pensiero e dell’azione politica e che ci ha lasciato, fra le tante eredità, anche quel “Canto degli italiani” che in quei giorni funse da inno per il popolo capitolino.
Un brano scritto da un giovane patriota, Goffredo Mameli, morto proprio per difendere Roma, che ancora oggi cantiamo con orgoglio con il nuovo titolo di “Fratelli d’Italia”.

 

PARTE PRIMA: LA STORIA.
CRONACA DI UNA RIVOLUZIONE

Quella della Repubblica Romana è davvero una vicenda avvincente e avventurosa, nobile e al tempo stesso drammatica, molto ben narrata anche da un recente documentario di Rai Storia.  Una vicenda che cerchiamo ora, rapidamente, di ripercorrere.

Succede un Quarantotto

È il 1846, quando viene eletto al soglio pontificio colui che il Belli definisce er Papa pacioccone, vuoi per il suo aspetto, vuoi per la sua politica, che appare decisamente aperta e popolare. Quel “pacioccone” è Giovanni Maria Mastai Ferretti, che il 16 giugno assume la carica con il nome di Pio IX. La sua elezione suscita subito grandi aspettative fra i giovani e le classi medie, non solo romane: il Papa avvia infatti una serie di riforme liberali e, nel 1848, allo scoppio della prima guerra d’Indipendenza contro l’Austria, arriva persino a mandare un suo contingente di truppe per dare man forte ai piemontesi.

“Viva Pio Nono!” si sente gridare un po’ ovunque nella penisola. C’è già chi parla di lui come del futuro capo di una “federazione italiana”, quella che dovrà riunificare i vari stati dello Stivale. Fra i suoi estimatori c’è anche Giuseppe Mazzini che, nonostante il suo animo repubblicano e anticlericale, decide a sorpresa di inviare una lettera al pontefice, mettendosi a sua completa disposizione per una stretta collaborazione, al fine di farne la guida della nuova Italia.

Intanto, però, il clima iniziale “ecumenico, riformista, solidale”, nel quale Pio IX aveva mosso i suoi primi passi politici, si è trasformato improvvisamente in un impeto violento che sta scuotendo l’Europa. Dalla Francia alla Germania, dalla Polonia all’Austria e poi in Italia, a Milano, a Venezia, in Sicilia, in Toscana, un po’ ovunque sono scoppiati tumulti popolari che sfociano in vere e proprie rivoluzioni. A questo si aggiunge una sempre più aperta ostilità di parte della Curia romana, molto contraria alle riforme di Papa Mastai e alla sua scelta di muoversi in armi contro la “cattolicissima” Austria.

A partire da questo momento, il “Papa pacioccone” comincia dunque una rapida e inattesa marcia indietro. Il 29 aprile del 1848 chiede alle sue truppe di fermarsi: “Ai nostri soldati mandati al confine pontificio raccomandammo soltanto di difendere l’integrità e la sicurezza dello Stato della Chiesa. Ma se a quel punto alcuni desideravano che noi, assieme con altri popoli e principi d’Italia, prendessimo parte alla guerra contro gli Austriaci, ciò è lontano dalle Nostre intenzioni e consigli”.

Di fronte alle pressioni che arrivano dall’uno e dall’altro schieramento, la politica del Papa si fa sempre più “cerchiobottista” e confusa. Il primo maggio Pio IX così proclama: “Noi siamo alieni dal dichiarare una guerra, ma nel tempo stesso Ci protestiamo incapaci di frenare l’ardore di quella parte di sudditi che sono animati dallo stesso spirito di nazionalità degli altri Italiani”. Un colpo al cerchio di chi non vuole il papato schierato contro l’Austria, ma contemporaneamente uno alla botte delle istanze risorgimentali, lasciate libere di organizzare truppe di volontari.

In questa confusione, dopo varie dimissioni di ministri e primi ministri, si arriva nel settembre del 1848 ad eleggere, quale capo del governo pontificio, il più “assoluto” dei cerchiobottisti: tale Pellegrino Rossi, malvisto dai conservatori perché considerato troppo democratico e malvisto dai democratici perché considerato troppo conservatore. La scelta migliore per scontentare tutti e isolare politicamente il nuovo primo ministro.

