Senzacasa, legale non sempre è giusto

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Dopo gli sgomberi di Via Curtatone e Piazza Indipendenza a Roma, con un articolo apparso sul Fatto Quotidiano del 6 settembre scorso, Marco Travaglio ha invitato i firmatari del un pubblico appello “contro la regressione xenofoba e razzista” a un supplemento di riflessione sui fatti all’origine della loro – ed anche mia – indignazione. Per chiedere, tra l’altro, se sia “davvero il compito della sinistra (…) difendere occupazioni illegali dove italiani e stranieri ingrassano sfruttando i più disperati?”.
Provo a raccogliere la sfida, e comincio col chiarire che, secondo me, non è affatto compito della “sinistra” – e direi di nessuno – difendere gli sfruttatori.

Ma le questioni poste dalle grandi migrazioni (ossia, dal cambiamento climatico, dalle guerre e dalla povertà) non possono essere risolte utilizzando esclusivamente la “bussola” della legalità. E’ invece necessario, anche a causa della progressiva banalizzazione del discorso politico, che le persone di buona volontà professino e testimonino con chiarezza i valori di solidarietà e accoglienza.    

Nell’articolo di Travaglio sono elencate le molte discutibili attività che i migranti di Via Curtatone (per lo più rifugiati politici dal Corno d’Africa) avrebbero svolto all’interno dello stabile occupato: “la Procura di Roma indaga su alcuni fatti oggettivi per stabilire se siano dei reati o no e, se sì, chi li abbia commessi (ipotesi di sfruttamento e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina)”. Da quanto riportato, nella palazzina sgomberata – gestita a quanto pare come una sorta di abusivo ostello a pagamento – si fabbricavano documenti falsi, sarebbe stato estorto denaro ad alcuni “ospiti”, venivano ammassate bombole del gas mettendo a rischio l’incolumità pubblica, giravano grosse somme di denaro in contanti, di dubbia provenienza. Insomma, si sommava illegalità ad illegalità.

Due torti, però, non fanno una ragione.
Era e resta giusto indignarsi e condannare i tempi e le modalità dello sgombero. Giusto contestare l’incapacità delle amministrazioni preposte all’accoglienza (sin dal 2013, sia chiaro). E non è per un abbaglio che tanti intravedono, nelle pieghe di questo evento doloroso, atteggiamenti xenofobi o razzisti, o la negazione di principi di solidarietà e di rispetto della dignità umana.

Tanto più che di sgombero si trattava, e non di una retata finalizzata a sgominare il racket degli alloggi abusivi o a sequestrare armi, eroina o passaporti falsi.
Le “indagini” non sono state la causa, ma piuttosto l’effetto – quasi la giustificazione mediatica a posteriori – dello sgombero.  

Giusto indignarsi, quindi, perché il compito della politica – lascio a voi la scelta se di “destra” o di “sinistra” – non si esaurisce nell’apprezzare se un determinato comportamento è o non è conforme a una norma. Qualche volta occorre anche domandarsi se una certa regola è equa, chiedersi come mai molte persone non ci pensano minimamente, a rispettarla, e magari se non sia il caso di cambiarla.

Certo, nel Paese dell’illegalità imperante, della corruzione diffusa in ogni strato della popolazione – dal mega-appalto truccato alla banale raccomandazione – nel Paese del condono edilizio in autocertificazione e delle sanatorie fiscali (chissà se anche non pagare le tasse, qualche volta, può definirsi “abuso di necessità”?), di Mani Pulite e del Mondo di Mezzo, meno male che il tema della legalità è tornato al centro della discussione politica.
Ma non tutto quello che è illegale è sempre sbagliato, e non tutto quello che è legale è sempre giusto.

Quando la nera Rosa Parks, sedendosi nell’autobus, è andata ad occupare i sedili riservati ai bianchi, ha compiuto un atto illegale. Gli obiettori di coscienza, ai tempi di Don Milani, si sono sottratti alla leva illegalmente. La pena di morte viceversa è tuttora prevista in molti Stati, ed in alcuni casi è “legale” addirittura che essa sia comminata con metodi cruenti e disumani, come la lapidazione.

