C’è una casa (occupata) nel bosco

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L’8 giugno 1950, nel padiglione italiano della XXV biennale di Venezia, veniva presentata al pubblico un’opera di Renato Guttuso, dal titolo forse poco “artistico” e quasi didascalico: “L’occupazione delle terre incolte”. Il quadro raffigurava un folto gruppo di famiglie contadine, di uomini, di donne e di bambini, che, armati di vanghe e di bastoni, cominciavano festosamente ad arare un terreno fino a quel momento abbandonato, rendendolo produttivo per tutta la comunità.

Se il quadro di Guttuso era quello che oggi potremmo definire un “instant painting”, cioè un’opera che narrava il fermento che attraversava l’Italia di quei giorni, con gruppi di braccianti che occupavano vasti appezzamenti di terreno incolto (un fermento che sarebbe poi culminato in una riforma agraria approvata nell’ottobre di quell’anno), la questione di utilizzare le terre e i beni lasciati all’incuria e all’abbandono, da parte delle comunità locali, è una questione che ha scavalcato i secoli e le latitudini e che, iniziata fin dal lontano medioevo (già le cronache del trecento sono piene di grandi rivolte contadine finalizzate all’uso delle terre), è arrivata fino a noi.

Certo, la Roma del Duemila sembra un luogo che non ha nulla a che spartire con la grande epopea delle occupazioni contadine dei secoli passati. È vero però che la Capitale, nel corso del suo esteso e spesso caotico sviluppo, è divenuto anche un luogo che custodisce al suo interno un enorme patrimonio di spazi inutilizzati: dai palazzi ai grandi appezzamenti di terreno, dalle strutture industriali dismesse ai centri sportivi, agli ex cinema, le officine, le rimesse, i mercati, luoghi a volte di proprietà pubblica, altre volte privati.

In alcuni casi, dopo decenni di abbandono, è lo Stato o il Comune a compiere le opere di restauro necessarie per il riutilizzo di quelle strutture. Penso ad esempio all’ex fabbrica Peroni, al vecchio Mattatoio, o alla centrale Montemartini, divenuti oggi dei validissimi spazi museali. Altre volte ci pensa il privato, come nel caso della Meccanica Romana, splendido esempio di architettura industriale d’inizio novecento, abbandonata per trent’anni e poi trasformata in un cinema multisala. Altre ancora, a “risolvere la questione”, ci pensano invece le occupazioni più o meno abusive, come accaduto al cinema America di Trastevere, oppure al palazzo dell’Esquilino oggi sede di Casapound, o alle centinaia di famiglie che a viale del Caravaggio vivono nelle costruzioni della famiglia Armellini. 

Una veduta di Roma da Monte Mario. Foto di Diego Maia diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Ogni volta che ciò accade, scoppiano immancabili le polemiche e i dubbi: è giusto dare nuova vita a quegli spazi, svolgendo in tal modo anche un’importante funzione sociale, o è giusto non derogare da un principio di legalità, senza il quale la funzione sociale stessa perde di valore? L’opinione pubblica e il dibattito politico si spaccano sempre fra chi invoca sgomberi immediati e chi esalta l’importanza delle “soluzioni fai da te”, che danno un’anima a luoghi altrimenti in preda al degrado.

Il Parco di Monte Mario è l’ultimo esempio di questo meccanismo: un territorio per anni lasciato all’incuria, poi preso in tutela da alcuni cittadini e oggi terreno di scontri e di polemiche.

 

Avevo una casetta piccolina…

Il parco, anzi la “Riserva Naturale Monte Mario”, questo il suo nome ufficiale, è un grande spazio verde che si estende per 238 ettari nei territori del primo, del quattordicesimo e del quindicesimo Municipio della capitale. In questa vasta area, oltre al tratto finale della famosa via Francigena (la strada che portava a Roma i pellegrini medievali), si trovano la splendida villa Mazzanti e il famoso osservatorio astronomico.
La proprietà del parco è formalmente del Comune di Roma, che però ne ha affidato la gestione a Roma Natura, un ente regionale. All’interno della riserva, oltre a boschi di lecci e di aceri, oltre a merli e cardellini, c’è anche una piccola costruzione, quella che, poeticamente, chi frequenta quei luoghi, ha ribattezzato “la casetta nel bosco”. E’ l’ex casa del custode del parco, abbandonata da una decina d’anni e per questo prima sigillata e poi murata dal Comune e quindi, col tempo, deturpata da numerosi vandali, divenendo poco alla volta, insieme all’area adiacente, una sorta di discarica a cielo aperto. 

