Se si muove Caltagirone

di

Mercoledì scorso il direttore del “Messaggero”, il giornale del finanziere e costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, ha chiesto le dimissioni della sindaca Virginia Raggi, dopo tre anni di “sfascio”.

L’editoriale firmato da Virman Cusenza, sparato in prima pagina con un titolo durissimo, “Raggi incapace, Roma muore”, citava una lunga serie di insuccessi dell’amministrazione M5s, sottolineando in particolare che “Il dissesto delle aziende partecipate, accanto al debito record che pesa sulle spalle dei romani, è l’emblema dell’incapacità amministrativa”. L’intervento si concludeva con la richiesta di nuove elezioni, con due di anni di anticipo rispetto alla scadenza ‘naturale’ del 2021.

Raggi e il Movimento Cinque Stelle hanno risposto accusando il giornale di essere un ‘organo’ della Lega, dopo che lo stesso leader leghista Matteo Salvini, che è anche vice premier, ha parlato di “un programma alternativo” per Roma.

La sede del quotidiano “Il Messaggero”, a Roma. Foto di David Macchi. La foto è stata pubblicata su Flickr.com con licenza creative commons nel 2012

 

L’ASSIST AD ALEMANNO

Non è la prima volta che Caltagirone scende in campo, in prima persona o attraverso il giornale, sulla questione del governo del Campidoglio. Nel 2008 aveva bocciato l’operato di Walter Veltroni, che aveva lasciato anticipatamente la carica di sindaco per diventare segretario del Pd, fornendo un buon assist a Gianni Alemanno.

“Discontinuità”, fu la richiesta di Caltagirone, che dopo le elezioni accusò Veltroni di aver affossato l’economia romana.

Tra i vari punti di scontro tra Veltroni e il potente imprenditore c’era il nuovo piano regolatore varato dalla giunta di centrosinistra (e poi di fatto mai attuato). Un piano attaccato per alcune varianti, poi ritirate all’ultimo minuto, che avrebbero premiato alcuni concorrenti del proprietario del “Messaggero”, in un momento in cui cominciava la forte flessione dell’immobiliare.

Come andò a finire l’esperienza della giunta guidata dall’ex golden boy della destra romana è cosa nota. Alemanno perse nel 2013 al ballottaggio contro l’outsider Ignazio Marino, dopo un quinquennio di cambi di assessori, nomine discusse ai vertici delle società partecipate, insuccessi vari e critiche.

Poi Alemanno rimase coinvolto nella vicenda di Mafia Capitale, e recentemente è stato condannato in primo grado a sei anni di reclusione per corruzione e finanziamento illecito ai partiti.

Probabilmente non molti ricordano, invece, che appena arrivato al Campidoglio Alemanno cambiò in anticipo i vertici dell’Acea (di cui il Comune ha il 51%) per far posto a Marco Staderini, ex amministratore delegato di Lottomatica, ex membro del Cda Rai, legato all’Udc di Pier Ferdinando Casini, all’epoca genero di Caltagirone. Il finanziere, peraltro, era in quel momento il secondo azionista di Acea, dopo il Comune.

La giunta di destra non riuscì però a portare a termine il progetto di vendere il 20% della società, rinunciando così alla maggioranza assoluta. All’epoca, furono in molti a ipotizzare che sarebbe stata una mossa per consentire a Caltagirone di aumentare il suo pacchetto azionario.

Nel 2013 comunque, Alemanno nominò i nuovi vertici di Acea, tra il primo e il secondo turno delle elezioni comunali. Il nuovo AD era Paolo Gallo, già direttore generale di Acea, che restò al comando pochi mesi – poi Marino a sua volta decise di cambiare i vertici – e se ne andò con una bella buonuscita per andare a lavorare in un’altra società, Grandi Stazioni, di cui Caltagirone era uno degli azionisti maggiori.

Lex sindaco di Roma Gianni Alemanno, nel 2010 a Bruxelles. la foto è stata pubblicata sul sito Flickr.com con licenza creative commons

 

IL PASSO INDIETRO DA ACEA

Nel 2016, quando Raggi vinse le elezioni, Caltagirone decise di ridurre la propria presenza in Acea, preoccupato dai proclami M5s sull’acqua pubblica, e vendette gran parte della propria quota Acea alla multiutility francese Suez, che oggi controlla oltre il 23%. Il costruttore ed editore però non è mai sparito dalla scena: conserva comunque un rilevante 5%, ed è entrato a sua volta nel capitale di Suez.

