Caro Kentridge, anche tu sei effimero

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Domani (22 aprile) il Campidoglio festeggerà il Natale di Roma anche rendendo omaggio anche a William Kentridge, il disegnatore e regista sudafricano che un anno fa ha realizzato una serie di enormi graffiti sul Lungotevere sulla storia millenaria (e leggendaria) della città.

Dalle 18, il Coro del Teatro dell’Opera di Roma si esibirà a Piazza Tevere (sotto a Lungotevere dei Tebaldi) in un concerto di quasi un’ora e mezzo, con arie di Puccini e una versione speciale del Carmina Burana.

All’epoca, presentando l’opera, Triumphs and Laments, che si estende per 500 metri quadri  tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini, Kentridge spiegava alla Repubblica che in cinque anni “tutto questo sparirà”.
“In tre o quattro anni, batteri, vegetazione e inquinamento prevarranno di nuovo. E le immagini sprofonderanno lentamente nell’oscurità. Va bene così. Fa parte del significato di quest’ opera. Ha a che fare con la perdita della memoria. Con il senso della storia che cambia. Il presente ogni volta influenza il passato. Io ho messo insieme dei frammenti… una componente importante del progetto è proprio il suo aspetto provvisorio”. Insomma, un’opera effimera nella pur Eterna Roma.

Parole di un anno fa. Ma qualche settimana fa Kentridge (che tornerà a Roma in maggio per dirigere all’Opera la Lulù di Berg) ha cambiato idea, dopo che qualcuno ha “imbrattato” – i soliti writer con le solite tag – il murales. L’artista ha chiesto al Comune di salvare “la mia opera se l’ama davvero”.
“Non posso dire di essere sorpreso, certo avrei sperato di no. Ma adesso mi auguro che qualcuno ripari il danno”, ha detto Kentridge alla solita Repubblica.
Peraltro i graffiti non coprono le figure disegnate dall’artista, ma gli spazi vuoti. Anche se è chiaro che un’opera d’arte è fatta di pieni e di vuoti.

In questo caso insomma i Laments, sono quelli dell’artista, che sembrerebbe non aver tenuto conto dell’elemento umano nella degradazione (o meglio trasformazione) della sua opera romana, spiegando che né Johannesburg né a Napoli, dove pure ha realizzato disegni di grandi dimensioni, sia accaduto nulla del genere.
E allora colpisce che Kentridge, che è un artista di avanguardia, con le sue tecniche di cancellazione e ridisegno, abbia dimenticato quel che lui stesso ha scritto, anni fa, in una nota di introduzione a Felix In Exile (1994), pur parlando del Sud Africa: “Nello stesso modo in cui c’è un atto umano di smembramento del passato, c’è un un processo naturale nel terreno attraverso l’erosione, la crescita, la fatiscenza che sembra anche cancellare gli eventi”.

Non si tratta di degrado. I writer cercano di associare la propria tag al nome e alla grandezza di Kentridge per promuovere la propria. E nel farlo, inevitabilmente modificano la realtà artistica.

Ecco, Mr. Kentridge, a Roma si sta applicando quello stesso processo. Non si tratta del tentativo (fascista) di negare o rimuovere la sua opera. Al contrario, i writer cercano di associare la propria tag al suo nome e alla sua grandezza per promuovere la propria. E nel farlo, inevitabilmente modificano la realtà artistica.
Pensare invece di difendere i suoi fregi con il ricorso all’autorità, definendo un “danno” quella che è l’evoluzione delle cose, sa un po’ di moralismo borghese.

[La foto del titolo è tratta dal sito TevereEterno e ne è autore Luciano Sebastiano. La foto nel corpo del testo è tratta dal quotidiano online repubblica.it]

21-04-2017 | © Riproduzione riservata

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