Foto di Letizia Tasselli diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

A lungo l’abbandono della “casetta” si è protratto in un’apparente indifferenza generale. Poi, di recente, il luogo ha cominciato a suscitare le attenzioni di alcuni esponenti politici, che sulla vicenda hanno cominciato a rilasciare comunicati, interviste e denunce agli enti competenti. A differenza di quanto si potrebbe pensare, quello che è stato denunciato e reso pubblico non è però il degrado di cui per anni ha sofferto la struttura. Al contrario, la denuncia è partita quando si è scoperto che alcuni “ignoti” avevano riaperto e ristrutturato quella “poetica” casetta.
“Denunciamo l’occupazione abusiva nel Parco di Monte Mario della casa del custode. A conferma dell’appropriazione indebita in corso, ci sono la rimozione delle murature alle finestre e dei sigilli all’ingresso e l’installazione di nuovi infissi” hanno scritto giorni fa, molto preoccupati, i consiglieri regionali Fabrizio Ghera e Chiara Colosimo e il consigliere comunale Francesco Figliomeni, tutti di Fratelli d’Italia. 

Cosa è accaduto? Chi ha rotto quei sigilli? E perché? Possibile che qualcuno abbia portato via quintali di rifiuti, restaurato le mura della casa, sostituito gli infissi, aggiustato le porte (lavori per completare i quali occorrono settimane, forse mesi), senza che nessuno se ne accorgesse? E a che pro? Sembrerebbe un classico mistero italiano, pieno di protagonisti oscuri, di contorni fumosi, di connivenze nascoste, di interessi segreti. Però stavolta il mistero non c’è.

Infatti, è sufficiente fare un semplice giro sul web, per capire subito che gli ignoti sabotatori di sigilli, così tanto ignoti non siano. Lì, sulla pagina Facebook di una associazione chiamata “Naturazione”, si possono leggere in tutta evidenza queste parole: “All’inizio semplicemente frequentavamo il parco e il giardino della casetta nel bosco, come qualsiasi altra persona del quartiere vedevamo il degrado del giardino e i rifiuti abbandonati da mesi sui sentieri senza muovere un dito, convinti che non fosse anche nostra responsabilità lo stato delle cose. Poi dall’incontro quotidiano, ci siamo ritrovati nell’intenzione di dare una svolta alla situazione. Il giardino, così bello e rigoglioso, fino a pochi anni prima orto e frutteto, era ormai divenuto una discarica a cielo aperto. Abbiamo deciso che era ora di cambiare”. 

Continuando a leggere, appare chiaro che sono proprio gli esponenti di Naturazione i “misteriosi” occupanti della casetta, autori del restauro: “Da marzo del 2019 abbiamo deciso di darci dentro e ristabilire un minimo di frequentabilità in sicurezza per il luogo. Armati di roncole e forbicioni abbiamo prima estirpato i rovi arrembanti che ricoprivano ormai buona parte del giardino e poi raccolto la grande quantità di rifiuti portati lì negli anni, anche quelli sui sentieri nei pressi della casetta, che l’Ama ultimamente non raccoglie più. I lavori non sono di certo finiti, anzi sono appena iniziati. Per quanto ci riguarda, questo luogo, abitato fino a pochi anni fa, può tornare ad essere un punto di incontro e socialità per le persone del quartiere e gli esploratori del Parco di Monte Mario, un luogo aperto allo scambio culturale per i pellegrini che percorrono la Via Francigena, una casa del parco che offra la scoperta della biodiversità a grandi e bambini”.

Occupazioni: colpa o merito?

Dunque i ragazzi di Naturazione si sono espressi con chiarezza, attribuendosi quello che dal loro punto di vista è un grande merito e non una colpa: hanno rotto quei sigilli, hanno bonificato e ristrutturato l’area, trasformando un rudere in un luogo più accogliente, per fare della casetta nel parco di Monte Mario una sorta di piccolo “centro sociale” ecologista, aperto ai cittadini, alle famiglie, ai “pellegrini” della Via Francigena.
Ecco perciò che, quando gli esponenti di Fratelli d’Italia hanno puntato il dito contro l’assenza di legalità di quella operazione, non autorizzata dal Comune, che è proprietario dell’immobile, l’associazione (spalleggiata politicamente anche dai Verdi e dall’ex parlamentare Adriano Zaccagnini) ha prontamente ribattuto di avere stabilito un accordo preventivo con Roma Natura, cioè con l’ente gestore, che, a quanto affermano, avrebbe avallato l’operazione, rendendola quindi meno “abusiva” di come apparirebbe a prima vista. 