Dunque, un primo contributo “da sinistra” al dibattito, è ricordare a chi è irritato dalle occupazioni abusive di immobili vuoti – e magari, da sincero liberaldemocratico, si accontenterebbe di rispettare e far rispettare le leggi – che neppure questo è sufficiente, se poi nei dintorni di casa nostra, o magari sull’altra sponda del Mediterraneo, ci sono persone in fuga il cui tenore di vita non è neppure lontanamente comparabile a quello di cui godiamo.

Se la soluzione alla questione delle migrazioni è che qui da noi non ci sono abitazioni, lavoro, opportunità, e che tutto sommato ci sta bene che nei “campi di accoglienza” in Libia le persone vengano maltrattate, torturate o violentate; se la legalità, anche internazionale, è questa, francamente chi se ne frega della legalità.

Proviamo a reintrodurre nella discussione, quindi, oltre al sacrosanto concetto di legalità, anche quello della disobbedienza civile.
Sarebbe bello ogni tanto leggere un articolo o guardare una servizio al telegiornale in cui fosse utilizzata anche questa espressione. Magari anche solo per dire “l’occupazione di via Curtatone non può essere considerata una forma di disobbedienza civile, perché…”: hai visto mai che si produca davvero il “contagio delle idee”?

E veniamo al caso specifico di Roma.
Roma Capitale ha a disposizione (non da oggi) circa 200 milioni di Euro di fondi regionali per l’edilizia popolare, di cui 40 pronti da spendere. Nel territorio del Comune ci sono circa 200.000 case sfitte. La popolazione della città è sostanzialmente stabile dagli anni 70, ma si è continuato a costruire indiscriminatamente, consumando il territorio e  realizzando centri commerciali e direzionali che sprofondano nel degrado e nell’abbandono, come la vecchia e la nuova Fiera di Roma.
Nonostante un PRG piuttosto largo di manica, l’unico grande intervento edilizio-urbanistico su cui la Giunta Raggi sta lavorando, progettando varianti e deroghe, è la realizzazione dell’ennesimo quartiere direzionale nell’ansa del Tevere a Tor di Valle, a cui è abbinato il ninnolo dello stadio (stadio che avrebbe occupato il 18% della superficie edificata nella versione-Marino del progetto, ed ora – forse – il 25% nella versione-Raggi: comunque palesemente un pretesto per costruire ben altro che impianti sportivi).
Il Comune non assegna alle cooperative edilizie i terreni per realizzare le case. Manca ancora un censimento definitivo degli immobili comunali (in particolare quelli affittati a due lire a chi non ne ha bisogno), e Roma è piena di palazzi vuoti di proprietà di enti pubblici, che attendono di essere venduti e “valorizzati”. Il tutto a beneficio della rendita fondiaria e dei costruttori, perché chiaramente, risolvere una volta per tutte il problema della casa nella Città Eterna significa uccidere il mercato immobiliare. Ed è tutto legale e certificato.

Possiamo dire, allora, che occupare un palazzo per viverci dentro con la propria ed altre famiglie, come Elio Germano nell’emozionante finale di “Mio fratello è figlio unico”, sia pure rischiando di essere vittime di qualche kapò del racket degli alloggi (e sempre che non si tratti, alla fin fine, semplicemente di partecipare alle spese comuni), non è il solito comportamento da furbetti, ma un atto di disobbedienza?
Possiamo esprimere dissenso nei confronti di operazioni di sgombero che – per i modi e per i tempi – vanno sì a rimuovere uno stato di formale illegalità, ma non risolvono il cuore del problema e anzi lo perpetuano?

