United Colors of Atac

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Anche io, come milioni di romani, domani mattina mi alzerò per spostarmi nella città coi mezzi pubblici. A indicarmi la più vicina fermata del bus sarà una grande palina di colore giallo, accanto alla quale potrò sedermi su una panchina bianca, dietro cui campeggerà in trasparenza il logo dell’Atac. Dopo svariati minuti arriverà un vecchio bus argentato (o uno più nuovo color porpora), che mi porterà a prendere un tram verde, che mi condurrà alla fermata della metro, dove un vecchio convoglio grigioblu mi condurrà a Termini alla coincidenza con un treno bianco, ravvivato da bei sedili arancioni, direzione Battistini.

Ecco, da questa breve descrizione risulta chiaro che, mentre da ormai quasi un secolo gli autobus rossi a due piani sono il simbolo della città di Londra e il suo segno distintivo, la nostra Capitale (forse per sentirsi libera da quell’esterofilia che spesso contraddistingue noi italiani), nello scegliere la linea di colore dei propri mezzi di trasporto, ha optato da tempo per una via originalissima, quella della “deregulation cromatica”, dove ogni bus fa storia (e tinta) a sé.

È una scelta curiosa, apparentemente assurda, ma tanto assurda da sembrare “dadaista”, in cui cioè sembra quasi di cogliere gli insegnamenti delle avanguardie artistiche del Novecento. Nei bus romani dai mille colori, si possono scorgere gli echi del surrealismo di Vasilij Kandinskij, o dell’action painting di Jackson Pollock, coi loro quadri pieni di chiazze colorate e privi di forme riconoscibili.
Roma, grazie a quell’invidiabile creatività latina che tutti ci riconoscono, fin dall’inizio del millennio ha un servizio di trasporto pubblico che potrei definire “informale”, “futurista”, un servizio pubblico “arcobaleno”, con una rete di bus, di metro, di fermate, di segnali, che presenta una varietà cromatica sempre in divenire, priva di qualunque logica, capace di spiazzare costantemente gli utenti, in una miriade di colori cangianti, spesso illuminati dai vividi lampi dei bus in fiamme.

Foto di Dorli Photography diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Certo, tutto questo può creare disorientamento e disappunto nei cittadini e nei turisti, ma ciò avviene solo se si continua a pensare che il ruolo di Atac sia quello di fornire un serio ed efficiente trasporto cittadino e non quello di dare concretezza visiva a quel “caos creativo” in cui Roma galleggia da inizio secolo, cioè di rappresentare simbolicamente la “romanità contemporanea” e il suo mix di stratificazioni millenarie senza soluzione di continuità.
Atac, azienda al 100% di proprietà pubblica, è infatti oggi una realtà adattissima a raccontare la storia urbana, l’animo cittadino, una società incapace di fornire servizi degni di una capitale ma anche sorprendentemente capace, ogni giorno, di dare un senso tangibile alla confusione romana, attraverso un linguaggio “esoterico” fatto di colori, di cifre, di lettere, apparentemente prive di significato, pensato forse per un pubblico di iniziati, ma incomprensibile ai più.

Nella Roma “banale” degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, non si rileva nessuna fantasia cromatica ad accompagnare i romani che vogliano prendere un mezzo pubblico

Non si spiegherebbero altrimenti non soltanto le mille tipologie cromatiche dei suoi mezzi di trasporto, ma anche quelle sigle misteriose che campeggiano sulle fermate, accanto ai numeri delle linee dei bus: le U delle cosiddette “linee urbane”, le X delle express, le C delle cimiteriali, le N delle notturne, le E delle mitologiche “linee esatte” (delle linee di cui narrano solo i poeti e i regolamenti Atac, in cui tutti i bus sarebbero obbligati a passare in orari precisissimi), sigle che spesso nemmeno il personale dell’azienda sa comprendere e distinguere in modo corretto.
Così come indistinguibili sono i mezzi pubblici Atac da quelli di Roma TPL, società privata che da anni fornisce un servizio integrativo di trasporto cittadino e i cui mezzi, che sulla carta dovrebbero apparire diversi da quelli dell’Atac, risultano perfettamente identici, tranne che per un codice di lettere e cifre a volte scritto sulla fiancata, tanto che la maggioranza dei romani ignora il fatto che esistano oggi due società di trasporto pubblico a Roma e non più una.

