RISCALDAMENTO CAPITALE

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Leggi “riscaldamento globale” e pensi che riguardi altri posti, lontani, esotici. Magari le isole del Pacifico che rischiano di essere sommerse. O gli orsi bianchi dell’Artico minacciati dallo scioglimento dei ghiacci. O la barriera corallina che si sta disintegrando. Tutti eventi estremi, collocati da qualche parte nel futuro: il 2030, il 2050 o la fine del secolo, forse anche più tardi. Il che lascerà certamente tempo alle meravigliose scoperte della tecnica di fornirci una soluzione utile!, continuano a sperare in molti, forse anche per paura di scoprire che potrebbe non essere così.

Ma la caratteristica principale del riscaldamento globale è appunto quella di interessare, in misura ovviamente diversa, tutto il mondo, dunque anche Roma. Anche se la nostra città ha sempre goduto di condizioni climatiche ottime, a pensarci, con almeno sette mesi di temperature gradevoli (da aprile a ottobre), vicina al mare e non lontana dalle montagne, attraversata dal fiume, baciata dal sole e bagnata il giusto dalle piogge.

Dati alla mano, però, la situazione nel corso degli ultimi decenni è cambiata, e dunque anche Roma deve iniziare rapidamente (o meglio, avrebbe già dovuto iniziare) ad adattarsi al global warming e ai suoi effetti. Ad adattarsi, non a evitare gli effetti. Perché tutti gli scenari formulati dalle istituzioni scientifiche internazionali prevedono comunque diverse conseguenze, più forti man mano che le temperature globali aumenteranno oltre i 2 gradi. Perché i cambiamenti sono già iniziati.

Secondo il National Oceanic and Atmospheric Administration, il 2017 è stato il terzo anno più calda per la Terra e il quinto per l’Europa, da quando si registrano le temperature.

In Italia, l’estate dello scorso anno è stata la seconda più calda mai registrata dal 1800, seconda solo al 2003, quella in cui morirono centinaia di anziani.
Anche il mese di gennaio è stato insolitamente caldo, a Roma e in altre zone del Mediterraneo. I primi dieci giorni sono stati tra i più caldi dagli anni Cinquanta. Poi però è arrivata la neve, a fine febbraio. Ha piovuto abbondantemente, le strade si sono riempite di buche (non solo nella Capitale, a dire il vero) e le temperature si sono abbassate. I giornali hanno parlato di “primavera ritardata”.

Non che non ci siano precedenti, nel corso degli ultimi 100 anni. Di sicuro, ognuno di noi ricorda qualche episodio di caldo anomalo. Io vado spesso col pensiero a un marzo, sulla fine degli anni 70, così caldo che a Ostia cominciammo a fare il bagno con due mesi d’anticipo.
La meteorologa Franca Mangianti, presidente dell’associazione Bernacca e per 40 anni a capo dell’osservatorio meteorologico del Collegio Romano, mi spiegava qualche settimana fa che il meteo, a Roma, sembra avere schemi trentennali. Ma ciò non toglie, aggiungeva, che il più generale cambiamento climatico esiste, eccome.

 

PRIMA DI TUTTO: DI COSA DOBBIAMO PREOCCUPARCI?
GLI EFFETTI PRATICI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Prima di continuare a ripetere cambiamento climatico, col rischio di provocare l’impressione che la questione riguardi solo gli “addetti ai lavori”,  è il caso di spiegare quali saranno i probabili effetti (alcuni già si avvertono, lo abbiamo detto e lo ripeteremo) nella Capitale.
Perché si tratta di effetti concreti, anche nella salute e nelle abitudini delle persone.

Il problema principale sarà quello della siccità, già sperimentata la scorsa estate, quando sembrava che Acea stesse per chiudere i rubinetti per almeno qualche ora al giorno (quest’anno però la situazione è migliorata, anche se l’azienda non ha ancora presentato i dati).
Con l’aumento delle temperature e la diminuzione delle piogge crescerà anche il livello dell’ozono e degli inquinanti, come le polveri sottili, prodotti dal traffico e dal riscaldamento nei condomini. Questo, ovviamente, a meno che non saranno adottati nuovi e più stringenti limiti alle emissioni atmosferiche. O che non cambieranno per esempio i sistemi di riscaldamento (e di raffeddamento) degli edifici.

