Stefano Maccioni, parte civile

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“La parte civile in un processo è un po’ il terzo incomodo.  Non sei né il giudice né l’avvocato che difende un imputato. Difendere un imputato è molto più semplice, in fondo. Ci possono essere tremila ostacoli per evitare di arrivare a sentenza, e andare in prescrizione. Per la parte civile è il contrario: bisogna arrivare alla fine del processo presto e in maniera proficua, ovviamente con tutte le garanzie dell’imputato”.
Stefano Maccioni è toscano, e si sente. A Roma è sbarcato nel 1991, ma certi accenti non vanno via, ed è giusto così. Quest’anno compie 55 anni e festeggia 25 anni di carriera da avvocato: per la maggior parte, appunto, trascorsi a rappresentare le parti civili. Nel caso Cucchi, nel processo per Mafia Capitale, per la vicenda dello Stadio della Roma, per l’inquinamento elettromagnetico di Radio Vaticana, per l’attentato davanti a Montecitorio, nel 2013, per processi di responsabilità medica.
E il 26 febbraio c’è il processo in Corte d’Assise per l’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, ucciso a fine luglio a Prati, per una vicenda ancora poco chiara legata a un acquisto di droga da parte di due giovani statunitensi. L’avvocato rappresenta l’Associazione Vittime del Dovere, composta soprattutto da orfani e congiunti di magistrati, agenti, militari, pompieri, e chiederà di sedere tra le parti civili.

LE DATE

1965, nasce a Pieve a Nivole
1991, ufficiale presso la Corte d’Appello Militare di Roma
1995, apre il suo primo studio legale
1997, viene nominato avvocato d’ufficio di Karl Hass
1998, diventa responsabile Giustizia dell’MFD
2004, nasce il primo figlio
2010, fa riaprire il caso Pasolini
2011, Processo Cucchi

Maccioni, che incontro di mattina presto nel suo studio a San Giovanni, è famoso anche per aver fatto riaprire le indagini sul caso Pasolini – sul cui omicidio ha anche scritto un libro – pur se alla fine non si è arrivati a un nuovo processo.
Ma la prima volta che è finito sui giornali, è stato quando lo hanno nominato avvocato d’ufficio di un personaggio famigerato: l’ex maggiore tedesco delle SS Karl Hass, finito a processo con Erich Priebke per l’eccidio delle Fosse Ardeatine e insieme a lui condannato all’ergastolo nel 1998.

Torniamo però agli inizi. Stefano Maccioni nasce nel 1965 a Pieve a Nievole, un piccolo centro vicino a Montecatini Terme, provincia di Pistoia, da una famiglia di commercianti. Studia legge, per guadagnare qualcosa lavora in un banco al mercato tutti i sabati. Quando la laurea si avvicina, vorrebbe fare il servizio civile come obiettore di coscienza, presso la Misericordia, un’associazione di volontariato che si occupa soprattutto di assistenza sanitaria, che lui già frequenta da tempo. Ma uno dei volontari, un ex comandante di mercantili, gli consiglia di fare l’ufficiale di Marina: quindici mesi di servizio, ben pagati. 

Dopo tre mesi di corso a Livorno, Stefano finisce a Roma, nel ‘91, cancelliere alla Corte d’Appello militare. “Ma vista una nave”, racconta. Però, fresco di laurea, vede per la prima volta gli avvocati “dall’altra parte”, come funzionario: “serve, aiuta a capire i punti di vista”..
Ogni giorno, quando stacca dall’ufficio, va a fare pratica in uno studio legale. Ci rimane fino al ‘94, quando dà l’esame da avvocato. “Facevo anche l’autista e l’uomo di fiducia, alla fine”. Nel frattempo, da praticante, ha visto passare Tangentopoli e alcuni processi a persone coinvolte.

Nel 1995 apre il suo primo studio, in una stanza a Viale Liegi. “Mio padre mi finanziò per sei mesi: o riuscivo, o tornavo a Montecatini”, dice. Comincia a occuparsi di diritto penale militare, difende soldati accusati di diserzioni, allontanamenti illeciti, ma anche di truffa ai danni dello Stato.
È in quel periodo che incrocia per caso, nella sala d’attesa di un laboratorio d’analisi, il Movimento Federativo Democratico, quella che oggi si chiama Cittadinanzattiva. È un’associazione fondata da studenti universitari di provenienza cattolica nel 1978 (tra loro ci sono anche Agnese e Giovanni Moro, figli di Aldo Moro). L’MFD ha anche messo in piedi il Tribunale per i Diritti del Malato. E una volontaria del Tribunale intervista Maccioni, da utente, sulla qualità del servizio.