Certo, questa capacità di saper cogliere e trasformare in linguaggio visivo la confusione che regna in città, è relativamente recente per Atac, frutto di un lento, inesorabile processo. Un tempo, infatti, l’azienda era priva di qualsiasi afflato creativo, semplice e grigia società pubblica, capace solo di trasportare i cittadini da un luogo all’altro della città. Anzi, più che semplice e grigia, semplice e verde.

Foto di Ewan Munro diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

 

Tutti i colori del bus

Nella Roma “banale” degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, non si rileva nessuna fantasia cromatica ad accompagnare i romani che vogliano prendere un mezzo pubblico. Le paline verdi delle fermate, in stile vagamente art decò, indicano, con eleganti caratteri gotici, i numeri delle linee di bus, tutti immancabilmente verdi, o di tram dello stesso colore, che i cittadini possono attendere in piedi, o seduti su una panchina, anch’essa verde. Solo una piccola linea gialla e rossa, che richiama i colori della città, prova timidamente a ravvivare le fiancate di quei mezzi: unico sprazzo di creatività in un cromatismo ordinato e dal sapore quasi militare.

E’ coi “ruggenti” anni Ottanta che arriva la prima innovazione: il verde viene improvvisamente sostituito dall’arancione, colore ritenuto più visibile anche a distanza. Nel breve tempo di un anno o due, la livrea di tutti i bus romani cambia di colore. Un decennio dopo anche le paline art déco delle fermate finiscono per andare in pensione, sostituite da quelle più grandi e di colore giallo, ancora oggi esistenti.

Foto di David McKelvey diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

La vera, decisiva, svolta “artistica”, arriva però con l’approssimarsi del nuovo secolo. In vista del grande Giubileo del 2000, l’allora sindaco Francesco Rutelli decide di rinnovare radicalmente tutto il parco di vetture pubbliche. Al posto dell’arancione dei vecchi bus, i nuovi mezzi si presentano argentati, con un bandone rosso acceso sulla fiancata.
A poco a poco i vecchi bus arancioni vengono rottamati per raggiunti limiti di età e tutto sembra procedere verso un graduale passaggio al nuovo colore di bus grigiorossi. Se non che, nel frattempo, entrano in funzione anche le cosiddette linee “J”, le linee giubilari, dotate di autobus di colore blu. Sulle linee urbane fuori dal raccordo, come ad esempio quelle circolanti ad Ostia, vengono ugualmente messi in circolazione mezzi di colore blu, simili a quelli di Cotral.
L’uniformità cromatica dei mezzi Atac comincia a vacillare. Infine, l’azienda si apre anche all’arrivo di nuova pubblicità privata e alcuni mezzi di trasporto vengono interamente “brandizzati”, ricoprendoli con le immagini coloratissime di qualche sponsor.

Rutelli ha intanto lasciato lo scettro cittadino a Walter Veltroni, che, per non essere da meno del suo predecessore, decide, non solo di comprare nuovi bus, ma di avviare anche un restyling complessivo dell’immagine del Comune di Roma e delle sue aziende municipalizzate: Ama e, ovviamente, Atac. Incaricato di questo arduo compito è Antonio Romano, direttore dell’azienda di design “Inarea”.
Mentre Romano è al lavoro per studiare nuovi loghi e simboli, Veltroni dà intanto inizio a un’opera di ripristino di linee di tram e di filobus, linee che (forse per il noto amore che ha quell’ex sindaco per tutto ciò che è vintage) decide di dotare con un parco mezzi di colore verde, in un remake dei “favolosi anni Sessanta”.
La motivazione ufficiale è quella di far distinguere subito ai pedoni e agli automobilisti i lunghi snodabili che viaggiano su quelle linee, rispetto ai normali bus, onde evitare incidenti. La ragione appare sensata, ma certo l’uniformità cromatica dei mezzi pubblici romani subisce un ulteriore colpo d’arresto.