Il caldo crescente metterà maggiormente a rischio la salute di alcune fasce di popolazione, soprattutto gli anziani e le persone che hanno problemi di salute.

Ma anche se pioverà di meno, aumenteranno i nubifragi e le cosiddette bombe d’acqua, precipitazioni improvvise e violente che in poco tempo rovesciano buona parte della pioggia attesa in un anno.

 

Gli effetti di un nubifragio a Roma, nell’ottobre 2011. Foto di Allo Urbo, pubblicata su Flickr.com con licenza Creative Commons

 

In seguito all’innalzamento del livello dei mari, provocato in parte dal riscaldamento delle acque (quando l’acqua si riscalda il suo volume aumenta) e soprattutto dallo scioglimento dei ghiacci polari, anche il litorale di Roma rischierà di finire sott’acqua.

E infine, il cambiamento delle condizioni climatiche avrà – ha già – effetto anche sulla fauna. Pensate agli innocui pappagallini verdi che da tempo si sono insediati nei parchi e nei giardini di Roma, grazie al clima più mite. Oppure alla meno innocua epidemia recente di Chikungunya trasmessa dalle zanzare tigre.

Tutto questo può destare allarme. Anzi, dovrebbe destarlo, perché ignorare i possibili problemi di questa portata potrebbe comportare conseguenze più gravi.
Ma oltre ad allarmarsi, occorre fare qualcosa. Che significa anche spendere denaro, per limitare i danni. Ecco perché il riscaldamento globale è una questione anche politica, e peserà sui nostri conti.

É chiaro che i problemi non li potremo affrontare soltanto a Roma (e che nella città alcune zone avranno problemi diversi da risolvere). Ma saremo comunque costretti a farlo. Eppure oggi la Capitale non ha un piano per l’adattamento al riscaldamento globale. Né ce l’ha il Lazio, mentre quello nazionale dovrebbe essere approvato definitivamente entro il 2018.

Il lago di Bracciano nell’estate 2017. La foto è stata pubblicata dal quotidiano “La Stampa”

 

CALORE

Ad agosto dello scorso anno, il 2017, la temperatura media a Roma, registrata dalla stazione dell’Urbe, sulla Salaria, è stata di 31,1 gradi. Un caldo intenso, anche per la Capitale, e superiore alla media del 30,3 registrata nello storico agosto 2003, in quell’estate in cui il caldo fece migliaia di morti in Europa, soprattutto tra le persone anziane.
Dal 2 al 10 agosto 2017 il bollettino del ministero della Salute segnalò tutti i giorni nella Capitale il livello massimo dell’ondata di calore, il numero 3, vale a dire una condizione d’emergenza “con possibili effetti negativi sulla salute di persone sane e attive e non solo sui sottogruppi a rischio come gli anziani, i bambini molto piccoli e le persone affette da malattie croniche. Tanto più prolungata è l’ondata di calore, tanto maggiori sono gli effetti negativi attesi sulla salute”.

Se leggiamo le medie annuali degli ultimi 10 anni, ci accorgiamo che la temperatura media a Roma sta salendo. Nel 2017 è stata di 19 gradi, nel 2016 di 18,8, nel 2014 di 18, nel 2012 di 17,6, nel 2009 di 17,4, nel 2006 di 15,1 gradi. I 17 e 18 gradi sono stati superati alcune volte nei decenni scorsi (nel 1992 o nel 2003, per esempio). Poi le medie sono calate e di nuovo aumentate. Sembra lo schema trentennale di cui parlava la meteorologa Mangianti, appunto.

