Ostia, quel sogno spezzato dal fascismo

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Ostia è nata dal sogno di riportare Roma sul mare, com’era stato quasi 2.000 anni prima. Ma quel sogno, alimentato da ingegneri e politici dopo l’unità d’Italia – e successivamente sbandierato dal regime fascista – si è realizzato solo in parte, e soprattutto grazie a migliaia di persone che hanno lavorato duro, per anni, per asciugare la palude.

È la storia dei lavoratori romagnoli che negli anni Ottanta dell’800 furono spinti a emigrare verso il Lazio, anche per disinnescare la rivolta sociale che stava scoppiando in Romagna, al grido di “pane e lavoro”.

Ma è anche la storia dei prigionieri di guerra austriaci – della Prima Guerra Mondiale – in grandissima parte giovani, che verranno impiegati per costruire la linea ferroviaria Roma-Ostia, e che in tanti perderanno la vita. E poi la storia della costruzione della via del Mare, voluta da Mussolini in persona. E della Seconda Guerra Mondiale, con gli abitanti del Lido che a un certo punto vengono deportati perché i tedeschi temono che lo sbarco degli Alleati. E della ricostruzione nel dopoguerra.

Tutto questo racconta “Ostia – Dalla bonifica alla ricostruzione”, il libro scritto da un giovane storico ostiense, Marco Severa, uscito da poco per le edizioni Aporema. Severa, che ha lavorato soprattutto sulla storia della Shoah, si occupa anche di progetti di valorizzazione del patrimonio storico-culturale del Litorale romano, e questo volume ne è parte.

 

Quella che nel futuro sarà Ostia è, agli occhi dei visitatori di fine 800 una “zona è per lo più occupata da saline e paludi, infestate dalla malaria e da malattie sconosciute, che in precedenza, avevano sterminato circa duecento bufali”.

Trappola infernale

“L’inizio non è facile: il clima umido e le zone paludose fanno pensare a un luogo insalubre e di morte, a una trappola infernale”, scrive ancora Marco Severa. Quando più tardi l’ingegner Paolo Orlando, che diventerà anche assessore della Capitale, convince un gruppo di parlamentari a visitare la spiaggia su cui sorgerà Ostia, “ciò che si trovano di fronte, però, è una landa ancora deserta e malsana, disseminata di acquitrini e sterpaglie”.

Il 2 luglio 1915, finalmente il Comune di Roma conclude con la cooperativa dei ravennati un contratto di appalto per la costruzione di un lungomare, denominato via Della Marina. Due anni dopo è la volta della costruzione della linea ferroviaria: “Gli operai impegnati nei lavori sono prigionieri austriaci, catturati al fronte durante la Prima Guerra Mondiale, tutti giovani: molti di loro non avranno modo di invecchiare…  Nell’aprile 1917 arrivano i primi cinquanta ragazzi; nei mesi successivi diventano cinquecento. A novembre sono tremila. La loro camicia, così come il sorriso sereno di che è scampato al fronte, appassisce… Nessuno tiene il conto di quanti perdono la vita: cessano di essere uomini e diventano croci di legno”.

Fiore all’occhiello

A un certo punto, arriva il Fascismo, e “da questo momento in poi l’influenza del regime sul litorale romano sarà sempre più forte: Ostia è scelta per diventare il fiore all’occhiello dell’Italia che prova a risorgere dalle ceneri della Prima Guerra Mondiale”.

Il regime in realtà si è impossessato di un’idea non sua, raccoglie i frutti dei progetti del visionario Orlando e del lavoro di migliaia di persone che hanno bonificato il litorale.

Il 19 novembre 1928, “alle nove e trenta, il capo del governo (cioè Mussolini)  taglia il nastro tricolore per l’apertura al traffico della via del Mare: mezz’ora dopo arriva a Ostia con la sua Alfa Romeo 1750”. Ma il duce scorrazza anche per Ostia in motoscafo: “Pieno di sé, il capo del governo ama farsi adulare guidando nel canale che sfocia nel mare, a contatto con gli altri pescatori”, e sul lungomare si gode i tramonti romantici con l’amante Claretta Petacci.

“Il prestigio di Ostia cresce per la continua e regolare presenza del capo del governo, che suggella l’importanza che il regime attribuisce al Lido come esempio della nuova Italia, nata dalla rivoluzione fascista”, scrive Severa.

Fine del sogno

La “nuova Italia”, però, finisce in guerra, e  con la guerra il bluff del fascismo finisce. Ostia affronta la ricostruzione e cambia faccia, in realtà già dal 1943, quando ancora il fascismo non era caduto, col cambio del piano regolatore. Non è più destinata a essere la cittadina galante sul lungomare, con i viali circolari che uniscono giardini e architetture pregiate, ma è proiettata verso il quartiere-dormitorio, una città di media grandezza che però resta periferia di Roma.

I nazisti tedeschi, già alleati dei fascisti italiani e dopo l’8 settembre ‘43 padroni del territorio, demoliscono in parte Ostia. Abbattono la splendida rotonda dello stabilimento Roma e l’alta torre del collegio militare “IV Novembre” , la stazione del treno, perché gli angloamericani non li usino come punti di riferimento per un possibile sbarco. Usano lo stesso IV Novembre come prigione per ufficiali e soldati italiani, spengono le pompe idrovore facendo così risalire l’acqua di palude nell’entroterra, deportano la popolazione locale.
La cittadina da
sogno del regime finisce con l’incubo della guerra voluta dal regime stesso. E dopo sarà il momento di una lunga ricostruzione, non sempre riuscita.

01-11-2019 | © Riproduzione riservata

1 Comment

  1. E nonostante questo,ad Ostia, oggi in tanti,nell’ignoranza più assoluta di questa storia,si dicono ferventi FASCISTI!!!!

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