Ciceruacchio: il “fan”
che fa fuggire il Papa

Tra i “democratici” romani, aveva intanto acquisito una grande notorietà un certo Angelo Brunetti, uomo del popolo, o per meglio dire della piccola borghesia romana, titolare di una taverna nei pressi di Porta del Popolo, noto col soprannome di Ciceruacchio. In un primo momento Brunetti aveva tanto apprezzato l’operato del Papa, da girare sempre con indosso una giacca rossa con su ricamate le scritte “Viva Pio IX” (un cimelio custodito oggi nel museo del Risorgimento, al Vittoriano). Ma proprio per questo la sua delusione è ancora maggiore quando il Papa comincia a cambiare politica.

Il monumento a Ciceruacchio al Gianicolo. Foto da Wikipedia

Anche se non vi sono prove certe, pare che sia proprio Angelo Brunetti che decide di organizzare ed aizzare la folla che il 16 novembre 1848 circonda la carrozza del primo ministro romano, mentre questi si reca in parlamento. Nella calca che ne segue, qualcuno (a detta di alcuni testimoni a compiere il gesto è il figlio di Ciceruacchio, Luigi Brunetti) tira fuori un coltello, pugnalando a morte Pellegrino Rossi.

La mattina dopo, Ciceruacchio è a capo di una folla che sale minacciosa al Quirinale (a quell’epoca residenza del Papa) per chiedere “un ministro democratico, la costituente italiana e la guerra all’Austria”. Pio IX si rende conto che la situazione gli sta sfuggendo totalmente di mano. Formalmente dichiara di volere accogliere le richieste popolari, ma contemporaneamente pensa già ad organizzare la sua fuga da Roma, grazie anche ai consigli della contessa Spaur, moglie dell’ambasciatore di Baviera.

La fuga avviene la sera del 24 novembre. Proprio come aveva fatto nel secolo precedente il re di Francia Luigi XVI, che in vesti borghesi era scappato su una carrozza verso Varennes, proprio come avrebbe fatto cento anni dopo Mussolini nei panni di un soldato tedesco, il Papa pensa di travestirsi e, indossato un abito da prete, decide di scappare all’estero.
La sua fuga ha più successo di quella del predecessore francese e del successore romagnolo (entrambi scoperti e poi giustiziati) e si conclude a Gaeta, dove Pio IX viene accolto a braccia aperte dal re delle Due Sicilie, Ferdinando di Borbone.

A Roma si crea così un vuoto di potere. Sia i conservatori che i democratici sono presi di sorpresa dalla fuga. Una delegazione di nobili e di alti prelati prova a raggiungere il Papa per convincerlo a rientrare, ma viene sdegnosamente rimandata indietro. Dopo vari tentativi per trovare un accordo col Pontefice, tutti andati a vuoto, il 20 dicembre si giunge perciò a una decisione inattesa: si convocano elezioni a suffragio universale, aperte a chiunque abbia compiuto i 21 anni, per nominare un’assemblea costituente, che dovrà redigere una nuova costituzione e decidere una nuova forma dello stato. Sta per nascere la Repubblica Romana.

La sovranità è nel popolo

La reazione di Pio IX alla notizia delle elezioni è violentissima: “Un mostruoso atto di mascherata fellonia, illegale nella forma, empio nello scopo, abominevole per l’assurdità della sua origine”, scrive dal suo rifugio di Gaeta, comminando la scomunica non solo ai futuri membri dell’assemblea, ma anche a tutti coloro che si sarebbero semplicemente recati a votare, o avrebbero in qualsiasi forma agevolato quelle elezioni.

Ma la scelta del Papa si rivela un boomerang. Se da un lato i sudditi a lui più fedeli seguono le direttive papali, dall’altro oltre 250mila cittadini si recano comunque alle urne, decretando così una vittoria schiacciante delle forze più progressiste, avendo i conservatori lasciato campo libero, a seguito delle disposizioni del pontefice.

L’assemblea si riunisce per la prima volta il 4 febbraio del 1849 e cinque giorni dopo proclama ufficialmente decaduto il potere papale: “La forma del governo dello Stato Romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana”. Di questa assemblea fanno parte anche personalità che vengono da alte zone d’Italia, inclusi nomi destinati a diventare molto famosi e a cui saranno ben presto dedicate piazze, vie, monumenti, da Giuseppe Mazzini a Garibaldi.