Nel frattempo, Romano ha ultimato la sua opera. Tutta la nuova immagine di Roma che lo studio Inarea presenta al sindaco e alla cittadinanza appare caratterizzata dalla predominanza del color porpora. Da quel momento un bandone porpora apparirà sui documenti ufficiali del Comune. Porpora saranno i mezzi dell’Ama che svuoteranno i cassonetti della città. Una freccia porpora rappresenterà il nuovo logo di Atac. A sorpresa, nella nuova linea d’immagine decisa dallo studio Inarea, il colore dei nuovi bus risulterà invece essere il bianco, con la striscia a freccia del logo Atac a campeggiare sulla loro fiancata. Tutti i bus romani dovranno, perciò, essere rapidamente ridipinti.

Foto di Juan Enrique Gilardi diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Peccato che si sia ormai arrivati al 2008 e che nel mondo stia scoppiando una grave crisi economica, di cui anche Roma e le sue municipalizzate cominciano a risentire pesantemente. Non ci sono più i soldi necessari per ricolorare tutti i mezzi, come inizialmente previsto. Si opta quindi per non cambiare quasi nulla, seguendo le direttive della nuova immagine aziendale solo per i nuovi treni della metropolitana, da poco ordinati e che pertanto saranno (loro sì) tutti bianchi con una striscia porpora.
Sui nuovi bus, invece, le regole saranno seguite solo a metà. Visto che la maggior parte dei bus in quel momento circolanti è color argento e che, in mancanza di fondi, non verranno toccati, anche per i nuovi arrivi, al posto del bianco, si decide di mantenere il color argento, con la sola differenza che il bandone laterale vermiglio dei vecchi bus, viene sostituito sui nuovi dal freccione rosso scuro di Atac.

 

Daje che è rosso!

Dalla metà del 2008, in Campidoglio è intanto arrivato un nuovo sindaco. Si chiama Gianni Alemanno. Forse perché il color porpora della nuova linea d’immagine richiama fortemente la romanità classica, tanto cara alla destra sociale, forse semplicemente per segnare una discontinuità rispetto ai sindaci di centrosinistra, i nuovi bus che la sua giunta ordinerà, non seguiranno nessuna delle direttive d’immagine decise poco prima sotto la guida di Veltroni. Quelli scelti da Alemanno saranno dei bus rosso scuro, senza frecce sui fianchi e con la semplice scritta Atac in bianco. Belli, molto belli, ma certo anche molto diversi da tutti gli altri mezzi in circolazione e dalla nuova immagine aziendale concordata.

Quella dei mille colori dei bus è una storia piccola, sicuramente, una storia quasi insignificante, banale, minimale, ma dentro quella storia, così come dentro quei mezzi, c’è davvero tutta Roma

Da Atac si pensa allora di richiamare in aiuto Antonio Romano e il suo gruppo Inarea, per chiedere di rivedere il suo studio d’immagine e adattarlo a questa nuova situazione. Sdegnosamente, però, Romano si rifiuta di rimettere mano al lavoro già svolto e alla sua scelta per Atac di una livrea bianca.
I nuovi bus targati Alemanno continueranno così ad essere rossi, ma bianca sarà in compenso la nuova fermata Termini del metrò, di cui si decide il restauro in quegli anni, bianche le panchine delle nuove fermate e bianche tutte le stazioni che vengono via via realizzate o rinfrescate, come ad esempio le nuove stazioni della metro B1 o quella di Manzoni.