A Roma “si osserva un costante e progressivo aumento, più marcato proprio negli ultimissimi anni. Tale aumento, nell’ultimo trentennio, è stato di mezzo grado annuo e riguarda essenzialmente le temperature minime, che hanno subito un incremento di circa un grado mentre è meno evidente per i valori massimi. A livello stagionale, l’aumento termico risulta più sensibile nelle stagioni estreme rispetto a quelle intermedie. Tra i mesi più caldi rispetto al passato spiccano agosto e ottobre, marzo e luglio, con un incremento rispettivo di 0.8°C di 0.7°C; tutti gli altri mesi, comunque, hanno subito aumenti più o meno marcati ad eccezione di aprile e settembre che non hanno subito variazioni”, scrivevano nel 2008 Mangianti e Francesco Leone in uno studio, analizzando i dati dal 1977 al 2008 della storica stazione meteo del Collegio Romano.

A livello italiano, non si tratta certo di una variazione momentanea.  E l’aumento delle temperature è più forte che altrove. Il tasso di crescita della temperatura negli ultimi 30 anni è quasi quattro volte più forte di quello calcolato sugli ultimi due secoli, spiegava nel 2014 un rapporto del ministero dell’Ambiente, aggiungendo che in Italia è circa il doppio rispetto a quello globale.

I vari scenari futuri (stiamo parlando di dati tratti da una pubblicazione del 2015 dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ISPRA) prevedono tutti per l’Italia un aumento più o meno marcato delle temperature rispetto al trentennio 1971-2000.

Utilizzando la media d’insieme, nel periodo 2021-2050 l’aumento sarebbe compreso tra 1,25 e 1,75 gradi. Nel 2041-2070 (quando probabilmente io sarò già morto, ma non i miei figli, e i miei eventuali nipoti saranno giovani adulti) tra 1,75 e 2,25 gradi, nel 2061-2090 tra 2 e 2,5 gradi.

Le mappe variano da modello a modello, ma in genere Roma non fa eccezione: la temperatura è destinata comunque a salire. E aumenteranno nei decenni, prevede ancora l’Ispra, i giorni caratterizzati da ondate di calore, in particolare sul versante occidentale dell’Italia. Nel trentennio 2061-2090 si andrà da 30-90 giorni in più secondo un modello intermedio fino ai 76-182 dello scenario peggiore.

La fontana della Barcaccia. Foto di Istvan del 19 giugno 2017, pubblicata su Flickr.com con licenza Creative Commons

 

I MORTI PER IL CALDO (E PER IL FREDDO)

L’estate del 2017, nonostante le temperature elevate, “non ha fatto registrare un impatto significativo sulla salute della popolazione in termini di incrementi della mortalità e degli accessi al pronto soccorso” in Italia, scrive il Dipartimento di Epidemiologia del Lazio in una relazione per il Progetto nazionale Prevenzione effetti del caldo nelle città italiane.
In altre parole, non ci sono stati tutti i morti che pure ci si sarebbe potuti aspettare.

Anche a Roma: nella stima dei decessi attribuibili al caldo elaborata dal Dipartimento, una specie di classifica nera dei morti registrati tra il 1992 e il 2017, la Capitale conta 776 vittime nel 2002, 769 nel 2003, 693 nel 2008, 607 nel 2010, 648 nel 2015 e solo 114 nel 2017.

Si tratta di stime, che possono variare (nel caso dello scorso anno il minimo è a 136 decessi, il massimo a 322), ma che fanno capire bene la tendenza: ci sono stati meno morti.  
Anche se, secondo i dati, a Roma la mortalità estiva (confrontando la mortalità effettiva rispetto a quella attesa tra maggio e settembre) è stata più ampia rispetto a quella della maggior parte delle altre città.

Cosa è accaduto nel 2017? Che ha fatto molto caldo, sì, ma c’è stata meno umidità, e quindi meno disagio bioclimatico, dicono i ricercatori del Dipartimento di Epidemiologia del Lazio.
Ma è successa anche un’altra cosa: a gennaio dello scorso anno il tasso di mortalità è stato il più elevato degli ultimi cinque anni, soprattutto tra gli le persone con più di 85 anni. Apparentemente, l’aumento dei morti, a livello nazionale, è stato causato dall’ondata di freddo e dall’epidemia influenzale. Quindi, l’ipotesi è che molte persone “a rischio” siano morte prima dell’arrivo del caldo estremo.