La statua a Garibaldi al Gianicolo. Foto di Kajojak diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Soprattutto l’arrivo di Garibaldi suscita in città una forte eccitazione. Il futuro “eroe dei due mondi” è appena rientrato dal Sudamerica e fin dal suo abbigliamento (a partire dal famoso poncho) si presenta in modo piuttosto stravagante. Ha un carattere spiccio e molto diretto. Con lui arriva nell’Urbe anche una sorta di esotica “corte dei miracoli”, soldati italiani e stranieri che parlano mille lingue e mille dialetti, un possente compagno d’armi di colore, oltre a una donna di origine india, sua moglie, Ana Maria De Jesus Guerrero, la famosa Anita. Tutto sembra contribuire a creare, attorno alla sua figura, un misto di ammirazione e di leggenda.

I primi atti del governo repubblicano hanno davvero un sapore rivoluzionario: la nuova repubblica abolisce la pena di morte e poi ancora abolisce il Santo Uffizio e la censura sulla stampa; i vessilli e le insegne papali vengono ammainate, sostituite dalla nuova bandiera ufficiale, quel tricolore bianco, rosso e verde, nato durante le repubbliche giacobine e che è ancora oggi il nostro simbolo. “La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il po­polo, dello Stato romano è costituito in Repubblica democratica. Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli dì nobiltà né pri­vilegi di nascita o casta” stabilirà in seguito la modernissima costituzione che verrà promulgata.
Intanto, però, la questione romana è diventata un affaire internazionale, un problema determinante per l’ordine mondiale, rispetto al quale le potenze cattoliche, invocate in aiuto dal Papa, non restano più solo a guardare.

Il “tradimento” della Francia

Dal suo esilio di Gaeta, Pio IX sta infatti intrecciando una fitta trama per poter presto ritornare alla guida di Roma. Il suo primo atto è quella che oggi potremmo definire un’efficace “campagna di fake news”. Attraverso la rete di parrocchie sparse ovunque in Europa, cominciano a girare strane voci su presunti “presagi apocalittici”, su apparizioni divine, su madonne piangenti per le tristi sorti della capitale della cristianità, finita in mano a degli scomunicati senza Dio. Contemporaneamente, i diplomatici papali chiamano a raccolta tutte le potenze straniere, chiedendo esplicitamente a Francia, Spagna, Austria e Regno delle Due Sicilie di intervenire in armi contro i repubblicani.

Se la risposta positiva all’accorato appello papale, sia da parte del re di Napoli Ferdinando di Borbone, così come da parte dell’imperatore d’Austria e del re di Spagna, appare piuttosto prevedibile, meno scontato è che anche la Francia possa correre a dare man forte al Papa.
A Parigi, infatti, c’è ora una repubblica, nata da una rivoluzione scoppiata nel 1848. È una repubblica guidata da un ex “carbonaro” ed ex “terrorista”, un uomo con alle spalle una condanna all’ergastolo per reati politici, già amico e collaboratore dei mazziniani, oltre che amante della nobile “patriota” italiana Marina Trivulzio di Belgioioso, nonché nipote del grande Napoleone: Luigi Bonaparte.

Tutto, dunque, lascerebbe prevedere che, in caso di scoppio di un conflitto internazionale, la Francia si schiererà convintamente a fianco della repubblica romana, di cui appare condividere sia il passato rivoluzionario che gli ideali. Chi pensa questo, però, non ha fatto i conti con le imminenti elezioni, quelle che Parigi ha indetto e che dovranno svolgersi Oltralpe di lì a qualche mese.
Luigi Bonaparte è in piena campagna elettorale e ha urgente bisogno, per vincere, anche dell’appoggio dei cattolici. Così, a sorpresa, fa votare l’assemblea parigina a favore dell’invio di una spedizione militare che abbia il compito di ristabilire l’ordine a Roma. Il destino della città eterna comincia ad essere segnato.

La Repubblica Romana, infatti, è a questo punto totalmente isolata sul piano internazionale, priva di alleati, destinata a scontrarsi contro tutte le più importanti potenze mondiali, senza poter contare nemmeno su un arsenale militare adeguato. L’unica sua forza sono le migliaia di volontari, ragazzi e patrioti, che intanto continuano ad accorrere da tutta Italia, per contribuire alla difesa della città.
Quello romano è però un esercito variopinto e un po’ sgangherato, composto dalle truppe ex papaline ora fedeli alla repubblica, da un piccolo distaccamento di bersaglieri, guidati da Luciano Manara, dai garibaldini, dai giovanissimi volontari, fra cui anche molti minorenni. Lo affianca una sezione femminile, con compiti di assistenza medica e logistica, organizzata e animata proprio dall’ex amica di Luigi Bonaparte, giunta in quei giorni a Roma: la principessa Marina Trivulzio di Belgioioso.

