Diversamente ultrà

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La morte di un supereroe fa sempre notizia, soprattutto se avviene per mano di un killer.
Ancora di più quando a morire di morte violenta è un “ladro gentiluomo”, un seduttore molto amato dalle folle come Diabolik.
“Diabolik” era il nome d’arte di Fabrizio Piscitelli, 53 anni, noto capo ultrà della Lazio, già balzato alle cronache negli anni passati con accuse di traffico di droga e di tentata estorsione. Arrestato dalla polizia tributaria nel 2013, nel 2016 la Guardia di Finanza gli aveva confiscato beni per oltre 2 milioni di euro.

La sua è stata una esecuzione in piena regola e in pieno giorno: freddato con un colpo di pistola mentre sedeva su una panchina, nella zona del Parco degli Acquedotti, a sud-est della capitale.
L’omicidio di Piscitelli sembra essere un nuovo segnale di quel legame sempre più solido che a Roma, come nel resto d’Italia, si sta stringendo fra il mondo delle curve e la criminalità organizzata, in alcuni casi col sospetto di un coinvolgimento che arriva anche alle dirigenze di alcune società calcistiche.
Nel 2018, a Ostia, la casa di un giornalista Rai, Federico Ruffo (autore qualche tempo prima di una inchiesta televisiva che evidenziava possibili legami fra gli ultras, la ‘ndrangheta e la dirigenza della Juventus), fu cosparsa di benzina a scopo intimidatorio. L’inchiesta che Ruffo aveva condotto, prendeva le mosse proprio dalla morte sospetta di un altro capo ultrà: quella di Raffaello Bucci, caduto da un viadotto in provincia di Torino, in circostanze non del tutto chiarite.

Lo stadio Olimpico nel 2012. Foto di Antonio Cinotti diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Parlando di capi ultrà e criminalità organizzata, a qualcuno di voi, forse, verrà in mente anche il caso mediaticamente clamoroso di Gennaro De Tommaso, detto Genny ‘a Carogna, un fan del Napoli in odore di camorra, che nel 2014 tenne in scacco una nazione, in diretta tv, bloccando la finale di coppa Italia fra Napoli e Fiorentina. Anche in quell’occasione, purtroppo, ci fu di mezzo un omicidio, avvenuto nei pressi dello stadio Olimpico: quello del tifoso partenopeo Ciro Esposito.

 

Tutta colpa degli ultrà?

Di fronte a fatti come questi, istintivamente, si sarebbe tentati dal costruire un teorema abbastanza semplice: gli ultrà sono spesso persone violente, quindi dove c’è violenza c’è criminalità e dove c’è criminalità ci sono regolamenti di conti.
È un teorema fin troppo scontato, che però tiene poco in considerazione un elemento principe, presente in molte di queste vicende: quello economico.
Intorno al mondo del calcio, come è noto, girano somme di denaro impressionanti. E altrettanto impressionante è il coinvolgimento popolare, le folle oceaniche che il calcio riesce sempre a movimentare.
La criminalità organizzata, la cui finalità principale è quella di fare cassa, ha capito l’importanza di questo fenomeno prima e meglio di tanti altri.
Per essere più efficace nel gestire tutto quel movimento di denaro che gira intorno agli stadi, da quello legato alla vendita dei biglietti delle partite, a quello del merchandising delle squadre e a tutto quanto di lucroso ruota intorno a quel mondo, la criminalità ha perciò bisogno di stringere e rinsaldare patti col mondo delle curve e con i suoi capi, che hanno i rapporti più stretti con la grande massa dei tifosi. Raffaello Bucci, guarda caso, coordinava il bagarinaggio delle partite della Juventus. Fabrizio Piscitelli gestiva il merchandising degli “Irriducibili”, il più noto gruppo di ultrà laziali.

Già solo grazie a questo tipo di movimentazione economica spicciola, gli utili risultano essere molto attraenti per chi punta a un facile guadagno, molto più attraenti e corposi di quanto a prima vista si potrebbe pensare. Ecco perché le mafie puntano a presidiare gli stadi, o direttamente con i propri uomini, o attraverso persone di fiducia. E presidiarli efficacemente significa anche colpire duramente e con le proprie macabre modalità, chi sgarra, chi si frappone, o chi favorisce gruppi concorrenti.

Un altro elemento di cui tenere conto per comprendere il fenomeno, è che le curve sono un importantissimo luogo di aggregazione sociale.