Terminata nel 2016 la breve parentesi del sindaco Ignazio Marino a guidare Roma, per la prima volta, arriva una donna. Ben presto anche Virginia Raggi si troverà ad affrontare il problema dei colori dei mezzi Atac, quando, di fronte alla scarsità e vetustà del parco mezzi circolante, dovrà ordinare nuovi bus per la città. Nel farlo, la sindaca, sceglie allora la via più logica e corretta: controllare cosa sia previsto dalle regole d’immagine dell’azienda Atac. 

È così che la Raggi viene e scoprire che l’indicazione di realizzare bus bianchi con una freccia porpora sui fianchi, nonostante la messa in esercizio negli ultimi anni di bus completamente rossi, non è mai stata né abrogata né modificata. Perciò bianchi con la freccia porpora sui lati saranno i circa 70 bus che l’azienda, a inizio 2019, richiederà in noleggio a una società di Tel Aviv. 

Peccato che quei bus, perfettamente regolari in Israele, non risulteranno adatti a entrare in esercizio sul suolo europeo e che dovranno essere tutti rispediti al mittente. Tutti tranne pochi esemplari, a tutt’oggi circolanti, che col loro bianco contribuiscono ad aggiungere un nuovo colore all’arlecchinesco parco mezzi di Atac.

In questa vicenda, c’è anche il paradosso di una città, che, incapace di risolvere un problema attraverso le proprie strutture pubbliche, decide di incaricare un privato a fare da arbitro cromatico: ma alla fine, anziché risolvere il problema, finisce per ingarbugliarlo ulteriormente

Alla fine anche la Giunta Raggi si arrenderà all’evidenza e così, gli oltre 200 bus della Consip successivamente messi in servizio, quelli che oggi vediamo girare per la città con sui lati una grande scritta +BusxRoma, tornano a mostrare una livrea non più bianca, come sarebbe dovuto essere in base alle regole aziendali, ma di un bel colore scuro “rosso Alemanno”.

Foto di Daniele diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Certo, quello del colore dei bus è un problema marginale. L’importante, si dirà, è che il servizio funzioni, che i mezzi passino con regolarità, che non si rompano, che non vadano a fuoco, che servano capillarmente tutte le zone della città.
Giusto. Giustissimo. Ma in questa vicenda dei mille colori di Atac, c’è anche, visivamente bene espressa, tutta la debolezza di un sistema. C’è la confusione di regole, scritte e non scritte, che finiscono per contraddirsi l’una con l’altra. C’è la presunzione di ogni nuova giunta, che arriva in Campidoglio con l’intenzione dichiarata di cambiare il mondo e mettere a posto le cose, ma che finisce, gattopardescamente, solo per cambiare tutto affinché tutto resti come prima.

In questa vicenda, c’è anche il paradosso di una città, che, incapace di risolvere un problema attraverso le proprie strutture pubbliche, decide di incaricare un privato a fare da arbitro cromatico, pagandolo con i soldi delle casse comunali, per decidere finalmente una linea di comportamento, ma che alla fine, anziché risolvere il problema, finisce per ingarbugliarlo ulteriormente, ottenendo unicamente una serie di regole scritte, tutte e solo teoriche, a cui non corrisponde nessuna vera attinenza con la realtà concreta.

Quella dei mille colori dei bus è una storia piccola, sicuramente, una storia quasi insignificante, banale, minimale, ma dentro quella storia, così come dentro quei mezzi, c’è davvero tutta Roma, c’è il nostro Paese, c’è il nostro presente, c’è la nostra vita, ci siamo noi.

 

21-10-2019 | © Riproduzione riservata

1 Comment

  1. Articolo magistrale, sono anni che denuncio nel mio piccolo questa oscenità indegna di una città come Roma, certo, come avete giustamente scritto può sembrare una cosa di secondo piano ma invece si tratta di uno dei sintomi più evidenti delle gravi malattie che da anni ci sono in Atac.
    A Roma poi l’estetica non può essere cosa secondaria, senza bellezza Roma non sarebbe Roma, chi pensa il contrario è a mio avviso indegno di questa città.

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