Mentre gli austriaci cominciano a scendere da nord, occupando la Romagna, l’Emilia, le Marche, Roma si prepara così a resistere all’arrivo dei francesi, che sbarcano a Civitavecchia il 24 aprile del 1849.

La battaglia del Gianicolo

La seconda parte del documentario di Rai Storia prima citato, così narra gli ultimi, decisivi momenti della vita della Repubblica.

Le truppe francesi arrivano nei pressi di Porta San Pancrazio, sul Gianicolo, cinque giorni dopo lo sbarco, il 29 di aprile. Mazzini e gli altri membri del governo repubblicano, ancora increduli per il tradimento di Bonaparte, nonostante restino speranzosi fino all’ultimo che la Francia possa cambiare idea, mandano a quel punto Garibaldi e i suoi a organizzare la difesa.

Porta San Pancrazio, da Wikipedia

Prima che si arrivi allo scontro, comincia per qualche ora una sorta di breve “guerra di propaganda”. Il comandante francese Nicolas Charles Oudinot prova a presentarsi ai romani non come un invasore, proclamando di essere lì al solo scopo di preservare la pace, l’ordine e il benessere del popolo. In altre parole, cerca di dipingere le proprie truppe come una sorta di “caschi blu” ante litteram, arrivati a Roma non per ragioni belliche ma per una operazione di “peacekeeping” da accogliere benevolmente.

I romani, dal canto loro, affiggono, fuori le mura della città, il testo dell’articolo quinto della costituzione della repubblica francese: “la Francia rispetta le nazionalità straniere, non intraprende una guerra a fini di conquista e mai impiega le sue forze contro la libertà di alcun popolo”, per ricordare a quei soldati che stanno violando la propria costituzione e i propri ideali, intonando poi il canto della marsigliese, per cercare di generare in loro un moto di “fratellanza rivoluzionaria e repubblicana”.

Sono però dei tentativi velleitari, che non sortiscono effetto da nessuna delle due parti. La mattina del 30 aprile le truppe di Oudinot aprono il fuoco, certe di non trovare alcuna efficace resistenza. Oudinot non ha però fatto i conti con l’abilità strategica di Garibaldi. L’assalto fallisce. Le perdite francesi sono di oltre 500 uomini, contro i soli 50 morti garibaldini. I transalpini sono perciò costretti a ritirarsi in modo piuttosto precipitoso, mentre altri 300 fra loro vengono fatti prigionieri e portati dentro Roma.

È a questo punto che scoppia un inatteso e forse decisivo dissidio fra Garibaldi che, esaltato per il successo, chiede l’invio di rinforzi per inseguire i francesi in ritirata, aggredirli e sconfiggerli in modo definitivo, contro un Mazzini recalcitrante, nonostante tutto ancora certo che la questione potrà risolversi per via diplomatica, senza ulteriore spargimento di sangue. Sarà quest’ultimo a prevalere. I rinforzi vengono perciò negati, si stabilisce una tregua e si apre un tavolo di trattativa con la Francia.

Questo scontro fra Mazzini e Garibaldi è anche l’emblema di due opposte visioni filosofiche. Da una parte il pragmatico Garibaldi, convinto che si debba procedere per vie spicce, senza troppa diplomazia, con le armi in pugno e anche con una certa dose di “spietatezza”. Dall’altra l’idealista Mazzini, fermamente convinto nella forza del pensiero, del dialogo, delle ideologie e, in fondo, della lealtà e dei buoni sentimenti che sono nel fondo di ogni uomo.

Tanto convinto da spingersi ben oltre e da far liberare, una settimana dopo, i trecento prigionieri catturati il 30 aprile: “considerato che fra il popolo francese e Roma non vi è né può esservi uno stato di guerra”. Quei soldati sono adesso liberi di ricongiungersi alle truppe di Oudinot in ritirata. Mazzini crede forse in questo modo, grazie anche a quei prigionieri liberati e trattati con ogni riguardo durante la breve prigionia, di convincere il resto dell’esercito francese e la Francia tutta, a recedere dai propri propositi e ad allontanarsi da Roma. Una decisione nobile e di altissimo valore morale, quella di Mazzini, ma che si rivelerà fatale.