Nell’editoriale di Cusenza si parla anche di Acea, definito “gioiello dai conti floridi (a riprova che la cura e il controllo dei privati giova anche a chi vorrebbe addirittura l’acqua pubblica)”, che però è rimasta “coinvolta con l’arresto di un presidente nominato dal nuovo corso cinquestelle nel declassamento generale della città”. Il riferimento è alla vicenda dell’arresto di Luca Lanzalone, nell’ambito della vicenda della costruzione dello stadio della AS Roma.

Di rifiuti romani, invece, finora Caltagirone sembra non aver mai voluto occuparsi, nonostante la sua Cementir sia molto attiva all’estero nella gestione dei rifiuti urbani e industriali. Nel 2012, come raccontato più tardi da La Repubblica, Caltagirone avrebbe rifiutato la proposta dell’imperatore dei rifiuti Manlio Cerroni di acquisire i suoi impianti nel Lazio. Secondo il portavoce di Caltagirone, perché l’imprenditore voleva tenere i business distinti e temeva possibili problemi con la malavita (la famosa ecomafia), secondo gli uomini di Cerroni per una questione di prezzo.

Di rifiuti però si vuole occupare di più Acea, che nel suo piano industriale approvato ad aprile ha deciso di investire 300 milioni di euro per il “rafforzamento del ciclo del trattamento dei rifiuti, in coerenza con gli obiettivi di sviluppo di un’economia circolare, in particolare permettendo al Gruppo di entrare come operatore di rilievo nel trattamento e nel riciclo della carta e della plastica”.

La centrale termoelettrica di Acea a Tor di Valle. Foto Acea

 

A CHI TIRA LA VOLATA?

Che Caltagirone non ami il M5s, né al Campidoglio né al governo, è evidente. In un discorso pubblicato l’8 giugno scorso dal suo stesso giornale (“Democrazia diretta e controllo delle masse”), pur senza nominare direttamente il partito di Casaleggio e Di Maio  ha messo alla gogna la “democrazia diretta”: “È sotto gli occhi di tutti, credo, che le scelte basate sul gradimento, o sulla gradevolezza, portino, come avvenuto in molte parti del nostro Paese, al potere soggetti non capaci di governare”.

Ma su chi punta stavolta l’editore del Messaggero? L’uno-due del giornale e di Matteo Salvini nello stesso giorno contro Raggi sembrerebbe indicativo. (anche se non è detto che poi vada esattamente così).

Se si andasse al voto a Roma, oggi, stando almeno ai dati delle elezioni europee (dove però ha votato meno del 50% degli aventi diritto), la Lega, alleata con Forza Italia e Fratelli d’Italia, e più forte nelle periferie, sarebbe oltre il 40%.  Il centrosinistra ( il Pd è il primo partito col 30,6%) poco sotto quella percentuale.

Il leader della Lega Matteo Salvini, vice premier e ministro dell’Interno. Foto Lega

Ovviamente, una diversa affluenza al voto potrebbe modificare i rapporti di forza, come le figure dei vari candidati sindaci. Alla Lega converrebbe sfruttare il momento, sulla scia del successo delle Europee, mentre il M5s probabilmente non ha nessuna intenzione di fare un piacere all’alleato/avversario scegliendo la strada delle elezioni anticipate.

Ma i grillini, col loro 17,6%, sarebbero comunque determinanti al ballottaggio. Se quindi Caltagirone puntasse troppo esplicitamente sul candidato della Lega, potrebbe provocare una reazione ostile.

Più difficile invece che il finanziere scelga di sostenere il centrosinistra, anche perché rapporti con l’attuale segretario del Pd Nicola Zingaretti non sono mai stati buoni.

[La foto del titolo, del 2013, è stata distribuita dal Gruppo Caltagirone con licenza creative commons su Flickr.com]

20-06-2019 | © Riproduzione riservata

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*