La discarica c’è, ma non si vede

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Mercoledì scorso l’assessora all’Ambiente della Capitale, Pinuccia Montanari, col suo solito stile ruvido, detto che la giunta non prevede sul territorio comunale alcuna discarica per i rifiuti, perché l’orizzonte è quello della cosiddetta “economia circolare”, quindi raccolta differenziata e riciclaggio al massimo e zero rifiuti indifferenziati.

Tutto bellissimo, se non fosse che oggi gli scarti del trattamento dei rifiuti della Capitale vanno in una discarica. Anzi, in diverse discariche, probabilmente. Ma non a Roma.  E che l’idea di “zero rifiuti”, in una città che è ferma al 44,5% di raccolta differenziata (il Piano per Roma del 2012, sotto l’amministrazione Alemanno, diceva che l’obiettivo era il 65% per il 2016) è pericolosamente vicina alla fantascienza, ancora.

Intanto, come è noto, i sindaci del Frusinate hanno detto ok a trattare i rifiuti romani negli impianti della Società Ambiente Frosinone, la Saf, perché nella Capitale i tmb (cioè gli impianti di trattamento biologico-meccanico) dell’Ama e del gruppo privato Colari non bastano.

E la stessa Montanari ha confermato che si lavora ai progetti per la realizzazione di due impianti per il compost e uno per la differenziata multimateriale a Casal Selce – tra Casalotti e Malagrotta – e a Cesano-Osteria Nuova. Anzi, per essere precisi l’assessora ha spiegato in un comunicato che “il Dipartimento Tutela ambientale  ha presentato i documenti necessari con le indicazioni delle tipologie d’impianto che Roma Capitale intende realizzare”.
I cittadini di Casal Selce e Cesano, nel XIII Municipio, non fanno salti dalla gioia, all’idea di avere impianti per i rifiuti. Che però non sono discariche, ma servono a trasformare la monnezza in risorsa.

Ma torniamo alla discarica, quella vera. Dalla chiusura di Malagrotta – che è rimasta aperta dal 1984 al 2013 – i rifiuti romani indifferenziati finiscono fuori dalla Capitale, in altre regioni. Una parte viene trattata per essere trasformata in Css o Cdr (combustile solido secondario o combustile da rifiuti), e finisce nei termovalorizzatori per bruciare e fornire energia. Per questa parte Roma paga due volte: per il trasporto e per lo smaltimento, anche quando, come è stato il caso dell’Austria, chi vende il servizio usa poi il Css per illuminare le case.

Ma anche fatta la raccolta differenziata, selezionata plastica, metalli, carta, vetro (riciclabile al 100%), scarti alimentari, c’è sempre una parte che resta, dopo essere stata opportunamente trattata e resa inerte (non come nel caso di Malagrotta, dove per decenni i rifiuti sono stati gettati così come erano, provocando poi infiltrazioni tossiche nella falda acquifera, secondo un’inchiesta della Procura di Roma). Queste scorie andrebbero comunque depositate poi in una discarica di servizio. Che però a Roma manca. E qui torniamo a Montanari.

Quando l’assessora scrive “nessuna discarica sul territorio comunale è prevista nella pianificazione di Roma Capitale” vuol dire letteralmente quello: nessuna discarica a Roma. Non significa che la discarica non serva, ma solo che si useranno quelle di altre città, altre regioni. Ovviamente pagando, e fino a quando tali discariche saranno disponibili e i cittadini delle zone interessate non protesteranno.

Ovviamente, senza una raccolta porta a porta spinta, la percentuale della differenziata non aumenterà in maniera cospicua se non in anni, tanti anni. Ama ha annunciato il potenziamento della raccolta da fine febbraio nei municipi VI e X suddividendo vetro monomateriale, carta e cartone monomateriale, frazione organica e residuo non riciclabile. Vedremo che succederà.

[La foto di Marco Valenti, “Per le strade di Roma”, è stata diffusa con licenza creative commons su Flickr.com il 28 maggio 2008]

18-01-2018 | © Riproduzione riservata

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