La statua di Giuseppe Mazzini al Gianicolo. Foto della Penn State University Library diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Il bombardamento di Roma

Di fronte a un gesto tanto clamoroso, il presidente francese Bonaparte non può restare del tutto insensibile e, almeno formalmente, decide di mandare un suo ambasciatore a Roma per avviare delle trattative. Intanto, da sud, stanno avanzando le truppe dei Borboni, mentre anche gli spagnoli sono arrivati ai confini del Lazio. È ancora Garibaldi, insieme agli altri soldati della repubblica, a stoppare l’avanzata borbonica in Ciociaria. Ma la Repubblica Romana è comunque accerchiata da più parti e, per riuscire a rintuzzare tutti gli attacchi, il suo esercito comincia ad indebolirsi.

Il 31 maggio la politica diplomatica di Mazzini sembra però avere un insperato e clamoroso successo. L’ambasciatore francese Fernand De Lesseps (il futuro costruttore del Canale di Suez), inviato da Bonaparte, firma, insieme a Mazzini e agli altri “triumviri” della Repubblica Romana, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, un accordo, in cui non solo la Francia dichiara di non voler più attaccare Roma, ma in cui addirittura si prospetta un’alleanza, grazie alla quale i francesi garantiscono persino di collaborare alla difesa dei confini della Repubblica Romana dall’invasione degli altri eserciti stranieri.

Manca però la firma definitiva del governo francese e De Lesseps parte per Parigi per farsi ratificare l’accordo. Quello che De Lesseps ancora non sa è che, segretamente, il generale Oudinot, proprio da Parigi, dove nel frattempo si sono svolte le elezioni con la vittoria delle forze conservatrici e filo-papali, ha ricevuto da Bonaparte delle indicazioni molto diverse: rompere la tregua e attaccare Roma. Le sue truppe lo faranno all’improvviso, nella notte fra il 2 e il 3 giugno, ancora una volta puntando verso il Gianicolo, cogliendo i romani del tutto impreparati.

Grazie all’effetto sorpresa, i francesi riescono ad occupare Villa Corsini, posta in posizione dominante su un’altura, facendo subito 300 prigionieri fra gli italiani. A sera le perdite romane superano i 700 uomini, mentre i francesi, dall’alto della collina, cominciano a bombardare la città. Il bombardamento continuerà per un mese, distruggendo case e palazzi di Roma e costringendo buona parte degli abitanti di Trastevere (il quartiere più vicino al Gianicolo in linea d’aria) a sfollare.

L’assedio di Roma, dipinto di Melchiorre Fontana

In un clima quasi surreale, sotto il bombardamento francese, Mazzini e i repubblicani continuano però, come se nulla fosse, a discutere sulle leggi e sugli articoli della nuova costituzione della repubblica da approvare, aggiungere, modificare. Il 3 luglio 1849, mentre i francesi sfondano le ultime difese e già si discutono le condizioni della resa, contemporaneamente, da un balcone del Campidoglio, si promulga, con un gesto tanto plateale quanto ormai solo simbolico, la nuova costituzione romana.

La fuga, la fine

Il 4 luglio 1849 i francesi entrano da vincitori in città. La breve storia della repubblica romana è finita. Garibaldi è fuggito qualche giorno prima, trascinando con sé alcune migliaia di uomini, fra cui anche Ciceruacchio. Spera di portare il suo aiuto a Venezia, che in quel momento ancora resiste agli austriaci, ma non riuscirà nel suo intento. Continuamente braccati, durante il lungo tragitto, i garibaldini finiscono infatti per disperdersi. Ciceruacchio, come molti altri, viene scoperto, arrestato e fucilato. La morte più inattesa e dolorosa è forse quella di Anita, colta da malaria nei pressi di Ravenna, mentre è incinta di sei mesi. Mazzini, intanto, con una condanna a morte sulla testa, ha trovato riparo a Ginevra.

Il Papa attende però fino al 12 aprile 1850 per rientrare a Roma e riprenderne fino in fondo possesso. Il timore di proteste e di contestazioni lo tiene prudentemente lontano per quasi un anno, nell’attesa che una commissione di tre cardinali, da lui nominati, porti a compimento il “lavoro sporco” di ripristinare l’antico ordine in città. La costituzione viene annullata, la pena di morte riportata in vigore, così come l’obbligo per gli ebrei di risiedere nel ghetto. Persino le timide riforme che il Papa stesso aveva attuato nei primi anni di pontificato, finiscono per essere cancellate.
Al momento del suo ritorno a Roma, dunque, di quel “Papa pacioccone” cantato dal Belli non vi è più nessuna traccia; resta solo un arcigno, vendicativo e rancoroso “Papa Re”.