Foto di H. Raab diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Chi ha dunque torto? Chi ragione? E c‘è davvero, in questa polemica, un interesse autentico per il parco e per i cittadini che ne fruiscono, o per qualcuno questo è soprattutto un pretesto per darsi visibilità, in uno scontro tutto politico, il classico scontro fra una destra “legge e ordine”, che difende regole e proprietà pubblica e privata, contro una sinistra amica delle occupazioni, di cui esalta il valore sociale, anche quando in contrasto con la legalità?

La realtà è sempre complessa e articolata ed è difficile dare risposte univoche. Ma, se in questo caso le posizioni degli uni e degli altri sembrano chiare, c’è comunque da considerare che l’idea di una destra “legge e ordine”, contro una sinistra in stile “centro sociale occupato c’o cazzo ca ce cacciate” (come dicevano in una vecchia canzone i 99 Posse) non corrisponde affatto a verità. Basti pensare, ad esempio, al palazzo di Casapound all’Esquilino, prima citato, dove è evidente che i ruoli sono totalmente invertiti: lì destra e sinistra ribaltano completamente le abituali posizioni contrarie o a sostegno dell’appropriazione a fini sociali di un edificio pubblico. 

La stessa Fratelli d’Italia, oggi capofila di un presunto ripristino della legalità a Monte Mario, due anni fa era di ben altro parere e, quando nel 2017 Virginia Raggi intimò lo sgombero della sua storica sede di Colle Oppio, per decenni importante punto di ritrovo della destra sociale romana, fu proprio Giorgia Meloni a rispondere seccamente alla sindaca con queste parole: “Chi, a differenza di Virginia Raggi, conosce Roma e il parco del Colle Oppio, sa bene che quei locali sono dei semplici ruderi, senza alcuna possibilità di utilizzo a uso commerciale o abitativo. Ora il sindaco vuole sfrattare chi di quel luogo si è occupato da anni, rendendolo uno spazio aperto a tutti, perché possa anch’esso essere trasformato in un bivacco per sbandati, spacciatori e immigrati clandestini”. Parole e concetti che oggi potrebbero valere, senza troppe variazioni, anche per la casetta del parco di Monte Mario.

Comunque la si pensi, spiace vedere come troppe volte e forse anche nel caso di Monte Mario, nei giudizi e nelle azioni di una o dell’altra parte politica, prevalga uno spirito tifoso e si additi come occupanti fuorilegge coloro che ripristinano uno spazio abbandonato solo quando appartengono a un’altra fazione, salvo poi difendere a spada tratta chi opera con quelle stesse modalità borderline, al confine fra illegalità e merito sociale, quando è dei “nostri”.

Foto tratta dalla pagina Facebook di Naturazione

Sì, in una città ideale di un mondo ideale, sarebbe bello non avere più di questi problemi, perché ogni spazio dismesso verrebbe assegnato, in modo ben regolato, a chi meglio saprebbe dare una nuova vita e una nuova anima a quel luogo. Però nella città reale del nostro mondo reale, abbiamo visto troppe volte come, anche quando ciò è avvenuto nel pieno rispetto delle leggi (penso ad esempio al sistema dei cosiddetti “Punti Verdi di Qualità”, spazi pubblici assegnati dal Comune di Roma a società private, al fine di una loro riqualificazione) e con regolari bandi, gli scandali e gli abusi non siano affatto mancati. 

Forse l’unica differenza fra chi sa davvero riqualificare un’area, rendendola utile per tutta la comunità e chi la vuole sfruttare solo a fini personali e inconfessabili, la fa l’amore che si ha per quel luogo. Anche perché è molto probabile che chi mette a rischio se stesso, infrangendo delle regole, pur di ridare vita a uno spazio, soprattutto se si tratta di uno spazio non adatto a fini speculativi, sia, nella maggior parte dei casi, una persona che per quello spazio prova un vero sentimento e non solo un semplice interesse di parte e che quindi saprà dargli una vera funzione positiva e sociale. 

Certo è sbagliato considerare questa probabilità come se fosse una certezza assoluta ed è impossibile creare normative che stabiliscano per legge il “grado di amore” che si ha per un luogo e, in base a quello, assegnarlo o meno a un gruppo piuttosto che a un altro. Però, nel concreto, è proprio quell’amore il principale discrimine che fa la differenza fra un’occupazione utile, capace di far rinascere davvero uno spazio e una stimolata da interessi torbidi o di portafoglio, per legali o illegali che esse siano. I luoghi sono come le persone: senza amore muoiono lentamente, solo l’amore e la cura quotidiana possono farli rifiorire.

25-11-2019 | © Riproduzione riservata

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