Roma di lotta e di governo

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La nascita di un governo giallorosso dovrebbe essere un buon viatico per la Capitale, e non soltanto per una questione cromatica. Non si tratta certo di trasferire al Campidoglio la maggioranza M5s-Pd, anche se alcuni media prevedono intanto un possibile accordo a via della Pisana, sede della Regione Lazio. Ma è possibile invece che il centrosinistra approfitti dell’insperato – solo pochi mesi fa –  ritorno al governo per lanciare anche la prossima campagna elettorale su Roma, collaborando intanto alla sua ripresa.

Facciamo un breve riepilogo delle puntate precedenti. Nel giugno 2016, senza sorprese, il M5s vince le elezioni comunali di Roma e Virginia Raggi diventa sindaca, la prima e più giovane sindaca della Capitale. Qualche mese prima, il partito guidato da Matteo Renzi aveva fatto decadere il sindaco dem Ignazio Marino, eletto nel 2013, accusandolo in sostanza di incapacità.

Raggi inizialmente cerca consenso a sinistra, e piazza ai vertici dell’amministrazione alcuni esponenti vicini in precedenza al Pd o comunque al centrosinistra. Ben presto però la giunta perde pezzi, scoppiano vari scandali (come quelli dei fratelli Marra, vicini alla stessa sindaca), la qualità dei servizi pubblici non migliora come promesso, ma anzi se possibile peggiora, dai rifiuti ai servizi pubblici. Raggi sembra diverse volte in bilico, ma esce senza danni dalle inchieste giudiziarie. Il M5s in compenso perde fortemente consenso a Roma, e cede anche due municipi al centrosinistra. La sindaca annuncia che non si ricandiderà, nel M5s iniziano a circolare vari nomi di candidati possibili, a partire da Alessandro Di Battista, alleato-competitor di Luigi Di Maio. 

Nel frattempo, alla Regione Lazio, il centrosinistra di Nicola Zingaretti vince di nuovo le elezioni nel marzo del 2018 (è la prima volta che un presidente nel Lazio viene eletto due volte di seguito), anche se in consiglio non ha la maggioranza assoluta, ed è costretto a barcamenarsi tra centrodestra e M5s (o almeno, con la parte grillina che fa capo a Roberta Lombardi). Il Pd torna primo partito a Roma, anche se di misura. Un anno più tardi, Zingaretti viene eletto segretario democratico.

Nicola Zingaretti nel 2010 al Forum della PA di Roma. Foto diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Quando Zingaretti arriva al Nazareno, nel marzo 2019, i rapporti tra Pd e M5s sono al punto più basso. I grillini governano con la Lega, anche dopo che l’ex leader dem Renzi ha fatto saltare la possibile trattativa nel maggio 2018. Ma dall’entourage di Zingaretti arrivano da qualche tempo segnali meno ostili verso il M5s, cosa che accende vari scontri interni al Pd.

Il finale è noto: la Lega fa saltare il governo perché il leader Matteo Salvini pensa di poter provocare le elezioni anticipate e bissare il successo delle Europee di giugno 2019. Il M5s vede il bluff e alla fine nasce il governo Conte Bis, con dentro il Pd e Leu, nonostante un percorso tortuosissimo.

Sgomberiamo subito il campo da un equivoco: l’ipotesi che il Pd sostenga la giunta M5s a Roma sembra fuori discussione (e del resto questa settimana il partito di Zingaretti lo ha detto pubblicamente).
Prima di tutto perché i grillini sono maggioranza assoluta, non hanno bisogno di voti come succede in Parlamento. E il Pd, che fin qui ha fatto un’opposizione ad alzo zero contro Raggi (efficace o no, questa è un’altra questione…), non ha alcun interesse a fare da portatore d’acqua. Il partito di Zingaretti vuole tornare competitivo. Ma proprio perché i democratici vogliono andare da soli – o col centrosinistra – al governo in Campidoglio, hanno tutto l’interesse a far sì che il declino di Roma si inverta di qui al 2021, quando si tornerà a votare. Per poter poi raccogliere i voti dei grillini contro il centrodestra a trazione leghista nello scontro elettorale finale, dopo che nel 2016 l’elettorato di centrodestra aveva invece sostenuto il M5s contro il Pd.

Se prima di agosto il Pd poteva anche pensare di scommettere, pur con qualche rischio, sul perdurante stato di abbandono della Capitale e sulla manifesta incapacità fin qui dimostrata dalla Giunta Raggi, ora non è più così. Diventando oggettivamente alleati a livello nazionale del M5s, i democratici infatti saranno considerati responsabili, volenti o nolenti, anche della situazione a Roma, e dovranno temere gli umori degli elettori romani.

Come fare, allora? È immaginabile che scattino aiuti per Roma sia dal governo (come prevedeva peraltro uno dei punti del programma, quello sulla necessità di rendere la Capitale “sempre più attraente”) che dalla Regione. 

Piazza del Campidoglio, foto di Joanne Clifford diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Ma come si fa ad aiutare la città senza aiutare al tempo stesso direttamente il M5s, traendone comunque vantaggio? Qui entra in ballo l’esprit de finesse: non quello di Pascal, ma della politica.

La prima necessità, infatti, sarà quella di stemperare i toni. Dopo essersi presi a pesci in faccia per diversi anni, Pd e M5s dovranno cercare di ridurre le uscite polemiche. Cosa non facile, perché spesso la polemica gratuita è quel che serve a qualsiasi politico minore che brama un po’ di visibilità, e perché i social media sono il luogo perfetto per far rimbalzare gli scazzi.

Poi, occorrerà aiutare Roma a superare l’emergenza rifiuti, o almeno a cominciare a ripulire un po’ la città, e dei trasporti. Lasciarsi alle spalle la stagione degli sgomberi salviniani – su questo Pd e M5s sembrano già d’accordo – potrebbe essere un modo per alleggerire le tensioni. Ma è immaginabile anche che ci possano essere interventi sulle periferie. Non solo realizzando investimenti al più presto – in realtà si tratta del lascito dell’intesa tra la giunta e il governo Gentiloni – ma anche praticando una politica più soft, per esempio, sui migranti, evitando cioè di concentrarli in aree periferiche. Possibile che il Pd dia una mano al Campidoglio anche sulla questione del nuovo stadio di Tor di Valle, nonostante le proteste degli ambientalisti.
L’importante, insomma, sarà dare il segnale che la situazione sta migliorando.

Per ottenere questo risultato però, non c’è molto tempo. Le elezioni sono tra un po’ più di un anno e mezzo, quindi alla fine del 2020 si dovrà iniziare a tastare con mano che qualcosa è cambiato. Sempre comunque che la maggioranza nazionale tenga fino ad allora.

 

[La foto del titolo, The Day After, è stata scattata da Simone Ramella nel 2008 ed è stata diffusa su Flickr.com con licenza creative commons]

07-09-2019 | © Riproduzione riservata

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