PARTE SECONDA: IL CINEMA
IN NOME DEL POPOLO SOVRANO

Una vicenda tanto avventurosa e drammatica come quella della repubblica Romana, non poteva non trovare spazio anche nei racconti cinematografici. A narrarla sul grande schermo è stato Luigi Magni, autore di una trilogia sulla Roma risorgimentale, iniziata nel 1969 con la realizzazione di “Nell’anno del Signore”, proseguita nel 1977 con “In nome del Papa Re”, per concludersi nel 1990 con “In nome del popolo sovrano”.

A quest’ultima pellicola ha partecipato un cast di altissimo livello: da Alberto Sordi, a Nino Manfredi – nelle vesti di Ciceruacchio – oltre a Luca Barbareschi, Carlo Croccolo, Serena Grandi, Elena Sofia Ricci, Luigi De Filippo, Roberto Herlitzka, Jacques Perrin.

Il film intreccia le vicende storiche della Repubblica Romana, con quelle private della famiglia Arquati, una nobile famiglia romana, il cui rampollo Eufemio, interpretato da Massimo Wertmuller, finirà per tradire l’antica fedeltà al Papa del casato e per sposare gli ideali risorgimentali.
Wertmuller, una laurea in storia nel suo curriculum, a distanza di trent’anni dalla realizzazione dell’opera, è rimasto legatissimo a quel personaggio, tanto che, sui suoi profili social, ha continuato a lungo a presentarsi ritratto proprio nelle vesti del Marchesino Eufemio.
Abbiamo contattato l’attore, per porgergli alcune domande sul suo legame sia professionale che affettivo con la Repubblica Romana.

Massimo, come mai, dei tanti ruoli da te interpretati durante la tua carriera, quello di Eufemio Arquati, ancora dopo trent’anni, sembra essere rimasto quello preferito, sia da te che da gran parte del tuo pubblico?
È uno dei personaggi migliori che mi abbiano mai offerto, proprio come disegno narrativo. Luigi Magni, a scrivere i personaggi, a scrivere i copioni, a scrivere le battute era un grandissimo, diciamo uno dei più grandi. Per me è stato importante, anche perché questa pagina di storia è coincisa con la mia laurea in Storia, sì proprio in Storia, ottenuta dopo aver incontrato Luigi e che deve molto anche a lui. Con Eufemio Arquati, “er piccoletto” come lo chiamo io, ho poi vissuto un momento di successo talmente forte, che forse all’epoca non ho saputo nemmeno godere e che forse dopo non avrei ricevuto più, nemmeno quando, successivamente, ho girato “la Squadra”, nonostante il successo di quella fiction. In Eufemio Arquati c’è stata un’unione, quasi magica, di qualità del personaggio e di riconoscimento esterno.

Massimo Wertmuller in una foto di scena

La figura di Eufemio Arquati, prima timido ragazzo papalino, poi baldanzoso eroe risorgimentale, non trovi sia piuttosto emblematica dello spirito romano e nazionale, che, quasi come un motore diesel, ha bisogno di tempo per prendere coscienza, ma è poi capace anche di grandi atti di coraggio e di generosità?
Il romano sembra sempre venire da un “disincanto”, ma poi, al momento in cui viene obbligato ad occuparsi con passione o con preoccupazione di qualcosa, lo vedi agire. Non ci scordiamo che il romano, comunque sia, si sente interiormente “papalino” e questo fatto di essere sotto “l’ombra del Cupolone”, nei secoli lo ha portato a pensare che ci sono sempre “altri” che agiscono per lui, come ad esempio il Papa, o in genere i potenti. A questo punto, è difficile smuoverlo dalla sua apatia. Nel caso poi specifico del mio personaggio, che è bellissimo proprio per questo arco narrativo di cui hai parlato tu, un percorso che va dall’ignavia alla partecipazione, il suo blocco iniziale è dato anche dal padre, interpretato da Alberto Sordi, che lo tiene sotto il maglio di una educazione e di una visione politica diversa da quella che era giusto abbracciare. In quel momento, infatti, non era certo giusto abbracciare i francesi, chiamati dalla Chiesa stessa per sparare contro i romani, quindi contro i propri fratelli, i propri figli.