Ma non ci sono solo gli anziani, di cui tenere conto. Secondo il ministero della Salute, con solo 1 grado di aumento della temperatura aumentano dello 0,8% gli incidenti sul lavoro, dell’1,9% le nascite pre-termine, addirittura del 5,4% le morti dovute ai disturbi psichici.

I piani di prevenzione per le ondate di calore, che dopo l’estate del 2003 vengono applicati più rigorosamente, prevedono visite dei medici ai cosiddetti anziani fragili. Questi interventi hanno probabilmente ridotto la quota di morti associate al caldo tra gli anziani a rischio, ma nel frattempo quella quota è aumentata tra adulti che soffrono di malattie psichiche, disturbi neurologici e psichiatrici. Dunque la sanità pubblica deve occuparsi meglio anche di questa fascia di popolazione.

Secondo gli esperti, poi, per far fronte alle ondate di calore non bastano misure-lampo: servono, per esempio, “piani di urbanizzazione comprendenti aree verdi e criteri più stringenti di isolamento termico degli edifici”, dice un articolo che sarà pubblicato sulla rivista Epidemiologia e Prevenzione e che ho potuto leggere in bozze).

 

IL MARE SALE

Uno studio coordinato dall’Enea (l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, l’ex ente italiano per il nucleare), pubblicato nel 2016, dice che nei prossimi 100 anni l’innalzamento del Mediterraneo subirà un’accelerazione. Se nell’ultimo millennio il livello delle acque è cresciuto di circa 30 centimetri, in un secolo aumenterà di oltre 90 centimetri. E tra le 33 aree a rischio a causa dell’aumento del mare inserisce l’area costiera del Tevere.
Ma che significano questi numeri? Come si possono rappresentare?

Surging Seas (mari che si sollevano) è un progetto di Climate Central, un’organizzazione non profit americana che si occupa di informazione sulle scienze del clima. Immettendo nel suo database il nome di una località costiera, si vedono i presunti effetti sul suo territorio di un aumento della temperatura globale a 2 gradi oppure a 4 gradi.

 

Ecco. Questa è l’area del litorale romano. La mappa non dice quando potrebbe accadere  (in teoria, verso il 2060, cioè tra una quarantina d’anni, secondo la media d’insieme dei vari modelli), ma mostra solo gli effetti a una certa temperatura: a sinistra con +4°, a destra con +2°.

La mappa che segue invece indica la situazione con un aumento del livello del mare di un metro e mezzo (lo scenario indicato dall’Enea è di un innalzamento di 1,4 metri, non molto diverso).

Questa ipotesi non tiene conto del possibile sollevamento della piana di Roma-Fiumicino, un fenomeno geologico in corso in questi anni che potrebbe annullare di fatto o ridurre gli effetti dell’innalzamento del livello del mare.
Non ci sono certezze definitive, ma la mappa dà un’idea piuttosto chiara di quello che potrebbe accadere in qualche decina di anni.

L’aeroporto Leonardo Da Vinci, della cui quarta pista da costruire si continua a parlare, finirebbe praticamente a mollo. Il piano di sviluppo dello scalo ne tiene conto? O scommette sul sollevamento della piana? O sulla fortuna?
Ma andrebbe sott’acqua anche gran parte del territorio di Fiumicino. Ostia verrebbe in parte risparmiata, anche se gli stabilimenti balneari finirebbero sotto il mare. E l’acqua si riprenderebbe anche la zona nota come Stagni (nomen omen), oltre a parte dell’Infernetto.