Giovani tifosi festeggiano in piazza a Roma, nel 2010. Foto di Remo Cassella diffusa con licenza creative commons su Flickr.com

In epoca social, lo stadio è uno dei pochissimi spazi, ancora vitali, in cui avvenga un’aggregazione fisica e non virtuale di persone. Lo stadio è quindi un luogo privilegiato, in cui poter condividere e propagandare idee e progetti e in cui poter fare nuovi adepti. Che si tratti del progetto criminale di una banda malavitosa, o delle idee politiche di un movimento, o semplicemente della coreografia di striscioni e bandiere da adottare per il prossimo derby, in ogni caso, allo stadio ci si conosce, ci si parla, si condividono emozioni, si fa amicizia, si fa gruppo, ci si organizza, ci si rivede all’occasione successiva, alla prossima partita.
Lo stadio è quindi un luogo di riunione, potenzialmente benefico ed è anche una cartina di tornasole della nostra miopia. Per “nostra” intendo quella di una società che, anziché utilizzare il potenziale positivo che potrebbe ruotare intorno al tifo, sfruttandone la movimentazione economica e il valore aggregativo (anche a vantaggio di quel resto della cittadinanza che non frequenta gli stadi), lascia da decenni che il fenomeno sia gestito da gruppi ai confini della legalità, che finiscono per invertire di segno a quel potenziale, facendolo diventare fonte di criminalità, di degrado e di violenza.
Da elemento di aggregazione, il tifo diventa così un pericolo sociale e non certo per sola colpa degli ultrà, che sono il prodotto, più che la causa, di questo processo.
L’errore di fondo è lasciare senza guida e senza controllo il fenomeno. Perché laddove c’è un vuoto, qualcuno prima o poi lo andrà a coprire e, in questo caso, a coprire il buco ci hanno pensato le organizzazioni criminali.

Quando il derby crea benessere sociale

Ho parlato delle curve degli stadi come di un “benefico luogo di riunione”, che potrebbe portare un “vantaggio per tutta la cittadinanza”.
Da dove nasce questa mia idea, visto che la curve spesso sono solo luoghi di svago e di sfogo, frequentati da gruppi in molti casi violenti, spinti da una mentalità barbara e medievale?
A dire il vero, la loro mentalità non è poi così “medievale” come sembrerebbe, visto che il Medio Evo, quello vero, riuscì a trasformare in positivo alcuni fenomeni analoghi.
Anche nei secoli passati, infatti, esisteva qualcosa di simile al fenomeno degli ultrà: gruppi di “faziosi” armati, pronti a menar le mani, capaci di mettere a ferro e fuoco interi paesi, prima o dopo una gara sportiva.
Per fortuna, alcune istituzioni dell’epoca compresero, in modo sorprendente, come trasformare quel potenziale pericolo in una risorsa, mettendolo al servizio della collettività.
Per capire questo meccanismo possiamo osservare un esempio positivo ancora attuale, che ha attraversato i secoli indenne, giungendo fino a noi: mi riferisco a Siena, con la sua storia, le sua rivalità contradaiole, la sua organizzazione sociale e, soprattutto, il suo Palio.

Lo stadio è un luogo di riunione, potenzialmente benefico ed è anche una cartina di tornasole della nostra miopia. Anziché utilizzare il potenziale positivo che potrebbe ruotare intorno al tifo, sfruttandone la movimentazione economica e il valore aggregativo, lasciamo da decenni che il fenomeno sia gestito da gruppi ai confini della legalità, che finiscono per invertire di segno a quel potenziale, facendolo diventare fonte di criminalità, di degrado e di violenza.

Chi la guarda con occhi superficiali, può trovare Siena una città piena di contraddizioni.
Relativamente piccola, eppure divisa in ben diciassette contrade.
Con rivalità feroci fra nemici, ma al tempo stesso con un forte senso comune, l’orgoglio di appartenere a un’unica comunità.
Con una corsa equestre, simbolo della città, che fa storcere il naso a chi la ritiene dura e crudele (a cominciare dagli animalisti), ma che contemporaneamente è permeata da un rispetto sacro per i cavalli, venerati come semidei, coccolati, amati, protetti.
Come è possibile che una gara come il Palio, che, da secoli, divide la città in lotte feroci e fratricide (lotte che movimentano anche fiumi di denaro, fra scommesse lecite e clandestine, ingaggi e tentativi di corruzione verso le contrade rivali), anziché lacerare il tessuto sociale di quella città, lo ha rinsaldato, rendendo Siena uno dei luoghi più attraenti e pacifici d’Italia?
E perché, a Siena, le rivalità fra tifoserie avverse (rivalità secolari e sentite in modo profondissimo), di norma sfociano solo in qualche scazzottata di gruppo, ma mai in omicidi o in ferimenti gravi, come purtroppo avviene nei nostri stadi, ad esempio durante un derby?

Al Palio di Siena, nel 2017. Foto di PGKreling diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

La risposta è semplice e, forse, anche un po’ inattesa.
Siena ha capito, da tempo, che, anziché lasciare un fenomeno di rivalità sportiva in balia di se stesso, c’era bisogno di istituzionalizzarlo, di dargli un valore sociale, di metterlo al servizio del bene comune. E così gli “ultrà” senesi, cioè i capi che guidavano le contrade, spesso dei facinorosi pronti a scannarsi pur di fare arrivare il proprio cavallo davanti a tutti gli altri, poco alla volta sono diventati delle vere e proprie istituzioni. Nel senso pieno del termine.