Nel 1997 l’avvocato contribuisce alla prima costituzione di parte civile dell’MFD in un processo per responsabilità medica. Nel 1998 diventa responsabile nazionale del settore “Giustizia per i Diritti” del Movimento. La rete dei legali del Movimento si amplia, solo a Roma sono in 20. L’MFD lancia le prime cause-pilota contro l’associazione delle assicurazioni e quella delle banche sulle cosiddette “clausole vessatorie”. Nel 2001 proclama la “Carta dei diritti del cittadino nella giustizia.
Nel 2004, l’anno in cui nasce il suo primo figlio – la seconda nascerà quattro anni più tardi – Maccioni lascia l’incarico, e pur continuando a collaborare con quella che è ormai divenuta Cittadinanzattiva, comincia a occuparsi sempre più spesso di parti civili.

Flashback. Parlavamo del caso Priebke. Nel 1997 Maccioni viene nominato d’ufficio avvocato di Hass dal Tribunale militare.
Da tempo nel mirino dei magistrati, l’uomo è sempre riuscito a sfuggire alle indagini sui crimini nazisti in Italia, pur venendo indicato come uno dei responsabili dell’eccidio di Roma e risiedendo per anni in Italia, anche sotto falso nome.
Ma nel 1996, dopo essersi rifugiato in Svizzera, Hass stringe un accordo con la Procura Militare e accetta di testimoniare nel processo a Priebke. Poi però cambia idea, tenta nuovamente di fuggire e cade dalla finestra dell’albergo dove nel frattempo risiede, a Roma. Rimane ferito gravemente. Il tribunale decide di processare anche lui.
Priebke e Hass verranno condannati all’ergastolo con sentenza definitiva nel ‘98.

Maccioni non conosce bene la vicenda delle  Fosse Ardeatine e si mette a studiare. Porta a testimoniare anche Giuliano Vassalli, ex ministro della Giustizia ed ex presidente della Corte Costituzionale, che nel 1944, in piena occupazione nazista di Roma, è stato uno degli artefici dell’evasione di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli. L’avvocato chiede una perizia psichiatrica su Hass, “la prima mai compiuta su un ex appartenente alle Ss”, dice.
“Non adottai una linea difensiva revisionista, ed ebbi il massimo rispetto per le parti civili”, dice ancora. Altro tenore prese invece la difesa di Erich Priebke, sostenuta dagli avvocati Giosué Naso e Carlo Taormina, che si scontrarono con i rappresentanti della comunità ebraica, l’associazione nazionale dei partigiani, la società civile.
Hass verrà condannato. Nel 2004, a 91 anni, muore agli arresti domiciliari a Castel Gandolfo (Priebke morirà a cent’anni, nel 2013: ma questa è un’altra storia).
Non ho chiesto a Stefano – che conosco da 15 anni – come si sia sentito a difendere Hass. Non per imbarazzo, ma per rispetto. Credo che tutti abbiano diritto sempre alla difesa.

Al processo per le Fosse Ardeatine non adottai una linea difensiva revisionista, ed ebbi il massimo rispetto per le parti civili

Ma Stefano Maccioni si è anche lungamente occupato dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini, Una storia che fa parte, come il caso Cucchi della lunga autobiografia della Nazione. Ma mentre per la morte del giovane geometra sono serviti 10 anni per cominciare ad avere giustizia, sull’omicidio del poeta, scrittore e regista (e polemista), avvenuta 45 anni fa, aleggia ancora il mistero. C’è probabilmente una verità politica, ma quella giudiziaria è ancora lontana.
A  fine 2008 Maccioni raccoglie il suggerimento di una vecchia amica, la professoressa Anna Costanza Baldry, e comincia a occuparsi di quelli che i telefilm americani chiamano cold case. Il caso di Paolini non è poi così cold: è stato aperto e richiuso diverse volte dai tribunali, e se ne continua a parlare.