L’entroterra del Lido, ancora a fine Ottocento, era una palude, che fu poi bonificata dai braccianti venuti dalla Romagna, grazie alla costruzione di canali e all’attivazione di pompe di sollevamento dell’acqua. Durante la Secondo Guerra Mondiale l’area venne occupata dalle truppe tedesche, gli abitanti di Ostia vennero sfollati e le pompe idrovore furono spente, perché ci aspettava un possibile sbarco degli alleati. Gli alleati poi sbarcarono più a sud, ad Anzio. Nel frattempo, la palude riprese il sopravvento.
In quell’area oggi, che è già parzialmente sotto il livello del mare, vivono decine di migliaia di persone. Resteranno lì? Dovranno essere spostate altrove, se non tutte, almeno una parte? Intanto, ci sarà da calcolare i costi degli interventi necessari sulle infrastrutture, per esempio sulla via del Mare. La strada che dovrebbe servire anche il futuro stadio della Roma.

 

GLI ALLAGAMENTI

Le esondazioni del Tevere, a Roma, sono un fatto storico. In centro si trovano spesso, incise sul marmo, linee che ricordano il livello raggiunto dall’acqua in un certo anno. La stessa storia che circola sull’origine della Fontana della Barcaccia di piazza di Spagna, opera della famiglia di scultori Bernini, parla di un’imbarcazione trascinata fin lì dalla piena del fiume alla fine  del Cinquecento, che avrebbe poi dato l’idea a Pietro Bernini.

Dopo la conquista di Roma nel 1870 da parte delle truppe italiane, coi grandi lavori eseguiti sul fiume il fenomeno delle esondazioni diminuì nettamente, almeno nel nucleo urbano. Anche se qualche piena maggiore continuò a verificarsi in certe zone.

Ma un recente studio –  il piano “Roma Sicura” diffuso nei mesi scorsi dall’Autorità di Distretto idrografico dell’Italia Centrale – indica che, anche a causa della diversa distribuzione delle piogge, il rischio di esondazioni rischia di aumentare.

L’Isola Tiberina nel novembre 2012, durante la piena del Tevere. Foto di Pietromassimo Pasqui, pubblicata su Flickr.com con licenza Commons Creative

 

Cito: “ Il rischio oggi riguarda un territorio urbano di 1.135 ettari dove vivono e lavorano circa 250.000 persone, è la più elevata esposizione d’Europa. Roma ha zone che non reggono nemmeno un acquazzone, come abbiamo visto il 10 settembre e il 5 novembre scorsi (del 2017), piste di Fiumicino comprese. Inutile stupirsi quando il sistema fognario è in parte non in perfetta efficienza, manca la corretta e continua manutenzione dei tombini e sono inefficienti e in gran parte scomparse per sversamento di rifiuti e vegetazione spontanea circa 700 km di indispensabili vie d’acqua tributarie del Tevere e dell’Aniene: canali, fossi, sistemi di scolo”.

Gli allagamenti, negli ultimi anni, si sono in effetti moltiplicati. In sette anni si sono verificati almeno 17 casi di allagamenti vasti, documenta un dossier di Legambiente. Uno nel 2010, uno nel 2011 (soprattutto in periferia), due nel 2013, due nel 2014, cinque nel 2015, cinque nel 2016, almeno uno nel 2017.

Ora guardate la mappa che segue, che è inserita nel piano “Roma Sicura” e indica in giallo le zone a rischio idraulico. Confrontatela con le cartine sul possibile sollevamento delle acque marine nei prossimi decenni. In gran parte coincidono.

Questa carta ci dice anche (linee rosse e linee blu) che ci sono ampi tratti con manutenzione programmata. Ma il piano indica che in tutto, per garantire la sicurezza serve oltre 1 miliardo di euro per i prossimi 10 anni. Circa 100 milioni sono già disponibili. Ma ne serviranno, ogni anno, di qui almeno al 2028, altri 100. Solo per la sicurezza idrica.

 

[La foto principale, Heatwave, è di Apionid ed è stata diffusa su Flickr.com con licenza Creative Commons]

23-05-2018 | © Riproduzione riservata

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