Il Comune, contemporaneamente, ha assimilato e regolato quella “filosofia parallela” che era alla base del Palio, depurandola da forme di violenza, in una modalità che fosse condivisa da tutti.
Oggi, come si può leggere anche dal sito del Comune di Siena, le contrade sono dotate di una struttura codificata, elettiva, uniforme e ufficialmente riconosciuta: “La Contrada è un’istituzione democratica, un ente indipendente e sovrano di antica origine. Ogni Contrada è governata da un Seggio, detto anche Sedia Direttiva. Il mandato del Seggio dura due anni ed è rinnovabile con il consenso degli elettori. Ciascuna Contrada ha il proprio Statuto. Il capo della Contrada e suo più alto rappresentante è il Priore”.
Ogni contrada senese, così strutturata, non solo si occupa dell’organizzazione del Palio, ma reinveste gli utili provenienti dalle proprie attività, al fine di migliorare la città. Molte opere pubbliche senesi sono state finanziate, in tutto o in parte, proprio dalle contrade. E’ un po’ come se i “Drughi” (gruppo di ultrà juventini) finanziassero il restauro della Mole Antonelliana, o gli “Irriducibili” della Lazio si occupassero del rifacimento dell’asfalto sul Lungotevere.

Cercare di affrontare il problema solo in termini di pubblica sicurezza, senza comprenderne i meccanismi anche su un piano sociale, rischia invece di essere una toppa peggiore del buco, che può rendere la questione ancora più pericolosa e negativa. Un modo per curare il sintomo, lasciando che si propaghi la malattia

Ogni contrada ha inoltre creato e gestisce strutture di assistenza sociale e sanitaria, biblioteche, musei, centri sportivi, fondi contributivi riservati ai contradaioli meno fortunati, ecc.
La contrada, quindi, è, contemporaneamente: un gruppo ultrà, un piccolo municipio, un ente previdenziale, una onlus, un’istituzione culturale, un centro sociale.

Al Palio di Siena, nel 2017. Foto di St Prie diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Ecco quindi cosa intendo quando parlo di “potenziale positivo a vantaggio di tutta la cittadinanza”: la possibilità di trasformare in fonte di benessere quella che in origine è solo una rivalità fra opposte tifoserie. Ed ecco cosa fa in modo che nessun senese, fosse anche il più rozzo e violento, travalichi, di solito, certi limiti.
La rete organizzativa gestita da ogni contrada svolge una funzione di controllo, che riesce a stemperare gli eccessi. Ma, soprattutto, ogni contradaiolo tende ad autoregolarsi, sapendo in cuor suo di ricoprire un ruolo, sapendo di essere, a suo modo, un ambasciatore della propria contrada, sapendo che il fine di ogni contrada non è solo quello di vincere, ma anche quello di essere da esempio e da punto di riferimento per i cittadini.

gli “ultrà” senesi, cioè i capi che guidavano le contrade, spesso dei facinorosi pronti a scannarsi pur di fare arrivare il proprio cavallo davanti a tutti gli altri, poco alla volta sono diventati delle vere e proprie istituzioni

Tutto ciò favorisce e stimola un autocontrollo (perlomeno rispetto a gesti particolarmente efferati) altrimenti impensabile e fa sì che una gara come il Palio, che muove un importantissimo giro di denaro, di scommesse e persino di corruzione, sia rimasta per secoli un fenomeno popolare a suo modo puro, senza significative contaminazioni malavitose.

Sterzare in curva

Tornando al mondo degli stadi e delle tifoserie calcistiche, è proprio partendo dall’esempio senese che ritengo utile, dunque, innanzi tutto non negare che anche all’interno degli stadi e delle società calcistiche possa esistere, come avviene a Siena durante il Palio, un microcosmo con una propria struttura sociale, con propri ruoli, una propria morale, delle proprie dinamiche e una propria economia parallela.

Negarlo e non occuparsene, lascia in mano alla violenza, al malaffare, o, peggio, a ben strutturate organizzazioni criminali, tutto quel mondo e quella economia. Con effetti spesso devastanti.
Cercare di affrontare il problema solo in termini di pubblica sicurezza, senza comprenderne i meccanismi anche su un piano sociale, rischia invece di essere una toppa peggiore del buco, che può rendere la questione ancora più pericolosa e negativa. Un modo per curare il sintomo, lasciando che si propaghi la malattia.
E’ dunque il caso di prendere atto del fenomeno, analizzarlo attentamente senza pregiudizi e guidarne lentamente una trasformazione in senso positivo, per depurarlo dai suoi aspetti più violenti e criminali.
Ci sono riusciti quei “barbari” e “retrogradi” uomini del medioevo.
Certo, serve probabilmente un cambio di prospettiva, ma possiamo provarci anche noi.

[L’immagine del titolo è un particolare di una foto di Adam Lloyd del 2015, sul derby Roma-Lazio]

20-08-2019 | © Riproduzione riservata

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