Il gregge che manca

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Ci chiediamo, giustamente, quali saranno le conseguenze economiche del coronavirus per Roma (qui trovate un nostro articolo), e quali problemi ci troveremo ad affrontare. Certamente non è una situazione facile che richiederà dei cambiamenti, come è ovvio prevedere. Ci sfugge tuttavia, almeno credo, che il presupposto per modificare qualsiasi situazione, passa per l’assunzione da parte di gran parte della collettività di un atteggiamento differente.
Senza un cambiamento psicologico tutto resterà uguale e tale, con in più lo scenario post-coronavirus.

In questi giorni in cui siamo costretti in casa, non pochi hanno cercato di evidenziare i risvolti positivi di questo stato di costrizione. Il rimanere fermi, l’interrompere la routine quotidiana, il sospendere, in qualche modo, quella gigantesca macchina produttiva di cui siamo parte, per riscoprire quanto abbiamo sotto gli occhi che la nostra fretta cancella.
Anche la mancanza degli abbracci o di un contatto, secondo alcuni, potrebbe far nascere un desiderio nuovo, l’esigenza di riscoprire una profondità che spesso cancelliamo dalla nostra vita sociale.

Foto di André Cortes diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Da più parti si denuncia lo sfilacciamento sempre maggiore dei legami, sempre in nome di una presunta libertà individuale. Questa epidemia, nei limiti casalinghi imposti dalle cautele sanitarie, ci ricorda che questo nostro essere liberi si fonda al contrario sui legami, che noi siamo sempre in relazione ad un altro.
In altri termini: il nostro essere liberi ha un collegamento diretto con quanti abbiamo intorno. Chiusi nelle nostre case ci accorgiamo, grazie al virus che ci unisce, più o meno consapevolmente della nostra fratellanza umana, anche – per esempio – nei cori dei balconi.

Questa comunità di specie, trova in alcuni anche una ulteriore considerazione in rapporto alla natura, di cui noi siamo parte. Insomma il sentirci parte di un organismo unico che ora vibra nel rischio di un oscuro virus potrebbe domani – chissà – spingerci a rivedere anche i nostri comportamenti nei confronti del resto del creato.
Può nascere da questa crisi una responsabilità organizzata capace di ridisegnare l’ordine della priorità e che soprattutto sappia tenere insieme il vicino di casa, il cinese di Wuhan, e i cambiamenti climatici? In modo più concreto: troveremo la strada per intraprendere un via ecologica per fuoriuscire alle diverse crisi che attanagliano la nostra città?

Ci ripetiamo che “andrà tutto bene”, lo speriamo. Forse gli ultimi versi di una poesia di Mariangela Gualtieri riassumono bene la condizione in cui siamo: A quella stretta / di un palmo col palmo di qualcuno / a quel semplice atto che ci è interdetto ora -/ noi torneremo con una comprensione dilatata. / Saremo qui, più attenti credo. Più delicata/ la nostra mano starà dentro il fare della vita. / Adesso lo sappiamo quanto è triste / stare lontani un metro.

Foto di André Cortes diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Non sappiamo dove ci condurrà il tempo prezioso che ci ha donato il coronavirus. Non sappiamo con certezza quali trasformazioni. Non sappiamo quali direzioni potrà prendere la fine di questa epidemia. Però sappiamo che possiamo influenzare questo cambiamento.
Molto dipenderà da ognuno di noi, da quale nuova consapevolezza emergerà all’indomani della fine delle restrizioni.
Sarà un processo lungo, in cui decisivo sarà – come spiegano gli epidemiologi per fermare la diffusione del virus – la cosiddetta “immunità di gregge”, questa volta però applicata alla maturata consapevolezza dei bisogni di gran parte della collettività romana.
E qui la lista dei problemi irrisolti di Roma si fa lunga, ma da qualche parte bisogna iniziare.

[La foto del titolo è di Gabriela Fab ed è stata diffusa su Flickr.com con licenza creative commons]

15-03-2020 | © Riproduzione riservata

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