Lotta di classe sul taxi

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Oggi sindacati dei tassisti e governo si vedranno a Roma per discutere della cosiddetta vertenza-Uber, dopo giorni di proteste seguite all’approvazione di un decreto in Senato che non piace ai titolari delle auto bianche. Ma non è detto che il vertice risolverà gran che.

Intanto, c’è da sgombrare il campo da un equivoco: Uber non c’entra nulla. O meglio, l’idea che il voto della settimana scorsa (che andrà confermato poi alla Camera entro fine mese) apre la strada a una liberalizzazione del trasporto consentendo a chiunque di caricare passeggeri a pagamento è falsa. Nel 2015 il famoso servizio UberPop (o Uber X) è stato infatti vietato da un tribunale di Milano.

La questione è apparentemente complicata, dal punto di vista legislativo, perché il provvedimento del Milleproroghe (un comma di poche righe in un articolo) proroga per l’11esima volta la sospensione del termine per emanare un decreto ministeriale contro l’esercizio abusivo di taxi e Ncc, decreto previsto originariamente entro il 25 maggio 2010.

La sospensione è motivata dai “timori per la limitazione della libertà di concorrenza nel settore che la sua applicazione avrebbe comportato”, dice la scheda web del Senato che spiega il provvedimento.

Insomma, dopo che il governo Berlusconi aveva approvato una norma severa contro i nemici dei tassisti (tradizionalmente sostenuti da An), è poi prevalsa l’idea che così si ponevano troppi ostacoli alla concorrenza sul mercato.

 

Nel frattempo, l’Autorità di regolazione dei trasporti ha chiesto al Parlamento di intervenire sulla materia dell’autotrasporto non di linea, consentendo anche i servizi come Uber e rendendo più facile la circolazione degli Ncc. Però finora nessuno ha posto mano alla cosa.

Ieri il ministro dei Trasporti Graziano Delrio, che è un ex della Margherita, ha detto una cosa molto democristiana a riguardo: Dobbiamo sederci per fare una regolamentazione finalmente seria, che tolga provvisorietà all’attuale situazione… c’è bisogno di garanzie, sui diritti dei cittadini, ma anche sui diritti di chi ha investito sul proprio lavoro, i tassisti”.

I tassisti, che hanno pagato le loro licenze fiori di quattrini, vorrebbero semplicemente evitare che gli Ncc (Noleggio con conducente) girassero indisturbati a raccogliere clienti. A Roma, secondo dai comunali di fine 2015,  le licenze taxi sono 7700, più un migliaio di Ncc. A cui però bisogna aggiungere gli Ncc che hanno licenze (pure quelle pagate un bel po’: ma di proprietà di società e non per forza dei singoli autisti) rilasciate da Comuni dell’hinterland romano, che gravitano sulla Capitale in cerca di clienti.

Che c’entra Uber, insomma? Poco, per il momento, nel senso che Uber in Italia può usare solo autisti con licenza Ncc (e macchina propria), ed è lontanissimo da avere un peso importante. Mentre si stanno diffondendo anche servizi come MyTaxi (ne abbiamo parlato qui) che invece usano tassisti ordinari.

Che il web cambi la vita e il lavoro delle persone è noto da un po’. E quindi non è strano che che mentre l’home banking fa ridurre sportelli e cassieri di banca, le app ridisegnino il mercato dei trasporti (peraltro, non è forza che il web: faccia sempre risparmiare soldi, magari tempo sì). È giusto? Dipende, ovviamente, da chi se ne avvantaggia.

Ma lo scontro di questi giorni non è tra utenti e gestori di un servizio, se non alla lontana. È soprattutto tra categorie particolari di lavoratori (che mediamente non guadagnano manco cifre iperboliche, a dire il vero).

E rischia anche di diventare uno scontro politico. Dopo essere rimasti orfani dei rappresentanti politici di An, i tassisti infatti si stanno facendo adottare dal M5s, che ha accusato il Pd di difendere “multinazionali come Uber e Ncc che lavorano senza licenze” (Danilo Toninelli dixit).

[La foto del titolo , Taxis Outside Rome Train Station, è di SpirosK Photography ed è stata diffusa nel 2011 con licenza Creative Commons. Quella nel corpo del testo è di Dan Nguyen è del 2012]

 

21-02-2017 | © Riproduzione riservata