Diciamo anche che non si sgomberano 400 famiglie senza aver prima sotto mano una alternativa. E che se questo è accaduto è perché le amministrazioni interessate (Ministero dell’Interno o Comune, fate voi in base alla tifoseria) si sono dimostrate o incapaci o in mala fede.
Non si usano gli idranti contro chi bivacca alla stazione, anche se magari si tratta proprio di quel migrante che il giorno prima potrebbe aver chiesto il pizzo al vicino di casa, e non si gettano nel panico bambini “occupanti” – come denunciato da svariate ONG come MSF o Save the Children, e persino dalla Caritas e dall’Unicef – ordinando alla Celere di piombare da un giorno all’altro nelle abitazioni in tenuta anti-sommossa.

Questo non significa stare dalla parte di criminali e sfruttatori, e non significa prendersela per partito preso con le forze dell’ordine, che spesso si trovano semplicemente a dover operare in contesti impossibili.
Significa solo alzarsi in piedi e respingere gli argomenti inaccettabili e xenofobi che ci vengono quotidianamente somministrati dalla maggior parte dei politici e dei commentatori. Soprattutto da destra, ma con abbondanti strizzatine d’occhio anche da sinistra, come nel caso del senatore Esposito, che ci ha propinato l’esegesi di “spezzategli le braccia”.

Pochi gli interventi di chi sinceramente si è interrogato sulla conflittualità sociale che il fenomeno della migrazione comporta (come Travaglio), molti, francamente troppi, gli slogan da campagna elettorale come i classici “prima gli italiani!” o “tolleranza zero sulle occupazioni” o “buonista, ospita l’immigrato a casa tua!”, ai quali ora dobbiamo aggiungere l’ultima novità: “so’ appena arrivati, e vogliono pure Sky”. Come se a un rifugiato politico o a un migrante economico non si possa riconoscere la legittima aspettativa di potersi guardare una partita di pallone in tv, sprofondato nel divano. No! Lui è l’ultimo arrivato, a letto senza cena!
Sarebbe sufficiente fare un rapido giro su un qualsiasi social network per rendersi conto del clima da caccia al migrante che impregna il dibattito sociale e politico.

Ora, diversamente da chi si è trovato per caso, per rabbia o per calcolo politico a sorreggere il vessillo della legalità, abbiamo ben chiara la differenza tra chi compie un atto di disobbedienza civile, e chi invece cinicamente sfrutta o usa violenza ai propri simili, spaccia droga e vende passaporti falsi.
Siamo pronti a spiegarla, e a fare anche di più, indicando un obiettivo ancora lontano all’orizzonte, ma raggiungibile, ossia che, nell’epoca della cosiddetta globalizzazione e delle grandi ondate migratorie, i  principi di solidarietà, uguaglianza, il diritto alla casa – che è cosa diversa dal diritto di essere proprietari di una casa – il diritto all’acqua, al cibo, al lavoro, devono, dovranno valere, in futuro, per i cittadini italiani come per i migranti, senza distinzioni di cittadinanza o limiti imposti dai confini nazionali. Come insegnava Stefano Rodotà, i diritti fondamentali – resta ancora da stabilire quali – appartengono alle persone, e non ai cittadini.

Respingiamo quindi la falsa alternativa (“o io o l’immigrato”) che fa da puntello alle posizioni xenofobe, perché essa è figlia di una idea di autorità pubblica e di patto sociale, in cui il potere serve solo a dirigere il traffico, e non a realizzare il benessere e la felicità di tutti ed a garantire un futuro sostenibile per le prossime generazioni.

Occorre un nuovo, “ecologico” e più ampio patto sociale fondato sulla constatazione che nel mondo ci sono risorse sufficienti per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di pochi.

 

Guglielmo Calcerano è coportavoce dei Verdi di Roma
[Le foto dello sgombero di Piazza Indipendenza sono di Angela Gennaro. “Cielo su Roma” è di Paolo Margari. Le immagini sono state diffuse sul sito Flickr.com con licenza Creative Commons]

11-09-2017 | © Riproduzione riservata

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