Quasi per scommessa, insieme alla criminologa Simona Ruffini, Maccioni inizia a studiare le carte. I due intuiscono un movente politico nell’omicidio, legato alle accuse contro l’Eni di Eugenio Cefis formulate nel libro di Pasolini “Petrolio” – pubblicato postumo e incompleto soltanto nel 1992 –  e che riguardano anche gli omicidi di Enrico Mattei, fondatore dell’Eni (scomparso nel 1962 in seguito a un attentato al suo aereo), e del giornalista Mauro De Mauro (rapito nel 1970 e mai ritrovato).
Nel 2009 esce un libro, “Profondo Nero”, che parte dalle carte dell’inchiesta condotta dal pubblico ministero Vincenzo Calia sulla morte di Mattei e dal caso De Mauro per arrivare alle stesse conclusioni: Pasolini sarebbe stato ucciso perché aveva ricostruito l’intricata rete di ricatti attorno all’Eni.
Maccioni deposita un’istanza di riapertura delle indagini, chiedendo che si usi l’analisi del Dna – che non esisteva ancora negli anni Settanta: in Italia è possibile solo dal 2000 – sui reperti del caso custoditi presso il Museo criminologico. Le indagini ripartono nel 2010. Poco dopo, il senatore Marcello Dell’Utri, amico intimo di Silvio Berlusconi, annuncia che qualcuno gli ha proposto di acquistare un presunto capitolo scomparso di “Petrolio”. Diversi politici, tra cui Walter Veltroni, insorgono e chiedono l’apertura di un’indagine, “ma l’avevamo già fatta aprire noi”, dice l’avvocato. “Erano stati un po’ distratti”.
Dal 2010 al 2015 si ripetono le istanze, che però non impediscono l’archiviazione. L’indagine ha individuato cinque diversi profili genetici che sarebbero utili alle comparazioni. Già la sentenza che condannò Pino Pelosi ammetteva che era impossibile che il ragazzo avesse agito da solo. “Per questo, occorrerebbe continuare a indagare”, dice Maccioni.
Allora l’avvocato ha tentato anche la strada parlamentare, raccogliendo 20.000 firme in calce a una proposta di disegno di legge per istituire una commissione d’inchiesta. Ma nel 2018, quando il testo era già arrivato alla commissione Affari Costituzionali della Camera, la legislatura è finita. Puff. Tutto da rifare.
Nel frattempo, Maccioni e Ruffini hanno scritto un libro, “Nessuna pietà su Pasolini”, esponendo le proprie ipotesi. Quel testo è diventato anche uno spettacolo teatrale. Mentre David Grieco ha scritto un altro testo, “La Macchinazione” (con la postfazione proprio di Maccioni), che poi è diventato un film nel 2016. Ma nel ‘95 era già uscito il più famoso “Pasolini” di Marco Tullio Giordana. E solo nel 2014 un altro film di Abel Ferrara, interpretato da Willem Dafoe
Quella per PPP, ammette l’avvocato Maccioni, resta “un’ossessione”.

Non farei il giudice, non ce la farei mai a giudicare le sorti di una persona

Torniamo alle parti civili. L’avvocato si occupa della questione di Radio Vaticana e del processo per l’inquinamento elettromagnetico (l’emittente verrà condannata, e dal 2012 comunque cesseranno le trasmissioni in onde corte e medie dall’Italia). Dell’abbattimento del Velodromo dell’Eur, di vari reati contro la Pubblica Amministrazione. Delle cosiddette Grandi Opere, tra cui la vicenda del G8 alla Maddalena, durante il governo Berlusconi.

Nel 2011 approda al processo in primo grado contro alcuni agenti di polizia penitenziaria per la morte di Stefano Cucchi. La costituzione di parte civile di Cittadinanzattiva viene accettata dal tribunale in nome della tutela dei diritti dei detenuti esercitata dalla onlus, che ha anche svolte iniziative sul tema con la storica associazione Antigone. Da lì in poi, continua a seguire i vari processi, in cui rappresenta anche la madre del giovane, morto nel 2009 dopo essere stato picchiato da due carabinieri. E ora è impegnato nel procedimento sui cosiddetti depistaggi, cominciato nel novembre scorso.
L’ex quasi-obiettore finito in Marina, che voleva studiare diritto civile ma è finito  a occuparsi di penale, e che da avvocato difende in realtà molte più vittime che imputati, di sé dice: “non farei il giudice, non ce la farei mai a giudicare le sorti di una persona”. E prova a rilassarsi giocando a paddle, un incrocio tra tennis e racchettoni che da tempo spopola anche a Roma.

 

06-02-2020 | © Riproduzione riservata

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