Non solo il marchesino Arquati; il tuo legame con quel periodo storico è certificato anche da un video che è presente proprio all’interno del museo della Repubblica Romana, a Porta San Pancrazio, nel quale interpreti i panni di Ciceruacchio. Raccontaci meglio di che si tratta.
All’interno di quel museo c’è una sorta di quadro animato, un video, in cui, nei panni appunto di Ciceruacchio, racconto ai visitatori le vicende di quei giorni. Sono stato chiamato a girare quel video ed è una delle cose più belle e importanti che rimangono di me, a “eterna memoria” (e mentre dico questo faccio tutte le scaramanzie del caso, eh). Perché quello rimarrà, rimarrà in un contesto a me caro come quello della Repubblica Romana, con un personaggio a me caro come quello di Ciceruacchio, a parlare di una Roma a me cara come quella di quei giorni. Io, in quei panni, mi sento un po’ “a casa mia”. E poi è bellissimo raccontare le cose in quel modo, è bellissima l’idea.
Ringrazierò sempre chi mi ha permesso di stare lì, Leonardo Petrillo, realizzando quel video. Trovo anche che il museo, quello della Repubblica Romana, che è un museo nuovo, giovane, sia un museo da andare a vedere assolutamente, con un figliolo, con un nipote, quando questo virus ce lo permetterà. Perché lì si vede tutto di quei momenti, con una ricostruzione adeguata e molto ben fatta, che ti permette di entrare fino in fondo in un mondo che i giovanissimi di oggi non conoscono più. Un mondo che ricorda, invece, come i giovanissimi di allora fossero pronti a morire per l’embrione di un’idea diversa di “comunità”.

Qual è, a tuo avviso, il messaggio ancora attuale lasciato a tutti noi dai protagonisti di quei giorni drammatici del 1849?
Lo accennavo prima. Il messaggio importante di quella pagina di storia è che, avendo all’epoca un nemico da abbattere e avendolo vissuto attraverso uno spargimento di sangue… e un nemico c’è spesso eh, oggi, ad esempio, abbiamo la pandemia, che è pur sempre un nemico… dicevo, pur nell’augurio di non avere mai bisogno di un “nemico” per accorgerci di questo, è brutto quel mondo e quella gioventù che non ha più passione, che non ha un sogno appassionato da inseguire.
Pochi giorni fa è scomparso, purtroppo, Luis Sepulveda. Lui aveva scritto quanto fosse importante “il sogno” nella vita. E quello di Sepulveda era anche un sogno politico. Oggi, in tempi post-ideologici, mentre qualcuno dice che una società senza ideologie sia migliore e dove, al contrario, a me sembra di vedere una società che è una “pappa” tutta uguale, con una politica da “selfie”, in cui chi grida di più viene ascoltato di più, in cui tutto è uguale al contrario di tutto, ecco, forse l’epoca delle ideologie – e i giorni della Repubblica Romana erano giorni di grandi ideologie e ideali – comunque regalava degli spazi dove riconoscevi la persona, dove sapevi con chi parlavi e dove l’idea ti guidava nei comportamenti. Ora non è più così. Forse i giovanissimi stanno perdendo questo: la capacità di appassionarsi, di andare dietro a un’idea, senza però per questo doverci morire, come fece invece Mameli, a soli ventitré anni. Ventitré anni, eh! Era giovanissimo, aveva una vita davanti!
Se vai nel museo della Repubblica Romana, puoi vedere la camicia ancora insanguinata di un giovane garibaldino e poi una lapide, scritta in quei giorni da alcuni ragazzi, in cui dicevano di essere pronti a morire per le loro idee. Ecco, senza arrivare a sperare di morire, avere un’idea dietro cui sognare resterà sempre importante.

19-04-2020 | © Riproduzione riservata

1 Comment

  1. La Repubblica Romana, che amarezza, ancora oggi ci ripenso e forse poteva nascere uno Stato moderno, così non è stato, ci avrebbe risparmiato la monarchia dei Savoia e il fascismo, che peccato.
    Il film di Magni è bellissimo, grande Massimo, ricordo bene Sordi sfogarsi contro l’anima della città, una volta capito. Da napoletano ricordo con affezione il piccolo ruolo di De Filippo, grazie Luigi, grazie Massimo .

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