Papa Francesco: Roma deve includere

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Papa Francesco rovescia il modo di guardare la realtà, parte da chi è fuori fuoco, dagli sguardi degli esclusi. Scrive: “C’è una domanda di inclusione scritta nella vita dei poveri e di quanti, immigrati e rifugiati, vedono Roma come un approdo di salvezza. Spesso i loro occhi, incredibilmente, vedono la città con più attesa e speranza di noi romani che, per molteplici problemi quotidiani, la guardiamo in modo pessimista, quasi fosse destinata alla decadenza”.

Non fa politica in senso stretto, il Papa: offre tuttavia una visione politica per la città di Roma, in questo messaggio letto dal segretario di Stato vaticano Pietro Parolin all’avvio delle celebrazioni per i 150 anni di Roma Capitale (che culmineranno il 20 settembre 2021), un evento organizzato al teatro dell’Opera al quale hanno partecipato tra gli altri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la sindaca Virginia Raggi.
Francesco coglie alcuni aspetti del nostro presente che facilmente possiamo riconoscere: il pessimismo e la sensazione di decadenza. Al tempo stesso ci indica gli “occhi” di chi arriva a Roma come ad un approdo di speranza e salvezza.

I “fratelli cardinali” sono andati a prendere Bergoglio “quasi alla fine del mondo”: così disse poco dopo elett, il Papa. E oggi Francesco dice: “noi romani”. Si compie in questo modo un percorso per l’ex arcivescovo di Buenos Aires che è al tempo stesso l’identità della nostra città: essere aperta a chi viene da lontano, rendere lo straniero prossimo, diventare romani. Perché non c’è dubbio, romani si diventa. Era così, è così, e sarà così.

Il Papa ricorda tre momenti particolarmente significativi per la città e per i cattolici in particolare, partendo da una constatazione: “La proclamazione di Roma Capitale fu un evento provvidenziale” scrive Francesco, “che allora suscitò polemiche e problemi”. Da allora per l’Italia, Roma e la Chiesa stessa “iniziava una nuova storia”. Adesso è una “comunità multietnica”, dove convivono visioni della vita religiose e non religiose.

Foto di Marco Esposito diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Il primo momento citato da Francesco è quello dedi nove mesi di occupazione nazista, con la “terribile caccia per deportare gli ebrei”. La chiama la “Shoah vista da Roma”, e quei nove mesi ogni romano dovrebbe averli sigillati nel cuore. Furono una lezione per la Chiesa cattolica che allora diede asilo ai perseguitati e mise le basi di una “imperitura fraternità” con la Comunità ebraica. Quell’evento, lascia intendere il Papa, chiama i cattolici di oggi “a vivere con passione e responsabilità la vita di Roma, specie i suoi aspetti più dolorosi”.

Il secondo passaggio riguarda gli anni del Concilio Vaticano II (1962- 1965), quando Roma divenne “città universale di dialogo ecumenico e interreligioso, di pace. Il Papa cita lo studioso tedesco Theodor Mommsen che fine Ottocento scrisse: “a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti”.

Il terzo momento è il convegno sui “mali di Roma” del febbraio 1974, voluto dall’allora cardinale vicario Ugo Poletti. “In partecipate assemblee di popolo, ci si pose in ascolto dell’attesa dei poveri e delle periferie. Lì, si trattò di universalità, ma nel senso dell’inclusione dei periferici. La città deve essere la casa di tutti.” scrive Bergoglio.

Quella che individua bene il Papa per Roma è il “bisogno di una visione comune”, che è il prerequisito prima di poterci dividere in quelle che sono le proposte dei partiti politici. “Non possiamo vivere Roma ‘a testa bassa’, ognuno nei suoi circuiti e impegni”, in questo modo anche le scelte saranno miopi o dettate dalle paure.

Foto di Groume diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Francesco ricorda con questo messaggio l’apertura universale della Chiesa cattolica, che è anche il Dna di Roma come città cosmopolita, in un disegno di fraternità inscritto nei suoi cromosomi. Il Papa così conclude: “Spesso la dimenticanza della storia si accompagna alla poca speranza di un domani migliore e alla rassegnazione nel costruirlo. Assumere il ricordo del passato spinge a vivere un futuro comune. Roma avrà un futuro, se condivideremo la visione di città fraterna, inclusiva, aperta al mondo”.

In questo scenario, in cui si registrano rigurgiti di razzismo, violenze su donne e bambini, intolleranze, insulti su i social, queste parole del Papa troveranno qualcuno pronto ad accoglierle? C’è qualcuno pronto a prendersi la responsabilità per le periferie romane “segnate da troppe miserie, abitate da grandi solitudini e poveri di reti sociali.”? Da qualche parte c’è sicuramente e probabilmente più di “qualcuno”. È però giunto il tempo che si faccia avanti.

[La foto del titolo è di Marco Garro ed è stata diffusa su Flickr.com con licenza creative commons]

04-02-2020 | © Riproduzione riservata

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